Alcuni ultraottantenni hanno una memoria invidiabile. Per gli scienziati i loro cervelli producono il doppio dei neuroni rispetto ai coetanei
Avere ottant’anni e ricordare perfettamente la cena di tre sere prima, non dimenticare mai un appuntamento e chiudere speditamente un cruciverba. Per molti è un sogno, per alcuni è la realtà. Li chiamano super ager, un termine che in inglese significa “super-invecchianti” e che calza a pennello: sono ultraottantenni con una memoria e una lucidità mentale da far invidia a persone con la metà dei loro anni. La scienza si è sempre chiesta quale sia il loro segreto. Ora uno studio condotto da tre università americane (UIC, Northwestern e University of Washington) ha la risposta. I ricercatori hanno esaminato 38 cervelli donati alla scienza, analizzando quasi 356.000 cellule dell’ippocampo, la regione cerebrale che funge da centrale operativa della memoria. Il risultato? Il cervello dei super ager continua a produrre nuovi neuroni in quantità doppia rispetto ai coetanei sani, e due volte e mezzo in più rispetto a chi è colpito dall’Alzheimer.
Il cantiere sempre aperto della memoria
La ricerca ha portato una conferma importante: il cervello adulto è capace di generare nuovi neuroni. E non solo: nei superager questo processo risulta particolarmente vivace, mentre nei pazienti colpiti dall’Alzheimer appare invece fortemente compromesso. Per arrivare a queste conclusioni, il team di scienziati ha esaminato tessuto cerebrale proveniente da donatori con ottant’anni o più, distribuiti in cinque categorie: adulti giovani in buona salute, anziani sani, anziani con capacità mnemoniche eccezionali (i superager), persone alle prese con un declino cognitivo lieve o nelle fasi iniziali della demenza, e infine pazienti con Alzheimer conclamato. L’attenzione dei ricercatori si è concentrata sull’ippocampo — la struttura cerebrale che presiede alla memoria — dove hanno cercato le tracce di una neurogenesi in corso. Nel mirino, tre tipi di cellule: le cellule staminali, veri e propri mattoni ancora grezzi con il potenziale di trasformarsi in neuroni; i neuroblasti, cellule staminali già avviate lungo quel percorso di trasformazione; e infine i neuroni immaturi, ormai prossimi a diventare pienamente operativi. In pratica «è come se avessero cercato tre stadi della neurogenesi adulta: neonato, bambino piccolo e teenager» ha spiegato Orly Lazarov, prima autrice dello studio. «Sono tutti segni del fatto che questi ippocampi stanno facendo crescere nuovi neuroni».
La firma della resilienza
La neuroscienziata Orly Lazarov parla di una “firma della resilienza”. I super ager avevano una produzione di neuroni doppia rispetto agli altri anziani sani. Ma non è solo questione di quantità. I ricercatori hanno scoperto che i nuovi neuroni dei super ager avevano un profilo epigenetico unico, diverso sia da quello dei giovani che da quello degli anziani normali. Significa che non si tratta di un semplice ritorno alla giovinezza, ma di una strategia adattiva specifica per invecchiare bene. In particolare, queste cellule mostravano una maggiore attività dei geni legati alla plasticità sinaptica e al BDNF, una proteina fondamentale per la sopravvivenza e la crescita dei neuroni. Al contrario dei cervelli con segni di Alzheimer che contenevano ancora molte cellule staminali, ma queste non riuscivano a trasformarsi in neuroni maturi. Il processo si bloccava a metà. E anche nei cervelli con i primi segni preclinici di declino cognitivo la neurogenesi era già in difficoltà.
Nuove prospettive sull’invecchiamento
Forse, ammettono i ricercatori, la storia che il declino cognitivo è inevitabile e che il cervello non può produrre nuovi neuroni non è vera. Per capire l’importanza di questa scoperta, spiegano, bisogna immaginare il cervello non come un computer con pezzi di ricambio originali deperibili ma come un giardino che può far nascere nuovi fiori se il terreno è buono e qualcuno lo cura. I super ager dimostrano che invecchiando si può continuare a far sbocciare nuovi neuroni, e questo mantiene il giardino della memoria rigoglioso. Ma la notizia più interessante è un’altra. Se riusciamo a capire perché i super ager hanno questa capacità innata e come fanno i loro neuroni a essere più resistenti, potremmo imparare a stimolarla anche in chi non ce l’ha. “Determinare perché alcuni cervelli invecchiano più sani di altri può aiutare i ricercatori a sviluppare terapie per l’invecchiamento sano, la resilienza cognitiva e la prevenzione dell’Alzheimer”, spiega Lazarov.
Prospettive per i futuro
Lo studio non dice ancora come fare per diventare super ager, ma indica una direzione precisa su dove cercare. I ricercatori stanno ora indagando i segnali molecolari che attivano questi programmi genetici di resilienza. Intanto, c’è un messaggio che i ricercatori vogliono condividere con il pubblico. “Sapere che esiste un processo neurogenico attivo anche a ottant’anni – che il nostro cervello ha una straordinaria capacità rigenerativa che persiste nella vecchiaia – è un’informazione molto importante da condividere con i pazienti”. Perché forse il declino cognitivo non è un destino segnato. Forse, come dice Lazarov, “i cervelli sono capaci di resilienza, e se riuscissimo a capire meglio quei cervelli, potremmo potenzialmente prevenire il declino cognitivo”.
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