La Commissione Moro restituisce nuove carte mai pubblicate prima che riaprono i 55 giorni più bui della Repubblica
Giovedì 16 marzo 1978, mentre alla Camera sta per prendere il via la cerimonia di insediamento del quarto governo Andreotti, le Brigate Rosse mettono in scena il rapimento di Aldo Moro. Uno dei fatti storici più drammatici e controversi dell’Italia repubblicana. In meno di due minuti uccidono gli uomini della scorta: Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi. Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana e artefice del compromesso storico con il PC di Berlinguer, è trascinato via su una Fiat 132. Oggi, 48 anni dopo, vengono alla luce nuove carte. Dal sito dell’Archivio storico della Camera dei deputati sono state rese accessibili nuove pagine di documenti desecretati, frutto del lavoro condotto durante la XVII legislatura dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro. Una mole impressionante di materiale che comprende atti giudiziari, note del Sisde, relazioni di consulenti e verbali di audizioni, per ripercorrere quelle settimane drammatiche con strumenti fino a ieri sconosciuti.
Le lettere dal carcere del popolo
Il sequestro Moro divide il Paese. Da una parte i sostenitori della linea della fermezza, contrari a legittimare la violenza come strumento politico. Dall’altra quanti, dalla famiglia a Bettino Craxi, ritengono che la vita di un uomo non sia sacrificabile sull’altare dei princìpi. Le Brigate Rosse, nel primo dei nove comunicati diffusi, definiscono Moro «il gerarca più autorevole, il teorico, il padrino politico, nonché lo stratega indiscusso di questo regime democristiano». Nel corso della detenzione, lo statista scrive ottantasei lettere. Le prime, indirizzate alla moglie Eleonora e ad alcuni esponenti del partito, lasciano ancora spazio alla speranza. «Io sono qui in discreta salute», confidava alla prima, mentre al ministro dell’Interno Francesco Cossiga spiegava di trovarsi «sotto un dominio pieno e incontrollato». Quando i vertici democristiani mettono in dubbio l’autenticità delle missive, suggerendo che potessero essere state scritte sotto dettatura o manipolate, la moglie interviene pubblicamente per rivendicarne la paternità, esortando i dirigenti DC a fare «ciò che dovete fare». Lo stesso Moro scrisse ai suoi compagni che il suo sangue «ricadrà su di loro».
L’appello ‘in ginocchio’ del Papa
Il 22 aprile Papa Paolo VI interviene pubblicamente con un appello ai brigatisti, supplicandoli «in ginocchio» di liberare Moro «senza condizioni». Ma le sue parole non hanno effetto. Lo stesso Moro, in una lettera indirizzata alla moglie, liquida l’intervento papale con amarezza: «Il Papa ha fatto pochino: forse ne avrà scrupolo». A rendere più complessa la vicenda, la presenza, nei comitati di crisi istituiti da Cossiga, di un gruppo di esperti psichiatri e criminologi che in seguito sarebbero risultati iscritti alla loggia massonica P2. Un dettaglio che alimenta sospetti e teorie cospirative, gettando ombre sulla gestione dell’emergenza e sulla reale volontà di alcune istituzioni di giungere a una soluzione positiva del sequestro. Il 25 aprile l’ultimatum: la liberazione di tredici detenuti politici in cambio della vita di Moro. Una richiesta che il governo Andreotti respinge categoricamente. Due giorni dopo le BR annunciano: «Concludiamo quindi la battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza a cui Moro è stato condannato».
Quel corpo nel bagagliaio
La mattina del 9 maggio 1978 squilla il telefono dell’avvocato Franco Tritto. Dall’altra parte il brigatista Valerio Morucci comunica freddamente che il corpo di Aldo Moro si trova nel bagagliaio di una Renault 4 rossa in via Caetani, a metà strada tra le sedi della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista. Un luogo simbolico, scelto con cura per rappresentare la fine di un’idea politica e la sconfitta di un’intera classe dirigente. Francesco Cossiga va dal presidente della Repubblica Giovanni Leone presentando le dimissioni. Il giorno successivo si svolsero i funerali di Stato, segnati da polemiche e contrasti. La famiglia Moro, ferita e isolata, decise di non partecipare alla cerimonia ufficiale, scegliendo una sepoltura privata a Torrita Tiberina. Comincia una stagione di misteri irrisolti, depistaggi sospettati, connivenze mai del tutto chiarite. Il rapimento Aldo Moro è rimasto per decenni uno specchio opaco in cui l’Italia ha faticato a riconoscersi.
I documenti desecretati della Commissione Moro
La storia del rapimento Aldo Moro è una ferita ancora aperta nella memoria collettiva italiana, un nodo che intreccia politica, violenza, ragion di Stato e dolore privatoA inizio 2026 l’Archivio storico della Camera si è arricchito con circa 18.600 notizie riguardanti direttamente la Commissione Moro (XVII legislatura) che vanno ad aggiungersi ai 992 documenti già consultabili. Gli archivi digitali si sono ampliati con 64 nuovi documenti e 3 resoconti che gettano luce sugli angoli più oscuri di quei 55 giorni. Una mole di informazioni che riguarda atti giudiziari riservati, note interne del Sisde, relazioni di consulenti e verbali di audizioni che erano rimasti finora secretati. Materiali che provengono da fonti esterne alla Commissione, come ministeri e forze dell’ordine, e che raccontano le indagini, la gestione dell’emergenza e le ricerche serrate condotte all’epoca per cercare di salvare lo statista democristiano. Tutta questa documentazione è disponibile online, nella sezione dedicata del portale della Camera, a disposizione di quanti vogliano comprendere cosa accadde davvero in quei giorni drammatici.
Credit foto: wjarek/Shutterstock.com
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