Il rapporto Gimbe fotografa un sistema sanitario sotto pressione: 18 regioni in carenza, oltre 8mila pensionamenti in arrivo entro il 2028 e una professione che fatica ad attrarre i giovani medici.
Carenza di medici di famiglia: i numeri della fondazione Gimbe
Trovare un medico di famiglia è diventato, per un numero crescente di italiani, qualcosa di tutt’altro che scontato. Non è una sensazione, né una lamentela di quartiere: è un dato strutturale, certificato dai numeri.
La Fondazione Gimbe ha pubblicato un’analisi approfondita sulla carenza dei medici di medicina generale in Italia, e il quadro che emerge è critico. Al primo gennaio 2025 mancavano all’appello 5.716 medici di base, distribuiti in 18 regioni e province autonome. Una cifra che si ottiene calcolando il rapporto ottimale di un medico ogni 1.200 assistiti, parametro ritenuto necessario per garantire una copertura capillare e rispettare la libertà di scelta del paziente.
Il problema non è nato ieri. Tra il 2019 e il 2024, il numero complessivo di medici di medicina generale è sceso da 42.009 a 36.812: quasi 5.200 unità in meno in sei anni, un calo del 14,1%. Una riduzione progressiva che ha colpito praticamente tutte le regioni, con la sola eccezione della Provincia autonoma di Bolzano, che ha fatto segnare un lieve incremento, e che ha lasciato sempre più ambulatori deserti o sovraccarichi.
Dove la situazione è più critica
Le regioni più colpite sono, non a caso, le più popolose. La Lombardia guida questa classifica che nessuno vorrebbe con un deficit di 1.540 medici. Seguono il Veneto (-747), la Campania (-643), l’Emilia-Romagna (-502), il Piemonte (-463), la Toscana (-394) e il Lazio (-358). Un elenco che copre larga parte del territorio nazionale e che riguarda le aree in cui vive la maggioranza degli italiani. Solo Basilicata, Molise e Sicilia non registrano carenze a livello medio regionale, anche se Gimbe avverte che questo non esclude scoperture localizzate anche in quei territori.
Chi ha un medico di famiglia, spesso si trova davanti a un professionista al limite delle forze. Al primo gennaio 2025, i 36.812 medici ancora in attività avevano in carico oltre 50,9 milioni di assistiti, con una media di 1.383 pazienti a testa. Soglia già alta, ma in alcune realtà si arriva tranquillamente a 1.500 o addirittura a 1.800. Il tetto massimo fissato dall’Accordo Collettivo Nazionale è proprio 1.500, con possibilità di deroghe fino a 1.800; e in casi specifici, come nella Provincia autonoma di Bolzano, anche fino a 2.000.
Un’Italia che invecchia, con meno dottori
Attenzione, però, perché mentre il numero di medici si riduce, la domanda di assistenza cresce. E cresce in modo strutturale, perché l’Italia invecchia. Nel 2025 gli over 65 hanno raggiunto quasi 14,6 milioni, pari al 24,7% della popolazione totale. Quarant’anni fa erano il 12,9%. Ancora più significativo è l’aumento degli ultraottantenni: dal 2,5% del 1985 al 7,8% del 2025, una prevalenza più che triplicata.
Come ricorda Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, «i criteri per definire il numero massimo di assistiti per medico di famiglia non hanno mai tenuto conto dell’evoluzione demografica degli ultimi 40 anni e, ancora oggi, ignorano le proiezioni per i prossimi decenni».
Le previsioni Istat confermano la tendenza: nel 2035 gli over 65 rappresenteranno il 30% della popolazione, per arrivare al 34,5% nel 2055. E a questa platea sempre più anziana si somma il peso delle malattie croniche: nel 2024, secondo l’indagine Istat sulla salute degli italiani, l’11,3% degli over 65 (quasi 8,1 milioni di persone) conviveva con due o più patologie croniche. Pazienti complessi, che richiedono tempo, attenzione e continuità di cura. Esattamente ciò che un medico oberato di lavoro fatica sempre di più a garantire.
Il rebus del ricambio generazionale
A rendere il quadro ancora più cupo ci sono le proiezioni sui pensionamenti. Secondo i dati della Federazione Italiana dei Medici di Medicina Generale (Fimmg), tra il 2025 e il 2028 ben 8.180 medici di famiglia raggiungeranno il limite d’età fissato a 70 anni. Una vera e propria uscita di massa silenziosa, con numeri che variano molto da regione a regione: si va dai 10 pensionamenti stimati in Valle d’Aosta ai 1.147 previsti in Campania. E il ricambio non riesce a tenere il passo.
Le borse di studio ministeriali per il Corso di Formazione Specifica in Medicina Generale hanno avuto una storia tormentata. Tra il 2014 e il 2017 si erano fermate intorno alle 1.000 unità annue, del tutto insufficienti. Poi, grazie a finanziamenti straordinari, il “decreto Calabria”e i fondi Pnrr, erano salite fino a 4.362 nel 2021. Ma da lì in poi hanno ripreso a scendere, stabilizzandosi attorno a 2.600 nel biennio 2023-2024, per poi crollare a 2.228 nel 2025: 395 borse in meno rispetto all’anno precedente, un calo del 15,1%. Anche nello scenario più ottimistico, col pieno utilizzo delle borse e nessun abbandono del percorso, il saldo resterebbe negativo per oltre 2.700 unità.
I giovani medici guardano altrove
C’è una questione di attrattività che la Fondazione Gimbe mette bene in evidenza. Nel 2025 i candidati al concorso nazionale per le borse di formazione in medicina generale sono stati 2.810, a fronte di 2.228 posti disponibili: apparentemente c’è domanda. Ma il dato nazionale nasconde squilibri territoriali gravi. In alcune regioni i posti sono rimasti largamente scoperti: in Bolzano e Valle d’Aosta la quota di candidati rispetto ai posti era inferiore del 60%, nelle Marche del 49%, in Trentino del 38%, in Piemonte del 29%.
«Questa spia rossa — avverte Cartabellotta — è accesa da anni in diverse Regioni e oggi è sempre più evidente. Da un lato segnala il progressivo calo di attrattività della professione di medico di famiglia; dall’altro mette in luce criticità particolarmente gravi in alcune Regioni dove la carenza di medici di famiglia già rilevante rischia di aggravarsi ulteriormente nei prossimi anni.»
La medicina di base, insomma, non attira. Il modello contrattuale è da tempo al centro di un dibattito irrisolto. E nel frattempo i giovani laureati preferiscono altre strade, spesso più tutelate e meno gravose sul piano burocratico.
L’Accordo Collettivo Nazionale sottoscritto a gennaio 2026 ha ulteriormente modificato i criteri per identificare le “zone carenti”, portando il rapporto ottimale da un medico ogni 1.000 residenti a uno ogni 1.200. Una modifica che, secondo Gimbe, rischia di essere solo un artificio contabile. Alzando la soglia, si riduce formalmente il numero di aree classificate come carenti, rendendo più difficile l’attivazione di nuovi bandi per coprire i posti vuoti. Il problema, nella sostanza, resta identico.
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