Un fenomeno europeo che vede l’Italia in cima alla classifica con un’età media di 31,8 anni
Trent’anni. È questa la soglia simbolica superata da tempo nelle statistiche europee sulla maternità. Nell’Unione europea le donne partoriscono il primo figlio a un’età media di 29,8 anni, un dato che solo dieci anni fa era inferiore di oltre dodici mesi. Un cambiamento graduale ma costante che sta ridisegnando la demografia del continente, senza mostrare segnali di rallentamento. L’età della maternità varia sensibilmente da un capo all’altro d’Europa. Così, ad esempio, in Moldavia le donne diventano madri a 24,7 anni, mentre in Italia si raggiungono i 31,8 anni. Una differenza che racconta storie diverse, priorità differenti, contesti sociali ed economici lontani tra loro.
Italia e Irlanda guidano il rinvio della maternità
Nella graduatoria al ribasso, con 31,8 anni, l’Italia si posiziona al primo posto, seguita dall’Irlanda con 31,6 anni e dalla Spagna con 31,2 anni. Tre nazioni del Sud e dell’Ovest europeo dove il percorso verso la genitorialità si è allungato notevolmente rispetto alle generazioni precedenti. Questi valori superano la media comunitaria e raccontano realtà dove la stabilità economica rimane un miraggio per molti giovani. Contratti a tempo determinato, carriere che richiedono anni prima di consolidarsi, costi abitativi che divorano gli stipendi: sono questi i fattori che spingono le coppie a rimandare.
I record positivi dell’Est Europeo
Sul fronte opposto della classifica troviamo i Paesi dell’Est europeo. Bulgaria e Romania registrano età medie decisamente inferiori: 26,9 e 27,1 anni rispettivamente. In queste nazioni permangono modelli culturali più tradizionali, dove la maternità precoce conserva un valore sociale importante. Tuttavia, anche in questi contesti si osserva un graduale innalzamento dell’età media, segno che il fenomeno sta investendo l’intero continente.
I prerequisiti della genitorialità moderna
Cosa cercano gli europei prima di diventare genitori? Completare gli studi rappresenta il primo gradino: lauree, master, specializzazioni che si protraggono ben oltre i venticinque anni. Poi arriva la ricerca della stabilità economica, un orizzonte che per molti giovani sembra allontanarsi invece di avvicinarsi. Anche le relazioni sentimentali seguono ritmi diversi rispetto al passato. Le coppie impiegano più tempo prima di consolidare il proprio legame, sperimentano convivenze prolungate, valutano attentamente la solidità del rapporto prima di compiere il grande passo. La decisione di avere un figlio non avviene più automaticamente dopo il matrimonio, ma diventa il risultato di una pianificazione accurata che tiene conto di molteplici variabili.
Quando posticipare non significa rinunciare
Danimarca, Germania, Irlanda, Cipro, Paesi Bassi, Portogallo, Svezia, Liechtenstein e Norvegia dimostrano che rimandare la genitorialità non equivale necessariamente a rinunciarvi. In queste nazioni esistono politiche familiari robuste, sistemi di welfare che supportano concretamente le famiglie, servizi per l’infanzia accessibili ed efficienti. Quando le condizioni esterne sono favorevoli, le coppie riescono a realizzare il proprio desiderio di maternità anche se partono più tardi. Il problema non è tanto l’età in sé, quanto la mancanza di supporti adeguati che permettano di conciliare lavoro e famiglia. Le donne dell’Europa orientale e centrale tendono a diventare madri tra la metà e la fine dei vent’anni, mentre in Europa occidentale e meridionale prevale la scelta di aspettare fino ai primi trent’anni. Differenze che affondano le radici in tradizioni culturali stratificate nei secoli, ma che stanno progressivamente sfumando.
Le conseguenze sulla fertilità biologica
Rimandare la genitorialità aumenta significativamente il rischio di problemi di fertilità. Quando si sentono pronti dal punto di vista economico e psicologico, molti europei scoprono di non riuscire ad avere tanti figli quanti ne avrebbero desiderati. Questo fenomeno contribuisce a spiegare l’aumento esponenziale dei trattamenti di fertilità registrato in tutta Europa negli ultimi anni. Nel 2021 sono stati effettuati oltre 1,1 milioni di cicli di trattamento in quasi 1.400 cliniche specializzate. Numeri che raccontano storie di coppie disposte ad affrontare percorsi medici complessi e costosi pur di realizzare il sogno di diventare genitori.
L’invecchiamento demografico spinge sulla maternità
L’insieme di questi fattori sta generando un circolo vizioso. L’invecchiamento della popolazione femminile in età fertile, conseguenza diretta delle basse nascite delle generazioni precedenti, restringe ulteriormente il bacino demografico potenziale. Ogni anno che passa ci sono meno donne in età riproduttiva, il che rende ancora più difficile invertire la tendenza. Questo scenario sovraccarica progressivamente i sistemi pensionistici e sanitari. Con meno giovani che entrano nel mercato del lavoro e sostengono il welfare, i conti pubblici soffrono tensioni crescenti. Alcuni Paesi, come Francia e Svezia, hanno implementato politiche familiari generose che hanno attenuato parzialmente il problema, ma non sono riuscite a invertire completamente la rotta. La sfida demografica europea non riguarda solo l’età della maternità o i tassi di fecondità. È una questione che intreccia sostenibilità economica, coesione sociale, modelli culturali e ignorarla significherebbe condannare le prossime generazioni a gestire squilibri demografici ancora più severi di quelli attuali.
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