La morte dell’ayatollah apre una partita politica senza precedenti a Teheran. Ecco chi potrebbe raccogliere l’eredità
La notizia ha fatto il giro del mondo in poche ore: i media di Stato iraniani hanno confermato la morte dell’ayatollah Ali Khamenei, colpito dai raid congiunti condotti da Stati Uniti e Israele. Con lui scompare una figura che ha tenuto le redini di uno dei regimi più complessi e controversi del pianeta per oltre trent’anni. E ora la domanda che tutti si pongono è una sola: chi sarà il successore di Khamenei? La risposta non è semplice. L’Iran non è una monarchia in cui il figlio eredita automaticamente il trono, né come una democrazia. La scelta spetta all’Assemblea degli Esperti, composta da 88 alti religiosi eletti, che ha il compito di individuare la nuova Guida suprema secondo criteri teologici, politici e di opportunità strategica.
Le ultime volontà di Khamenei
Secondo quanto riferisce la CNN, Khamenei aveva predisposto una serie di disposizioni operative da attivare in caso di sua morte. La gestione del Paese, almeno nella fase di transizione, sarebbe affidata ad Ali Larijani, capo del Consiglio per la Sicurezza nazionale. Una scelta che ridimensionerebbe di fatto il ruolo del presidente Masoud Pezeshkian, figura di facciata in un sistema in cui il vero potere non è mai stato nelle mani del governo eletto. Sempre l’emittente televisiva statunitense ha poi provato ad ipotizzare chi altri potrebbe in realtà succedere al vecchio ayatollah, tracciando i profili dei più probabili successori.
Un figlio che non può ereditare
Tra i candidati più discussi come successore di Khamenei c’è il nome di Mojtaba, 56 anni, secondo figlio della Guida suprema scomparsa. Mojtaba è considerato un personaggio di notevole peso: ha costruito nel tempo relazioni solide con i Guardiani della Rivoluzione, l’Irgc, e con il Basij, la forza paramilitare volontaria che rappresenta uno dei pilastri del regime. Eppure la sua candidatura si scontra con due ostacoli difficili da superare. Il primo è di natura culturale e religiosa: una successione padre-figlio non è mai stata ben vista nell’establishment clericale sciita, che teme trasformazioni in senso dinastico. Il secondo è più concreto: Mojtaba non è un alto religioso e non ricopre alcun incarico ufficiale nell’architettura del potere iraniano. Un profilo informale, dunque, per quanto influente.
I volti dell’establishment clericale
Più radicato nelle istituzioni è Alireza Arafi, 67 anni. Uomo di fiducia di Khamenei, siede come vicepresidente dell’Assemblea degli Esperti, in passato ha fatto parte del Consiglio dei Guardiani, che filtra i candidati alle elezioni e valuta la conformità delle leggi alla sharia. Oggi guida il sistema dei seminari iraniani, una posizione centrale nella formazione del clero. Il suo limite sta nel non avere legami stretti con l’apparato di sicurezza e nel non essere considerato un peso massimo della scena politica. Tutt’altro carattere ha Mohammad Mehdi Mirbagheri, 60 anni, membro dell’Assemblea degli Esperti e rappresentante dell’ala più intransigente del clero. Contrario all’Occidente, convinto che un conflitto tra credenti e infedeli sia non solo possibile ma inevitabile. Dirige l’Accademia delle Scienze islamiche nella città santa di Qom. Una figura che, qualora salisse al potere, spingerebbe l’Iran verso posizioni ancora più rigide sul piano ideologico.
Il nipote del fondatore
C’è poi Hassan Khomeini, 50 anni, nipote dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, padre della Rivoluzione islamica del 1979. La sua legittimità religiosa e rivoluzionaria è fuori discussione, eppure Hassan non ha mai ricoperto incarichi pubblici di rilievo, e la sua influenza sull’apparato di sicurezza appare limitata. Completa il quadro Hashem Hosseini Bushehri, tra i 60 e i 70 anni, alto religioso con legami profondi nelle istituzioni che governano proprio la scelta del successore di Khamenei. È primo vicepresidente dell’Assemblea degli Esperti, è stato vicino alla Guida suprema scomparsa, ma mantiene un profilo volutamente basso. Non ha legami forti con i Guardiani della Rivoluzione, il che lo rende una figura di mediazione più che di comando.
Una voce dall’esilio
In mezzo a questa partita si fa sentire anche Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, in esilio da decenni e che rappresenta l’opposizione monarchica al regime. «Con la morte dell’ayatollah, ha dichiarato, la Repubblica islamica è di fatto giunta al termine e sarà presto relegata nella pattumiera della storia». Pahlavi ha invitato le forze di sicurezza iraniane a unirsi a una possibile transizione democratica, auspicando che nessun successore di Khamenei venga nominato e che si apra invece una nuova stagione per il Paese. Parole destinate a rimanere inascoltate dall’establishment di Teheran, ma che fotografano l’ampiezza del vuoto che si è aperto. Chi guiderà l’Iran del dopo-Khamenei lo decideranno 88 religiosi, lontano dagli occhi del mondo. Ma il risultato di quella scelta riguarderà tutti noi.
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