Un dipinto bifacciale del Rinascimento, ultimo capolavoro del maestro siciliano ancora in mani private, diventa patrimonio pubblico. L’opera mostra Cristo sofferente su un lato e San Girolamo nel deserto sull’altro. Aperto il dibattito sulla destinazione museale tra Napoli e altre sedi.
Un acquisto storico a poche ore dall’asta
Lo Stato italiano ha messo a segno un colpo significativo nel panorama del mercato dell’arte internazionale.
Il Ministero della Cultura, attraverso la Direzione Generale Musei, ha acquisito un eccezionale dipinto bifacciale di Antonello da Messina per 14,9 milioni di dollari, circa 12,6 milioni di euro. L’operazione è stata completata pochissime ore prima che l’opera venisse battuta all’asta Master Paintings di Sotheby’s a New York, prevista per la scorsa settimana.
La casa d’aste britannica ha confermato ufficialmente il ritiro del lotto in seguito alle trattative con le autorità italiane, che hanno manifestato un interesse immediato e determinato per riportare nel patrimonio pubblico questo raro capolavoro rinascimentale.
Si tratta di un’acquisizione che assume un valore particolare non solo per la qualità artistica dell’opera, ma anche per la sua estrema rarità. Dei circa quaranta dipinti oggi attribuiti con certezza ad Antonello da Messina, questa tavola rappresentava probabilmente l’ultimo esemplare ancora appartenente a una collezione privata. È soltanto la seconda volta in una generazione che un’opera di tale rilevanza del maestro siciliano compare sul mercato dell’arte. Il dipinto era stato stimato tra i 10 e i 15 milioni di dollari. E il prezzo finale di acquisto si colloca nella fascia alta della forchetta prevista dagli esperti.
Un dipinto unico nella produzione dell’artista
L’opera acquisita dallo Stato italiano presenta caratteristiche assolutamente peculiari che la rendono un caso unico nell’intera produzione di Antonello da Messina.
Realizzata intorno al 1460-1465, la tavola misura appena 19,5 per 14,3 centimetri ed è dipinta su entrambi i lati. Sul fronte compare il primo Ecce Homo mai realizzato dall’artista. Una rappresentazione intensamente umana di Cristo sofferente, mostrato alla folla da Ponzio Pilato dopo la tortura. Il volto non è idealizzato secondo i canoni dell’iconografia tradizionale, ma mostra i segni della sofferenza fisica, coronato di spine. Il torso nudo si contorce rivelando giovinezza e vulnerabilità, mentre lo sguardo diretto coinvolge emotivamente chi osserva, creando un rapporto immediato tra immagine sacra e devoto.
Sul retro della tavola appare invece San Girolamo nel deserto, inginocchiato davanti a un libro aperto e a un calamaio, simboli della sua traduzione della Bibbia in latino. Il santo è inserito in un paesaggio poetico di rocce e specchi d’acqua, realizzato con straordinaria capacità di miniaturizzazione e realismo. L’immagine di San Girolamo presenta evidenti segni di consumo e abrasione, interpretati dagli studiosi come tracce di una devozione privata particolarmente intensa. Secondo l’ipotesi formulata da Federico Zeri, il dipinto sarebbe stato trasportato in una bisaccia di cuoio dal suo proprietario originario e ripetutamente baciato e sfregato durante le pratiche devozionali.
Un ponte tra scuole pittoriche diverse
L’Ecce Homo acquisito dallo Stato rappresenta un momento cruciale nella produzione di Antonello da Messina e testimonia il ruolo di questo artista come straordinario mediatore culturale tra diverse tradizioni pittoriche europee.
Nato in Sicilia, formatosi a Napoli e poi attivo a Venezia, Antonello ebbe un ruolo fondamentale nell’introdurre le innovazioni della pittura fiamminga nel Sud Italia e successivamente nella Serenissima. La sua padronanza della tecnica a olio gli permise di ottenere sfumature di tono e colore fino ad allora sconosciute nella pittura italiana, contribuendo a una vera rivoluzione tecnica ed espressiva.
Nel dipinto si coglie chiaramente l’influenza della scuola fiamminga, soprattutto nell’attenzione al dettaglio e nella resa luminosa del paesaggio retrostante la figura di San Girolamo. Antonello trasformò l’iconografia bizantina dell’uomo dei dolori in una rappresentazione moderna del Cristo sofferente. Tuttavia, conservò la potenza emotiva della tradizione orientale ma aggiungendovi un naturalismo e un’umanità del tutto nuovi. L’opera anticipa inoltre lo stile di Giovanni Bellini, che venne profondamente influenzato dal soggiorno veneziano di Antonello.
>Composizioni analoghe si ritrovano in dipinti belliniani come il San Girolamo leggente in un paesaggio conservato alla National Gallery di Londra e il San Francesco nel deserto della Frick Collection.
Un percorso espositivo internazionale
Negli ultimi decenni il piccolo capolavoro ha avuto una notevole visibilità pubblica, comparendo in importanti rassegne dedicate al Rinascimento italiano.
L’opera è stata esposta alle Scuderie del Quirinale di Roma, al Metropolitan Museum di New York e nella grande mostra monografica del 2019 a Palazzo Reale di Milano. Una mostra che ha segnato una tappa fondamentale negli studi su Antonello da Messina. Non si tratta quindi di una riscoperta recente emersa dal nulla, ma di un dipinto ben noto agli specialisti e oggetto di una solida fortuna critica. Tutte le altre versioni del soggetto dell’Ecce Homo realizzate da Antonello sono oggi conservate in musei pubblici di primo piano. Dal Metropolitan Museum di New York alla National Gallery di Londra, dal Louvre di Parigi a Palazzo Spinola a Genova, fino al Collegio Alberoni di Piacenza.
Resta aperto il nodo della destinazione
Completata l’acquisizione, rimane ora da sciogliere la questione della futura collocazione museale del dipinto. Tra le ipotesi più accreditate figura il Museo di Capodimonte a Napoli, scelta che avrebbe una sua logica dal punto di vista storico-artistico. La città partenopea rappresentò infatti un luogo centrale nella formazione di Antonello da Messina. Lì vi trascorse anni fondamentali del suo apprendistato, entrando in contatto con opere fiamminghe e borgognone presenti nelle collezioni napoletane.
Napoli costituiva all’epoca un crocevia culturale di primaria importanza nel Mediterraneo, dove confluivano influenze diverse che il giovane pittore siciliano seppe assimilare e rielaborare in modo originale. L’operazione di acquisto è stata resa nota dalla Fondazione Federico Zeri di Bologna, che continua a svolgere un ruolo di primo piano nello studio e nella catalogazione del patrimonio artistico italiano.
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