Il professor David Sinclair annuncia l’avvio imminente di trial clinici sull’uomo per testare terapie di riprogrammazione epigenetica. La ricerca punta a trattare l’invecchiamento come una condizione medica curabile.
Una rivoluzione scientifica alle porte
L’invecchiamento potrebbe presto cessare di essere considerato un destino ineluttabile dell’esistenza umana. Secondo il professor David Sinclair, genetista presso il Blavatnik Institute della Harvard Medical School, la scienza sta per compiere un passo decisivo verso il controllo del processo di invecchiamento biologico.
Durante il suo intervento al World Governments Summit di Dubai, tenutosi all’inizio di febbraio, Sinclair ha delineato uno scenario in cui la medicina moderna, così come la conosciamo oggi, potrebbe apparire obsoleta nel giro di 10-20 anni.
La trasformazione in corso, ha sostenuto il ricercatore, rappresenterebbe il più significativo progresso sanitario dai tempi della scoperta dell’acqua pulita e dei vaccini.
La prospettiva è quella di passare da un approccio che cura le malattie a uno che previene e inverte l’invecchiamento stesso, affrontandolo come una vera e propria patologia trattabile.
Obiettivo: cambiare prospettiva
Per decenni la comunità scientifica ha trascurato lo studio dell’invecchiamento, accettandolo come parte naturale e immutabile della vita. Sinclair propone invece un cambio radicale di paradigma. L’invecchiamento, nella sua visione, va riconosciuto come una condizione medica sempre più trattabile attraverso le biotecnologie.
La maggior parte delle malattie legate all’età si manifesta contemporaneamente nel corso della vita. Arrivati a 80 anni, più della metà della popolazione convive con almeno cinque patologie croniche. Questo quadro clinico complesso dimostra come il focus tradizionale sulla cura delle singole malattie sia un approccio limitato.
Concentrarsi esclusivamente sul cancro, per esempio, porterebbe benefici marginali: eliminare completamente tutti i tipi di tumore aumenterebbe l’aspettativa di vita media di appena due anni e mezzo, perché altre patologie continuerebbero comunque a svilupparsi. La strategia proposta da Sinclair è differente e più ambiziosa: agire direttamente sulla causa principale che sta alla base di molte malattie gravi.
La riprogrammazione epigenetica: come funziona
La ricerca condotta dal team di Sinclair si concentra sul rallentamento o l’inversione del processo di invecchiamento attraverso la riprogrammazione epigenetica.
Il punto di partenza è una scoperta fondamentale: l’invecchiamento non deriva da danni irreversibili al DNA, ma da modifiche chimiche che alterano il modo in cui le cellule leggono e utilizzano l’informazione genetica. Sinclair ha utilizzato una metafora efficace per spiegare il concetto: il DNA contiene la “musica” originale della giovinezza, ma nel tempo questa musica diventa disturbata, come un CD graffiato. Gli scienziati hanno però trovato il modo di “lucidare” il sistema biologico e ripristinare la funzionalità cellulare. La tecnica sviluppata utilizza versioni modificate dei geni Yamanaka, un insieme di fattori genetici noti per la loro capacità di riprogrammare le cellule.
I risultati ottenuti sui tessuti animali sono stati sorprendenti: il team è riuscito a invertire l’invecchiamento fino al 75 per cento nel giro di poche settimane. Il metodo ha già dimostrato la sua efficacia nel ripristinare la vista in modelli animali affetti da cecità. La Food and Drug Administration statunitense ha recentemente approvato il primo trial clinico di terapia di riprogrammazione epigenetica sull’uomo, inizialmente focalizzato su patologie oculari come il glaucoma, con possibili applicazioni future estese all’intero organismo.
Implicazioni economiche e sociali della longevità
Al di là dei benefici per la salute individuale, Sinclair ha evidenziato le enormi ricadute economiche che deriverebbero dal rallentamento dell’invecchiamento. Negli Stati Uniti, estendere di un solo anno la vita in salute della popolazione potrebbe generare un valore economico stimato in 38 trilioni di dollari, grazie all’aumento della produttività lavorativa. Il ricercatore ha inoltre collegato questi sviluppi alle sfide demografiche globali, in particolare al calo dei tassi di fertilità che sta riducendo progressivamente il numero di lavoratori disponibili. Di fronte a questo scenario, Sinclair identifica due possibili soluzioni. Sostituire i lavoratori con robot oppure mantenerli in vita e in salute più a lungo. La sua posizione è netta: la produttività umana resta la nostra risorsa più preziosa.
L’avvio dei trial clinici sull’uomo, previsto a breve, rappresenta quindi una svolta storica. Per la prima volta nella storia, la scienza si prepara a testare se sia effettivamente possibile invertire l’invecchiamento e curare le malattie che ne derivano. Secondo Sinclair, le prime evidenze di successo potrebbero emergere nel giro di pochi mesi, segnando potenzialmente l’inizio di una nuova era medica interamente focalizzata sull’estensione della vita.
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