L’Italia è tra i primi tre Paesi Ue per numero di brevetti ambientali. Il rapporto “Competitivi perché sostenibili” di Fondazione Symbola e Unioncamere rivela il legame stretto tra innovazione verde e performance delle imprese.
Un Paese virtuoso nei brevetti green
Sul fronte dell’innovazione ambientale, l’Italia occupa una posizione di tutto rispetto in Europa. Secondo il rapporto Competitivi perché sostenibili, realizzato da Fondazione Symbola e Unioncamere, e presentato al ministero delle Imprese e del Made in Italy, il nostro Paese è tra i primi tre in Europa per numero di brevetti green. Terzo anche per quota di aziende titolari di brevetti ambientali rispetto al totale delle imprese: 16,5 ogni mille, superato solo da Germania (21,6) e Austria (18,9).
In termini assoluti, nel 2022 l’Unione europea ha concesso 3.990 brevetti ambientali: la Germania guida con 1.632, seguono Francia con 729 e Italia con 295. Numeri che, per quanto significativi, secondo gli autori del rapporto sottostimano la reale vivacità del sistema produttivo italiano, dove gli eco-investimenti sono in costante crescita. Tra il 2019 e il 2024, ben 578.450 imprese, il 38,7% del totale, hanno effettuato investimenti orientati alla sostenibilità. Una spinta verso il verde che non sempre si traduce in brevetti registrati, anche per via di una cultura industriale non ancora pienamente orientata alla tutela sistematica della proprietà intellettuale.
Dove l’Italia eccelle: i settori strategici
Il sistema produttivo italiano vanta posizioni di forza in alcuni comparti chiave della transizione ecologica.
Nella mobilità sostenibile, i brevetti italiani rappresentano il 31% del totale europeo relativo alla mitigazione dei cambiamenti climatici. Nell’efficienza energetica applicata all’edilizia, l’Italia supera la media Ue. Nella gestione dei rifiuti e delle acque reflue il Paese è tradizionalmente tra i più attivi in Europa. Particolarmente significativo è il balzo registrato nelle tecnologie Ict per la mitigazione climatica: +270% nell’arco di un decennio, un incremento che non ha eguali tra i grandi Paesi europei.
Dal punto di vista geografico, a trainare questa dinamica sono le regioni del Nord: Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte, territori con una solida base manifatturiera e la capacità concreta di trasformare ricerca e competenze industriali in soluzioni tecnologiche certificate. Le imprese risultano i soggetti protagonisti, con l’81,9% delle domande di brevetto pubblicate; le persone fisiche seguono con il 12,9%, mentre gli enti si fermano al 5,2%.
Il manifatturiero guida l’innovazione verde
Analizzando la distribuzione settoriale delle domande italiane di brevetto europeo in ambito green, il manifatturiero si conferma il motore principale, con una quota del 59%.
A distanza seguono i settori legati alla ricerca scientifica (18,8%), telecomunicazioni e informatica (6,6%), commercio all’ingrosso e costruzioni, entrambi al 3,5%. Sul piano tecnologico, la fetta più consistente riguarda soluzioni legate alla digitalizzazione dei processi produttivi e alla gestione efficiente delle risorse energetiche e ambientali, pari al 12% del totale. Seguono le tecnologie di misurazione delle variabili elettriche e magnetiche (7,3%) e quelle per il trattamento di acque reflue e fanghi (6,5%). Significativa anche la presenza di brevetti su biciclette e veicoli di micromobilità (sospensioni, telai, sistemi di sterzo) e su soluzioni energetiche per reti in corrente alternata e continua, sistemi di gestione delle batterie e trasmissione wireless dell’energia.
Brevetti verdi e competitività: un legame che vale miliardi
Uno degli aspetti più rilevanti del rapporto riguarda il nesso diretto tra innovazione verde e performance economica. Le imprese italiane con brevetti in tecnologie green mostrano indicatori nettamente superiori rispetto a quelle che operano in settori non ambientali.
Il fatturato medio per azienda tocca i 382 milioni di euro, contro i 41 milioni delle imprese non green. La produttività è anch’essa più alta: 144mila euro di valore aggiunto per addetto, rispetto ai 92mila delle controparti. Sul fronte dell’export, il 57,8% di queste imprese vende all’estero, generando complessivamente oltre 63 miliardi di euro con una diversificazione importante dei mercati. Il capitale umano risulta più qualificato: il 29,7% dei dipendenti è laureato, con il 16,7% proveniente da discipline Stemplus. E l’attrattività verso gli investitori stranieri è significativamente più alta: il 41,9% di queste imprese ha partecipazioni estere, contro il 31,7% delle non green.
Dati che, complessivamente, disegnano una correlazione solida. Chi investe in innovazione ambientale risulta strutturalmente più competitivo sui mercati internazionali.
Crescita reale, ma resta il divario con Germania e Francia
Nonostante il posizionamento lusinghiero, il rapporto non nasconde i limiti. Per Fondazione Symbola il Paese ha bisogno di un salto di scala: più investimenti in ricerca, maggiore capacità di brevettare e un rafforzamento del trasferimento tecnologico. Il modello dell’economia circolare, in cui l’Italia già eccelle, andrebbe replicato anche nei comparti dell’efficienza energetica, dell’elettrificazione e delle rinnovabili.
Inoltre, tra il 2012 e il 2022 i brevetti green italiani sono cresciuti del 44,4%, ma il divario con Germania e Francia rimane ampio. Attenzione però: i brevetti non sono solo uno strumento di tutela dell’innovazione, ma stanno diventando un asset valutato dal sistema bancario e finanziario ai fini dell’accesso al credito. Brevettare, insomma, conviene anche per le casse aziendali. Se rapportato alla popolazione, infatti, l’Italia scende al decimo posto in Europa, molto lontana dalla Danimarca (36,8), dalla Svezia (24,4) e dalla Finlandia (19,8).
Un elemento che racconta la distanza strutturale ancora da colmare, soprattutto rispetto ai Paesi nordici che guidano la classifica per densità di innovazione ambientale.
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