Sapete che cosa succede in questo anno appena iniziato? Compio cinquant’anni. Non di vita, purtroppo: di carriera.
Nel luglio del 1976 veniva pubblicato il mio primo romanzo, scritto a quattro mani con Marco Lombardo Radice, commentato in post fazione da Annalisa Usai e Giaime Pintor, firmato dai protagonisti e non dagli autori, Rocco e Antonia, non Lidia e Marco.
Il sottotitolo avrebbe scoraggiato chiunque: “Diario sessuopolitico di due adolescenti”. Sessuopolitico! Ma si può usare un aggettivo così repellente?
Il romanzetto era grazioso e parlava d’amore, d’amicizia, di curiosità, di politica , di gioventù e di sesso.
Non l’ho mai riletto anche se mi torna addosso in continuazione. Tutti me lo citano, tutti l’hanno consumato con soddisfazione, sottratto alla mamma, chiesto alla mamma, rubato dalla biblioteca scolastica, dalla libreria di casa, dallo zaino del fratello maggiore.
Tutti se lo sono portato in tasca o nascosto sotto il cuscino.
Ufficialmente ha venduto 3 milioni di copie. In realtà ne ha smerciate molte di più, perché nel dicembre dello stesso anno è stato condannato e sequestrato, sotto l’accusa di aver offeso “il comun senso del pudore in quanto il suo contenuto si concreta, sostanzialmente, nella particolareggiata e compiaciuta descrizione di rapporti etero e omosessuali nonché di atti contronatura e di autoerotismo”.
Così la Procura della Repubblica di Roma.
Questa è la prosa squisita della burocrazia dell’epoca. Dubito che sia migliorata. Certi linguaggi escludenti, certe ampollose scelte lessicali, sono di pietra. Non cambiano mai.
Ho smesso, col tempo, di chiedermi che cosa ho fatto di male per tirarmi addosso un successo così prematuro.
Ero una giovanissima donna che sbagliava volentieri.
Ma ero attenta e curiosa. Contraddittoria e combattiva.
Mi ero ficcata in testa che lo stato di cose presente andava modificato radicalmente.
Tutto. Dai rapporti di produzione alle diseguaglianze sociali passando per le relazioni famigliari, la condizione delle donne in casa e fuori di casa e, già che c’eravamo, anche le relazioni amorose. Tutti dovevano capire che il sesso non era una cosa sporca ma un piacere legittimo e reciproco, e quando non era reciproco andava rifiutato. Avete presente lo slogan di pochi mesi fa, in una piazza femminista contro la violenza sulle donne: “Se io non voglio, tu non puoi”? Ecco, siamo ancora lì.
50 anni dopo.
Non lo avrei mai immaginato.
Siamo ancora il “secondo sesso”, gli oggetti del desiderio altrui, da punire se vogliono interrompere una relazione.
Da cancellare quando invecchiano e non piacciono più al sultano.
Ai tempi di Porci con le ali, credevo che il Patriarcato avesse le ore contate.
O i mesi, o gli anni.
Ingenua? Quanto basta.
Ero impegnata in una attività politica che non discriminava il sogno e l’utopia, anzi, li manteneva in esercizio, badava che non diminuissero di intensità. Ero ottimista, perché credevo nella necessità di esserlo, anche se non mi veniva naturale (io, di mio, sarei piuttosto una saturnina, una malinconica).
Ma non avrei mai immaginato di dover vivere, da vecchia, in un mondo dominato dalla legge del più forte. Per dire la verità, non avrei mai immaginato di dover vivere “da vecchia”.
Infatti, nonostante l’età, continuo a vivere “da giovane”.
Non si tratta di andare in discoteca o di rispolverare le dismesse minigonne (anche se non ho cambiato taglia e ci tengo a segnalarlo), si tratta di continuare a credere che migliorare le condizioni di vita di tutti sia possibile e che sia doveroso, da parte di noi privilegiati, forzare il destino, aprire nuove strade, perseguire pace e dialogo.
Capire, comunicare.
E denunciare.
Si tratta di ridurre la conflittualità che sembra aver conquistato l’intero pianeta.
Certe volte mi pare di essere una sopravvissuta. I miei antichi sogni, le utopie vivificanti che hanno accompagnato tutta la mia vita, non ultima quella di invecchiare restando sensibile, indignata, armata di empatia e di determinazione, sono sempre sull’orlo della bancarotta.
Veniamo trattati da illusi, noi che sognavamo un mondo migliore. Ma, credetemi, è difficile smettere, se ti sei trastullata con quel sogno per tutta la vita.
È difficile “tirare i remi in barca” come diceva mio padre, che era tornato dal fronte africano della Seconda guerra mondiale cinico e disperato.
Io sono ben più vecchia di quanto era lui quando faceva i conti con quel fatto traumatico. Io sono nata negli Anni ’50 del secolo scorso, quando il ricordo di aver ordinato la morte (mio padre era ufficiale di fanteria, “boots on the ground”, direbbero adesso) era ancora fresco.
Se non sono diventata cinica e disperata come lui, lo devo alla letteratura, questo continuo invito all’empatia che ha riempito tutta la mia vita.
Mi hanno salvata i miei 30 romanzi?
Sì, e a 50 anni di distanza dal primo, posso dire che mi sono educata alla crudele verità, ma anche ad una insopprimibile e spesso devastante voglia di combattere contro la parte buia degli esseri umani, per far trionfare quella luminosa.
Che esiste, che deve esistere.
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