La storica istituzione minaccia un’azione legale per ottenere i fondi necessari alla sua sopravvivenza
Il museo di Van Gogh di Amsterdam, tempio dell’arte mondiale che custodisce la più vasta raccolta di opere del genio olandese, si trova oggi a un bivio. Dopo oltre cinquant’anni di successi e milioni di visitatori da ogni angolo del pianeta, l’istituzione più famosa dei Paesi Bassi potrebbe essere costretta a chiudere i battenti a causa di una disputa finanziaria senza precedenti con il governo. Al centro dello scontro c’è una questione che va ben oltre i semplici numeri di un bilancio: il rispetto di un patto storico siglato nel 1962 tra lo stato olandese e la famiglia dell’artista, un accordo che oggi viene messo in discussione proprio nel momento in cui il museo di Van Gogh ne avrebbe più bisogno.
L’accordo del 1962: quando l’arte diventa patrimonio nazionale
La storia del museo di Van Gogh affonda le radici in una decisione coraggiosa presa oltre sessant’anni fa. Nel 1962, l’ingegnere Vincent Willem van Gogh, nipote del celebre pittore, compì un gesto di generosità culturale: trasferì l’intera collezione familiare alla Vincent van Gogh Foundation, rendendola di fatto patrimonio dell’umanità. L’accordo prevedeva una contropartita precisa: lo stato olandese si impegnava a costruire e mantenere un museo dedicato ad Amsterdam, garantendo che le opere fossero conservate secondo gli standard più elevati e rese accessibili al pubblico per sempre. “Vincent van Gogh fece un accordo con lo stato olandese nel 1962 e rese la sua collezione privata disponibile al dominio pubblico. In cambio, lo stato deve adempiere ai suoi obblighi statutari”, ricorda oggi la fondazione che gestisce la raccolta.
Il successo planetario e i numeri da capogiro
Dal 1973, anno della sua apertura, il museo di Van Gogh ha conquistato un posto d’onore nel panorama culturale mondiale. I numeri parlano chiaro: quasi 57 milioni di visitatori hanno attraversato le sue sale in poco più di mezzo secolo, con punte di 2,6 milioni di presenze in un solo anno nel 2017. L’istituzione progettata da Gerrit Rietveld ha saputo rinnovarsi nel tempo, arricchendosi nel 1999 di una nuova ala firmata dall’architetto giapponese Kisho Kurokawa. Oggi attira circa 1,8 milioni di visitatori all’anno, generando autonomamente l’85% del proprio bilancio attraverso biglietti d’ingresso, vendite del negozio interno e ricavi della caffetteria.
La crisi strutturale: quando l’eccellenza incontra l’usura del tempo
Dietro il successo pubblico si nasconde però una realtà differente. Dopo oltre cinquant’anni di utilizzo intensivo, gli edifici mostrano segni evidenti di cedimento strutturale che compromettono la sicurezza delle opere e l’esperienza dei visitatori. Un rapporto indipendente ha fotografato una situazione allarmante: impianti di climatizzazione obsoleti, ascensori malfunzionanti, sistemi di sicurezza antincendio inadeguati e strutture che necessitano urgenti ammodernamenti per rispettare i criteri di sostenibilità ambientale. Emilie Gordenker, direttrice del museo dal 2020, ha evidenziato come “dopo più di 50 anni di uso intensivo, gli edifici non soddisfano più gli standard moderni per sostenibilità, sicurezza e controllo climatico”.
I numeri della ristrutturazione: una sfida da 104 milioni
Il Masterplan 2018 ha quantificato in 104 milioni di euro il costo complessivo della ristrutturazione necessaria. Un investimento massiccio che dovrebbe essere realizzato tra il 2028 e il 2031, coinvolgendo entrambi gli edifici che compongono il complesso museale. I lavori comporteranno inevitabilmente una chiusura parziale dell’istituzione per tre anni, con perdite economiche stimate intorno ai 50 milioni di euro. Una cifra che il museo si è impegnato a coprire utilizzando le proprie riserve accumulate negli anni d’oro. Il nodo della controversia si concentra su una differenza sostanziale: 2,5 milioni di euro all’anno. Il museo chiede infatti al governo di aumentare il sussidio annuale dagli attuali 8,5 milioni a 11 milioni di euro, una richiesta che il ministero ad oggi respinge, sostenendo che il sussidio attuale è “sufficiente a coprire i costi di manutenzione necessari”.
La via del tribunale: una battaglia legale che farà storia
Dopo due anni di trattative infruttuose, il museo di Van Gogh ha deciso di percorrere la strada più drastica: l’azione legale contro lo stato olandese. La denuncia, che dovrebbe essere discussa il 19 febbraio 2026, rappresenta un caso senza precedenti nel panorama culturale europeo. La Vincent van Gogh Foundation, proprietaria della collezione, ha espresso il proprio “pieno sostegno” all’iniziativa legale del museo, ribadendo che “lo stato deve garantire finanziamenti per strutture sostenibili che renderanno la collezione ottimamente accessibile alle generazioni attuali e future”.
Il contesto politico: una crisi nel momento peggiore
La battaglia per la sopravvivenza del museo di Van Gogh si inserisce, peraltro, in un momento particolarmente turbolento della politica olandese. Le recenti dimissioni di diversi ministri e le elezioni generali previste per il 29 ottobre aggiungono infatti un elemento di incertezza al già complesso scenario. Il destino dell’istituzione culturale potrebbe rimanere in sospeso fino alla formazione del nuovo governo, creando un limbo amministrativo che non giova alla risoluzione della controversia.
Le implicazioni per il futuro della cultura europea
La crisi del museo di Van Gogh scavalca i confini olandesi e rappresenta un caso paradigmatico per tutto il settore culturale europeo, sollevando interrogativi sul rapporto tra istituzioni pubbliche, patrimonio artistico e responsabilità statali nella conservazione della cultura. Se lo stato olandese dovesse prevalere nella disputa legale, si creerebbe un precedente che potrebbe incoraggiare altri governi europei a ridimensionare il proprio impegno finanziario verso le istituzioni culturali. Al contrario, una vittoria del museo rafforzerebbe il principio che gli accordi storici per la tutela del patrimonio artistico hanno valore vincolante e permanente. La vicenda evidenzia inoltre la fragilità economica di istituzioni che, pur generando autonomamente la maggior parte delle proprie risorse, rimangono dipendenti dal sostegno pubblico per gli investimenti strutturali più importanti.
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