A Roma un convegno ha fatto il punto sulle ultime ricerche in materia di invecchiamento sano. Genetica, microbiota, mitocondri e prevenzione: cosa funziona davvero e cosa no.
Vivere più a lungo non basta: conta come si invecchia
Il mercato dell’anti-aging vale miliardi. Integratori, test del DNA, protocolli di longevità, programmi di rigenerazione cellulare: l’offerta è sterminata, le promesse spesso roboanti.
Eppure la scienza, quella vera, dice tutt’altro. A Roma si è tenuto il convegno “Vivere meglio, vivere più a lungo. Le opportunità cliniche vs i falsi miti”, organizzato dal medico Salvatore Pennisi, specializzato in medicina funzionale e dei sistemi integrati. L’obiettivo era uno solo: fare chiarezza in un campo dove l’entusiasmo commerciale ha da tempo superato le evidenze.
“Vivere meglio non significa rendere il corpo performante e iperattivo per tutta la durata della vita”, ha detto Pennisi aprendo i lavori. “Solo attraverso la conoscenza dei meccanismi molecolari, biochimici e fisiologici è possibile far funzionare a lungo questa macchina progettata per essere perfetta.” Un avvertimento rivolto soprattutto a chi confonde il desiderio di vivere più a lungo con quello di vivere bene: un errore, secondo Pennisi, che mescola presunzione e ignoranza.
Il dna non è un destino
Uno dei temi più discussi riguarda i test genetici per la longevità, sempre più diffusi e sempre più venduti come strumenti predittivi infallibili.
Giuseppe Novelli, già rettore dell’Università di Roma Tor Vergata e ordinario di Genetica Medica, ha smontato questa idea con dati precisi. L’invecchiamento non dipende da un singolo “gene della vecchiaia”. È il risultato di un’interazione complessa tra genoma, epigenoma — cioè l’insieme delle modifiche chimiche che attivano o silenziamo i geni — e ambiente. Tra i meccanismi principali ci sono l’instabilità genomica, l’usura dei telomeri (i “cappucci” protettivi all’estremità dei cromosomi) e le alterazioni epigenetiche. Capire questi processi, ha spiegato Novelli, significa costruire le basi per un intervento davvero mirato. Ma il punto cruciale è un altro: “La vera medicina della longevità non si riduce a un’analisi del DNA, ma si fonda su una valutazione olistica dell’individuo, in cui i dati genetici rappresentano un tassello, non la risposta definitiva.” Detto altrimenti: il test genetico può essere utile, ma non è il punto di arrivo. È, tutt’al più, un punto di partenza.
Il ruolo chiave della senescenza cellulare
A spiegare cosa succede dentro le nostre cellule quando invecchiamo è stato Carlo Alberto Redi, biologo cellulare, ordinario di Zoologia all’Università di Pavia e Accademico dei Lincei.
La senescenza cellulare è oggi riconosciuta come il motore principale dell’invecchiamento. Non una conseguenza, ma una causa. Redi ha chiarito che si tratta di uno stato specifico, indotto sia da fattori esterni che interni, caratterizzato dal blocco del ciclo cellulare. Comprendere in dettaglio i diversi ruoli delle sostanze coinvolte in questo processo aprirà la strada a interventi capaci di bloccare selettivamente le cellule senescenti, rallentando così il declino biologico. È una ricerca ancora in corso, ma i progressi degli ultimi anni sono significativi.
A questi studi si affianca il lavoro del professor Ennio Tasciotti, direttore del Programma Longevità Umana dell’IRCCS San Raffaele di Roma, che ha portato l’attenzione sui mitocondri, le centrali energetiche della cellula. Quando il loro funzionamento si deteriora, l’intero organismo ne risente. Lo stress ossidativo, a livelli fisiologici, è un segnale vitale; quando diventa eccessivo, compromette l’integrità cellulare e accelera l’invecchiamento. “Preservare l’integrità mitocondriale non è una strategia periferica, ma un requisito centrale per mantenere la funzione cellulare e la resilienza tissutale nel corso della vita”, ha detto Tasciotti. Un concetto che invita a diffidare degli approcci superficiali e a cercare invece protocolli clinici fondati su evidenze solide.
I fronti meno esplorati dell’aging
Sempre più ricerche indicano che l’intestino ha un ruolo molto più ampio di quanto si pensasse nella regolazione dei processi di invecchiamento.
Lorenza Putignani, direttrice dell’Unità Microbiomica dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, ha illustrato come il microbiota intestinale risponda in modo dinamico agli eventi della vita: stili di vita, farmaci, cicli circadiani, fumo. Valutare il profilo del microbiota, ha spiegato, permette di integrare la comprensione dei processi fisiologici dell’invecchiamento in una visione più completa e personalizzata.
Sul fronte dell’alimentazione, il professor Giovanni Scapagnini, biochimico e neuro-gerontologo, vicepresidente della Società Italiana di Nutraceutica, ha introdotto il concetto di nutrigeroscienza: la traduzione pratica delle scoperte sulla biologia dell’invecchiamento in scelte alimentari concrete.
L’invecchiamento biologico, ha spiegato, non è un processo uniforme: è una somma di alterazioni progressive che riguardano l’infiammazione cronica di basso grado, il declino mitocondriale, la perdita di flessibilità metabolica. La novità è che questi meccanismi sono oggi sempre più misurabili e, in parte, modificabili. “Oltre a evitare ‘fattori di danno’, possiamo introdurre nella dieta elementi funzionali positivi, alimenti e composti bioattivi, capaci di agire su nodi biologici dell’invecchiamento”, ha detto Scapagnini.
Anche la dermatologia entra in questo quadro. La pelle è il primo indicatore visibile di come stiamo invecchiando, e riflette l’impatto di fattori come raggi UV, inquinamento, dieta e stress.
Pucci Romano, presidente di Skineco, ha sottolineato come la cura della pelle non sia solo una questione estetica: “Promuovere e tutelare la salute della pelle rappresenta una progettualità fondamentale per custodire la salute dell’intero organismo durante il cammino biologico della vita, specie quando questa si allunga”.
Alzheimer e Parkinson, la prevenzione è già possibile
Nel mondo ci sono oltre 55 milioni di malati di Alzheimer e circa 10 milioni di persone con Parkinson. Paolo Calabresi, direttore della Neurologia della Fondazione Policlinico Gemelli di Roma, ha definito la prevenzione delle malattie neurodegenerative “una priorità sanitaria, politica e sociale urgente”.
I nuovi farmaci cosiddetti “disease modifying” esistono, ma pongono interrogativi seri in termini di costi e sicurezza. Le evidenze scientifiche, invece, indicano già oggi strumenti accessibili ed efficaci: attività fisica regolare, dieta mediterranea, stimolazione cognitiva e sociale. Non sono soluzioni spettacolari, ma funzionano. Per chi ha più di sessant’anni, adottarle oggi significa ridurre concretamente il rischio di fronte a patologie che, una volta instaurate, restano difficili da trattare.
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