Il collettivo Ascosi Lasciti racconta la bellezza malinconica dei luoghi in rovina e la sfida di trasformare la curiosità fotografica in un progetto di tutela: «Rispettiamo il silenzio degli spazi per smuovere le coscienze»
In Italia si contano oltre 7 milioni di edifici abbandonati, fra abitazioni, caserme, chiese, ospedali, teatri, stazioni, capannoni. L’insieme delle sole aree industriali dismesse copre il 3% dell’intero territorio nazionale, per una superficie pari a quasi 9mila km quadrati. Secondo l’Istat, almeno 50mila fra i luoghi in disuso sono antichi palazzi storici e castelli nobiliari, altre 20mila sono strutture religiose dismesse. Questo immenso patrimonio dimenticato è diventato sempre più oggetto di interesse dei cosiddetti ‘urbexer’, appassionati di “urban exploration” o “Urbex”, una pratica che affonda le sue radici nei primi decenni del Novecento, ma che solo negli anni Ottanta ha cominciato a diventare un vero e proprio movimento, poi consacrato dall’avvento della rete. «L’esplorazione urbana è un aspetto della subcultura urban, come il graffitismo, e coloro che si approcciano a questo mondo sono attratti dai luoghi – spiega Cristiano La Mantia, fotografo, membro del collettivo Ascosi Lasciti e presidente dell’omonima associazione culturale – personalmente ho sviluppato questa passione da piccolo, abituato, da catanese che abita sotto l’Etna, a camminare ed esplorare, prima inconsapevolmente e poi, negli ultimi dieci anni, con consapevolezza».
Ci racconta com’è nato il progetto Ascosi Lasciti e come da un collettivo urbex si è arrivati alla creazione di un’associazione culturale?
Ascosi Lasciti è un collettivo nato nel 2010 dall’idea di Alessandro Tesei, di Jesi, e Davide Calloni dell’Aquila, che insieme hanno dato vita a un progetto di indagine volto alla riscoperta dei luoghi abbandonati, concretizzatosi nel sito ascosilasciti.com e che oggi comprende fotografi, storici, appassionati di passeggiate, con una rete di autori e referenti territoriali per ogni regione. Sei anni fa abbiamo deciso di costituire un’associazione culturale per poterci interfacciare con le pubbliche amministrazioni e i privati, e non lasciare il nostro operato fine a sé stesso. L’obiettivo è il recupero del territorio attraverso la conoscenza di questi luoghi abbandonati e la nostra visione di sviluppo.
Si parla sempre più di frequente di luoghi abbandonati: cosa manca per il rilancio di questi spazi?
Quello che manca non sono i fondi per riqualificare, ma una programmazione degli interventi, anche se c’è molta sensibilità sul tema dell’abbandono e dello spopolamento. Spesso accade anche che alcuni luoghi vengano recuperati, ma poi non ci siano progetti che li proiettino nel futuro. Nel Mezzogiorno, ad esempio, ci sono tanti bandi per la riqualificazione dei borghi abbandonati, in Sicilia ne sono stati finanziati tre per 15 milioni di euro: uno di questi è stato impalcato quattro anni fa e nuovamente dimenticato.
Come opera l’associazione culturale e come si rapporta all’Urbex?
L’associazione culturale non promuove l’Urbex, ma la valorizzazione del territorio. Offriamo visite guidate in sicurezza, mettendo in primo piano la bellezza e le potenzialità di un luogo per smuovere le coscienze. Da sei anni accompagniamo i visitatori, e la scelta è quella di lasciare tutto così com’è, senza edulcorare l’esplorazione, magari ripulendo gli spazi dalla spazzatura, dato che purtroppo alcuni diventano discariche a cielo aperto. Ciò che ci interessa è proprio far capire il problema e di conseguenza la necessità di intervento. Come associazione facciamo vivere l’esperienza, e il passo successivo è quello di cercare la disponibilità per creare un progetto di rivalutazione.
Oggi il mondo urbex è sempre più variegato, complice la possibilità di diffondere in rete contenuti sempre nuovi e alla portata di tutti. Si tratta però di un’attività considerata al limite della legalità: qual è il codice etico da rispettare, nell’esplorazione urbana più autentica?
Entrare in un luogo aperto non è illegale, ma lo è entrare in un domicilio. Un urbexer non provoca danni, non ruba nulla, e se trova porte chiuse non le apre, non forza nulla. Noi cerchiamo di spiegare ai giovanissimi che si avvicinano all’esplorazione urbana che questa attività può comportare un rischio per la propria incolumità, e purtroppo i casi di incidenti, anche mortali, non sono mancati. Andiamo nelle scuole a parlare di fotografia, e in queste occasioni spieghiamo i metodi con cui poter esplorare in sicurezza. In Ascosi Lasciti cerchiamo sempre di selezionare i collaboratori per mantenere un certo tipo di etica e un’alta qualità dei contenuti. Non abbiamo una mappa condivisa dei luoghi, ma ognuno ha la sua, perché ci siamo accorti che a volte rendere pubblica la localizzazione di un posto lo espone ad atti di vandalismo. Chi ci scrive per avere informazioni viene invitato a iscriversi al gruppo della propria regione, ed eventualmente a contattare il singolo autore dell’esplorazione.
Come un lavoro di esplorazione trova spazio in Ascosi Lasciti?
Ogni esploratore ci manda le sue foto corredate da un testo, che può essere breve o più lungo. A ognuno chiediamo sempre le informazioni di base dell’esperienza, una sensazione provata; nel mio gruppo siamo tre fotografi, e col tempo siamo stati avvicinati da altre persone, tra queste una giornalista che non ha mai esplorato ma che oggi collabora alla stesura dei testi. Negli anni abbiamo pubblicato libri tematici su chiese, discoteche, sull’Urbex in generale, e ora stiamo curando volumi regionali. Il nostro archivio conta più di 1.800 luoghi recensiti. Il contributo di tutti è volontario, e si entra nel gruppo solo condividendone i valori. Non siamo fra coloro che puntano ai like, ma vogliamo preservare il percorso fatto e continuare a creare valore.
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