Dieta sobria, movimento quotidiano e buone abitudini per vivere bene e a lungo: la scienza moderna dà ragione ai medici dell’antichità
Gorgias di Leontini, il più celebre oratore della Grecia antica, nacque nel 485 avanti Cristo e morì intorno al 380, superando il secolo di vita. Quando qualcuno gli chiedeva come avesse fatto, lui rispondeva: “Non ho mai fatto nulla per il piacere”. E, in un’altra occasione: “Non ho mai fatto nulla per gli altri”. Forse scherzava o forse no. In ogni caso, secondo i racconti dell’epoca, una cosa era certa: aveva vissuto con moderazione. Konstantine Panegyres, docente di storia classica all’Università dell’Australia Occidentale, ha riportato alla luce questo e molti altri esempi in un saggio pubblicato su The Conversation. Il suo lavoro ricostruisce come Greci e Romani ragionassero sulla longevità nell’antica Roma e, più in generale, nel mondo mediterraneo antico con un approccio che oggi chiameremmo empirico ma che all’epoca era semplicemente buon senso applicato con rigore.
Popoli che vivevano trecento anni
Nel mondo antico circolavano storie straordinarie sulla longevità. Il greco Luciano, vissuto tra il 120 e il 180 dopo Cristo, scriveva di popoli capaci di raggiungere età prodigiose. Citava i Seres -i Cinesi – ai quali attribuiva fino a trecento anni di vita, spiegando che alcuni ricercavano la causa nel clima, altri nel suolo, altri ancora nell’alimentazione. “Si dice, scrive, che questa nazione beva solo acqua”. Menzionava poi le popolazioni dell’Athos, che avrebbero vissuto fino a 130 anni, e i Caldei, che superavano il secolo consumando pane d’orzo per preservare una buona vista. Sono racconti che mescolano osservazione e fantasia, tipici di una cultura affascinata dal confine tra il possibile e il prodigioso. Ma dietro queste narrazioni c’era anche qualcosa di più concreto: i medici antichi guardavano con attenzione alle abitudini di chi invecchiava bene e viveva a lungo, cercando schemi da applicare ai propri pazienti.
I centenari di Galeno
Il protagonista principale di questa ricerca ante litteram sulla longevità nell’antica Roma è Galeno di Pergamo, il medico vissuto tra il 129 e il 216 dopo Cristo. Questi conosceva di persona anziani che considerava esempi viventi da studiare, e ne annotava meticolosamente le abitudini. Il primo era un grammatico di nome Telefo, arrivato quasi a cent’anni in buona salute. Al mattino consumava miglio bollito in acqua con miele grezzo. E questo “gli bastava per il primo pasto”. A pranzo mangiava verdure, poi un po’ di pesce o pollame. La sera si accontentava di pane inumidito nel vino allungato con acqua. Si lavava due volte al mese d’inverno e quattro in estate.
Il secondo caso è quello di Antioco, un medico vissuto fino agli ottant’anni con le facoltà cognitive perfettamente intatte. Anche la sua dieta era invariabile e sobria: pane tostato con miele al mattino, pesce a pranzo e la sera miglio con oxymel, una miscela di aceto e miele, o pollo. Ogni mattina faceva una lunga passeggiata. Galeno annotava: “Prendendosi cura di sé in questo modo nella vecchiaia, Antioco andò avanti fino alla fine, con i sensi intatti e sano in tutte le membra”. Una conclusione che è in realtà un manuale di istruzioni.
Movimento e misura
La longevità nell’antica Roma non dipendeva solo dall’alimentazione: l’attività fisica quotidiana era considerata altrettanto fondamentale, anche per i più anziani. Galeno prescriveva per loro un programma mattutino: massaggio con olio, una camminata, esercizi leggeri, senza mai sforzarsi oltre il necessario. Luciano, nel suo saggio dedicato agli ultraottantenni, sintetizzava: “Su ogni suolo e in ogni clima, le persone che osservano l’esercizio adeguato e la dieta più adatta alla salute sono vissute a lungo”. Stava dicendo, in sostanza, che le variabili geografiche e climatiche contano meno di quanto si pensi: ciò che fa la differenza sono le abitudini quotidiane, ripetute con costanza nel tempo. E poi c’è Seneca, che aggiunge una dimensione quasi filosofica al discorso: “Parte della salute è voler essere sani”. Una frase che potrebbe sembrare ovvia ma non lo è affatto, perché sposta la responsabilità dell’invecchiamento – almeno in parte – sull’atteggiamento mentale.
Due millenni dopo la conferma
Ciò che colpisce, rileggendo questi resoconti, è quanto la ricerca contemporanea sulla longevità continui a ritrovare gli stessi elementi. Pasti semplici, cereali integrali, proteine leggere, miele al posto degli zuccheri raffinati, pesce, verdure, movimento quotidiano. Proprio le caratteristiche delle zone blu, le aree del mondo dove si concentra la maggiore percentuale di ultracentenari. I medici lavoravano per osservazione diretta: guardavano a chi era invecchiato bene e annotavano cosa mangiava, come si muoveva, quanto dormiva. Come ricorda Panegyres, l’Oms riconosce ancora oggi che molte malattie croniche dipendono da stili di vita scorretti, spesso consolidati in abitudini difficili da abbandonare. Gli antichi avevano già una risposta pragmatica a questo problema: le buone abitudini non si improvvisano, si costruiscono nel tempo, un giorno dopo l’altro. E, per capire come farlo, guardavano a chi ci era già riuscito. Un metodo che, a pensarci bene, non è poi tanto diverso da quello che usiamo ancora.
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