Il cantautore più trasgressivo e divertente degli anni ‘80/’90 torna con un megaprogetto: un libro illustrato di grande formato, con allegati quattro cd e un dvd
«Non mi sento vecchio, anche se lo sono. Sono più vecchio di papa Leone XIV, che ha due anni meno di me.» Ivan Cattaneo lo dice sfoderando il suo sorriso accattivante e simpatico. Il cantautore bergamasco vanta quasi cinquant’anni di attività, visto che debuttò nel 1965 con l’album Uoaei («su Internet si vende a più di 700 euro») e che conquistò il grande pubblico dapprima con il singolo Polisex e l’album Urlo del 1980 e poi con il revival anni Sessanta rivisto in chiave ska e nu-beat negli LP 2060 Italian Graffiati (che conteneva l’iconica Una zebra a pois) e Bandiera gialla.
Tra i primi a creare patchwork sonori
Sempre attento alla ricerca e all’invenzione di nuove sonorità, è stato tra i primi a creare patchwork sonori tra elettronica, dance, pop, cui univa testi fatti di giochi di parole e di provocazioni, sempre pungenti e sarcastici, e una spettacolarizzazione visiva che prendeva dal teatro d’avanguardia e dalla sua vena di pittore post-espressionista. La sua produzione discografica originale ha però visto numerose pause: dopo Ivan il Terribile del 1982, ha inciso solo Il cuore è nudo… e i pesci cantano dieci anni dopo e Luna presente nel 2005.
Oggi riempie quel vuoto con un megaprogetto intitolato Due.I e composto da un volume di grande formato di 304 pagine, pieno di immagini e diviso in due parti che iniziano da ciascuna copertina, accompagnato da quattro cd e un dvd, venduto alla cifra (modica, considerato il contenuto) di 50 euro.
«Ho chiamato il libro Due.I per dare un po’ di ordine. Non volevo dare più importanza a una parte del libro rispetto all’altra. Il titolo doveva riprenderle tutte e due. Ha anche un valore simbolico, indica il mio ricominciare la carriera per la seconda volta e sono due facce diverse della stessa medaglia.
La parte Titanic-Orkestra è più compatta, con un romanzo e personaggi che, invece di raccontarsi come quelli dell’Antologia di Spoon River, vengono narrati da Cat-Ivan, un mio alter ego di cento anni fa, che è il cantante dell’orchestra. Ci sono dei tipi strampalati, che si muovono su questo palcoscenico navigante e che vengono presentati anche nelle canzoni, in una storia con un finale assurdo che però fa capire tutto.
Poi giri il libro e ci sono i cinquant’anni della mia carriera e delle mie cose, quadri, aneddoti, ricordi, aforismi, grafiche, critiche ricevute, celebrati da me. L’ho chiamato Un mammifero che canta per una sorta di presa in giro di me stesso, perché non sono solo un cantante, scrivo, dipingo, faccio mille cose. Fare il cantante oggi non ha più nessun senso. Cantano tutti abbastanza bene, a cominciare dai talent, ma cantano tutti la stessa canzone. Come diceva il critico Mario Luzzatto Fegiz: “sono tutti inutilmente bravi”. Se nella musica, oltre alla voce, non metti il tuo mondo creativo, non vai da nessuna parte. Altrimenti non si giustificherebbero personaggi come Madonna, che non è che abbia questa gran voce. O Francesco Guccini, o Jovanotti, che ci hanno messo molto del loro.»
Qual è oggi il compito un artista della tua generazione nei confronti dei colleghi più giovani e del pubblico delle ultime generazioni?
«La domanda è bellissima, ma la parola “compito” non mi piace, perché mi affiderebbe delle grandi responsabilità che non credo di avere. Neanche allora e tantomeno adesso. Ognuno deve essere maestro a sé stesso, fare la sua strada, i propri sbagli.
Avrei molta gratificazione se un giovane mi scoprisse, perché quelli della mia età è più facile si aspettino da me anche un progetto molto strano. Però un ragazzino che legge e che guarda questo libro, non solo la parte musicale che può piacergli o no, perché magari ha altri gusti, anche se tra gli arrangiatori c’è anche Dardust, quello di Mahmood e tanti altri, può essere interessato alla storia e al progetto. Il romanzo, che non è affatto lungo, è suddiviso in capitoli brevi, ognuno titolato, in modo da essere più fruibile anche da chi non legge molto.»
C’è proprio così tanta differenza tra il panorama artistico di oggi e quello di mezzo secolo fa, quando tu debuttavi?
«Non so bene come risponderti. Secondo me oggi sono molto più curati, sono più appoggiati, c’è più organizzazione che li sostiene. Guarda anche nei look: un Achille Lauro ha dietro Gucci e Prada. Però poi si perde l’artista, perché cosa fanno veramente? Scrivono loro le canzoni? Ho visto a Sanremo pezzi scritti da nove autori, io al massimo ero abituato a tre, quattro. Però nove autori e poi quelli che gli fanno gli abiti, quelli che li truccano…
Io sono abituato agli artisti come me o come Renato Zero che facevamo tutto da soli nei camerini. Anche perché ci piaceva farlo da soli, era la nostra creatività che usciva, esattamente come per la musica. Loro come musica cos’hanno? La generazione dei ragazzini di oggi, per bravi che siano, si illudono di fare musica d’avanguardia, mentre stanno giocando con quella dei loro nonni, perché il rap l’ha inventato Grandmaster Flash nel 1975, Adriano Celentano nel 1978 faceva Prisencolinensinainciusol, io nel 1982 ho fatto un rap che si chiamava Italian Sleep.
Non stanno facendo niente di nuovo. Non so che colpe dare, anche perché non mi fido molto nei giudizi. Mi ricordo mio padre che un giorno, mentre guardavo i Beatles in televisione per i quali impazzivo, mi disse «quelli non dureranno nemmeno due mesi», invece sono alla base della cultura di oggi. Non vorrei essere come mio padre e pensare da vecchio, quindi ho molta paura a dare giudizi sui giovani».
Questo ponderoso scrigno multimediale ti lascia appagato? Senti di poter dire “finalmente lascio qualcosa di me che resterà”?
«Sì e no. Io l’ho chiamato “il mio testamento”, più che altro per dire che non farò mai più una cosa del genere. È impossibile. Ho già delle idee sul dopo: voglio fare un libro molto più ridotto sul sesso e l’amore, che sembra un tema così cretino e retorico, ma voglio affrontarlo da un punto di vista molto particolare, con otto/dieci brani in un dvd con i relativi video, perché voglio giocare con i quadri. Due.I rimarrà una cosa unica. Non solo per me, credo che in Italia nessuno abbia fatto qualcosa di simile.»
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