Gli azzurri eliminati ai rigori dalla Bosnia a Zenica. Dal 2014 l’Italia non gioca una Coppa del Mondo: dodici anni di assenza che pesano sul calcio, sull’economia e sull’identità sportiva del Paese.
il copione si ripete, una notte di marzo a Zenica
Gennaro Gattuso aveva gli occhi lucidi mentre la Bosnia festeggiava. E l’Italia, ancora una volta, guardava da fuori. La finale playoff per i Mondiali 2026 si è conclusa con un pareggio per 1-1 dopo i tempi supplementari, poi i rigori hanno fatto il resto: gli errori di Pio Esposito e Bryan Cristante hanno chiuso la porta. Fuori per la terza volta consecutiva. Dal 2014 la Nazionale azzurra partecipa a una fase finale della Coppa del Mondo, e da allora è un lungo elenco di notti storte, spareggi persi, qualificazioni mancate per un soffio o per una disfatta aperta.
Prima la Svezia nel 2017, poi la Macedonia del Nord nel 2022 con quel gol di Trajkovski al 92′, adesso la Bosnia a Zenica in un freddo di fine marzo che nessun azzurro dimenticherà in fretta. Il ct Gattuso ha detto che i ragazzi lo hanno impressionato per il cuore che ci hanno messo: ma il problema non è il cuore. È altro, ed è più profondo.
Il ranking che scende, gli alibi finiti
Per capire come si è arrivati qui, bisogna fare un passo indietro; anzi, molti. Il declino del ranking FIFA dell’Italia si traduce in gironi di qualificazione sempre più complicati, avversarie sempre meno abbordabili.
In questo percorso verso il 2026 gli azzurri hanno trovato una Norvegia che, pur assente dai Mondiali dal 1998, ha saputo costruire attorno a Erling Haaland la miglior generazione della sua storia. La partita decisiva è arrivata presto: a Oslo, con un netto 3-0 che ha di fatto chiuso i giochi ancor prima della fine del girone. Poi il 4-1 sempre contro i norvegesi nell’ultima giornata, mentre l’Italia arrivava allo scontro diretto già consapevole di dover sperare in qualcosa che non dipendeva da lei. Era la penultima panchina di Luciano Spalletti, prima dell’esonero in un clima surreale, con la pantomima della partita con la Moldova a Reggio Emilia giocata con un ct “già salutato”.
Prima ancora, il trauma dell’Europeo in Germania, la sconfitta umiliante con la Svizzera agli ottavi, una delle prestazioni più opache di sempre. Gattuso ha ereditato una situazione difficile, con appena otto partite a disposizione per rimettere insieme i pezzi. Non ci è riuscito, ma sarebbe ingeneroso caricarlo delle responsabilità di un sistema che cedeva da molto prima.
Gravina non si dimette
Nella conferenza stampa di Zenica, Gabriele Gravina ha fatto i complimenti a Gattuso e ai giocatori, poi ha parlato chiaro: «La responsabilità oggettiva è mia, perché rappresento la federazione. Ma ci sono riflessioni che non devono intaccare il lavoro e la dignità di chi in questi mesi ha profuso energie».
Niente dimissioni. Alla politica, che le ha chieste a caldo, ha risposto senza giri di parole: «Anche la politica deve fare la sua parte. Siamo ingessati da un blocco di normative e regole che ti impediscono di adottare certe scelte». Ha citato lo sci come esempio di «sport di Stato» che può permettersi margini di manovra preclusi al calcio professionistico, e ha rilanciato: «Bisogna ridisegnare il calcio. Si parla della Figc come dell’unico attore, quando invece la federazione fa sintesi. Ci sono le leghe, ci sono i club».
Federico Mollicone, presidente della Commissione Sport della Camera, ha annunciato che chiederà l’audizione del numero uno federale, richiamando i poteri di vigilanza del Parlamento. La sua osservazione è stata netta: «L’ultima volta che l’Italia ha partecipato alla fase finale è stato nel 2014. Praticamente due generazioni di ragazzi italiani non hanno mai visto la propria nazionale giocare ai Mondiali».
Gigi Buffon, capo delegazione azzurro, ha dichiarato: «Fino a giugno è corretto dare la disponibilità alla federazione», aggiungendo però che «aver mancato la qualificazione fa male e in questo momento rischia di far ragionare in maniera contorta». Leonardo Spinazzola, visibilmente provato, ha detto: «Ancora non ci credo che siamo usciti in questo modo. È un grande dispiacere per tutti noi, per il gruppo, per tutti i bambini e gli italiani che non vedranno un altro Mondiale».
Il conto economico di una mancata qualificazione
Il danno sportivo è evidente. Quello economico lo è altrettanto, forse di più. La sola partecipazione alla fase finale avrebbe garantito alla Figc circa 9 milioni di euro dalla Fifa come quota base. Ma è l’indotto che pesa di più: sponsor che ridimensionano gli investimenti, campagne pubblicitarie che non partono, accordi commerciali che perdono valore. La Nazionale smette di essere un prodotto internazionale e torna a essere un evento domestico, con tutto ciò che significa in termini di attrattività e ricavi. Il sistema televisivo subisce un contraccolpo diretto: senza l’Italia in campo, l’audience cala, il valore dei diritti si assottiglia, gli inserzionisti guardano altrove.
E mentre il calcio azzurro perde centralità, gli altri grandi Paesi europei continuano a consolidare la propria presenza, ad attrarre investimenti, a costruire brand calcistici sempre più solidi. Il divario non si chiude: si allarga.
Una generazione senza “notti magiche”
Dal 2014 a oggi sono nati e cresciuti ragazzi che non hanno mai vissuto un Mondiale con la maglia azzurra in campo. Niente famiglie davanti alla televisione, niente piazze che esplodono per un gol, niente di quell’identificazione collettiva che passa di padre in figlio e che ha costruito la cultura calcistica di un Paese intero. I padri raccontano Berlino 2006, i nonni ricordano ancora la Spagna del 1982. Sono racconti vivi, condivisi, capaci di attraversare decenni. Ma per la prima volta manca un equivalente recente da aggiungere alla catena. E quando quella catena si interrompe, quello che resta non è tradizione. È nostalgia.
I ragazzi continuano a seguire il calcio, ma in modo diverso: più distaccato, più frammentato, orientato verso i grandi club europei e le star internazionali. La Nazionale rischia di diventare qualcosa di astratto, una presenza intermittente che non coincide più con i momenti che davvero contano.
Cosa resta da fare
La Figc si trova ora davanti a scelte che non si possono rimandare ancora. Non solo sul commissario tecnico ma sull’intera struttura: settori giovanili, formazione tecnica, rapporto tra club e federazione, politiche di sviluppo del talento. Gravina ha ragione quando dice che il problema è sistemico e che non si risolve da soli. Ma ha torto se pensa che questa consapevolezza sia sufficiente a guadagnare altro tempo.
Tre esclusioni consecutive dal Mondiale non sono un incidente di percorso. Sono la fotografia di qualcosa che non funziona più. E riconoscerlo, questa volta, non può essere il punto di arrivo.
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