A Palermo una mostra racconta la trasformazione silenziosa del Mare Nostrum, tra crisi e speranze di rinascita
Il mar Mediterraneo è un guardiano naturale del cambiamento climatico. Non solo per ragioni geografiche – un bacino poco profondo, con scambi limitati con gli oceani – ma perché ogni squilibrio globale qui diventa subito visibile e impossibile da ignorare. A raccontare questa trasformazione ci pensa una mostra interattiva ospitata a Palermo, presso l’Eco-museo del mare. Si intitola “Hotspot Mediterraneo” ed è il frutto di due anni di lavoro del fotografo Francesco Bellina e del giornalista Stefano Liberti, che hanno raccontato con foto e video il mutamento eco-sistemico marino.
Un mare tropicalizzato
Quarantatré grandi fotografie accompagnate da video e tracce audio compongono un racconto interattivo. Attraverso un’app scaricabile gratuitamente, i visitatori ascoltano storie che danno vita alle immagini, trasformando la visita in un’esperienza immersiva. Con le cuffie nelle orecchie, ci si muove tra gli scatti costruendo un percorso personale attraverso le sfide che il Mediterraneo sta affrontando: riscaldamento climatico, inquinamento, perdita di biodiversità, conflitti geopolitici. Il viaggio fotografico tocca Europa, Nord Africa e Medio Oriente. Ci sono pescatori tunisini con reti piene di specie mai viste prima, coste cipriote letteralmente cancellate dall’avanzata del mare, mercati dove il pesce locale scompare progressivamente, sostituito da specie tropicali che risalgono dal canale di Suez. La tropicalizzazione delle acque mediterranee è una realtà evidente nelle reti dei pescatori e sui banchi del mercato.
Recuperare l’identità perduta
L’obiettivo degli autori va oltre denuncia ambientale. C’è una comunità mediterranea che sembra aver smarrito il senso di appartenenza condiviso, che non si riconosce più come tale. Attraverso i ritratti della crisi ambientale, la mostra mette in luce le vulnerabilità di scelte politiche sbagliate e la necessità urgente di cambiare modello. Il Mediterraneo, che per millenni è stato crocevia di culture e tradizioni, oggi affronta trasformazioni che toccano non solo l’ecosistema marino ma l’intera vita delle comunità costiere, dall’erosione che fa scomparire villaggi interi fino ai migranti climatici costretti ad abbandonare territori diventati invivibili. La tecnologia amplifica questo messaggio: oltre alle fotografie e agli audio, il progetto include un monologo musicale con proiezione fotografica, accompagnato dalle composizioni per violoncello e fisarmonica. È tutto parte di un’operazione culturale più ampia che comprende anche un libro e uno spettacolo teatrale.
I diritti della natura sono realtà giuridica
L’approccio scelto è deliberatamente non catastrofista. Tra le storie raccontate nella mostra, quella del Mar Menor, la grande laguna salmastra spagnola che rappresenta il caso più emblematico di come la mobilitazione popolare possa ottenere risultati storici nella tutela ambientale. Nel 2019 e nel 2020, un mix di overtourism, agricoltura intensiva e sfruttamento minerario ha provocato il collasso ecologico della laguna. Tonnellate di pesci morti sulle rive, soffocati dalla mancanza di ossigeno e dall’eutrofizzazione causata dai fertilizzanti agricoli. In piena pandemia, sessantamila persone hanno formato una catena umana attorno alla laguna, abbracciandola. La mobilitazione ha portato a un risultato storico: nel 2022 la laguna del Mar Menor ha ottenuto personalità giuridica, diventando il primo ecosistema in Europa riconosciuto come soggetto di diritto. La legge, dunque, garantisce diritti a esistenza, protezione, conservazione e ripristino, rappresentando un deterrente contro chi tratta le risorse naturali in modo puramente estrattivo.
Una rete che resiste
La mostra di Palermo suggerisce che questa vicenda deve essere la lente attraverso cui leggere il futuro di tutto il Mediterraneo. Nonostante le complessità geopolitiche che dividono le sponde del mare, infatti, esistono ancora reti di relazioni che tengono vivo il senso di mediterraneità. Questo senso di appartenenza resiste alla base di una dimensione condivisa che non riguarda solo gli scienziati ma tutte le popolazioni che vivono, navigano o anche solo trascorrono le vacanze sulle coste mediterranee. L’erosione costiera, la scomparsa di specie ittiche tradizionali, l’arrivo di nuove specie tropicali non sono problemi di un singolo paese ma sfide comuni che richiedono risposte coordinate.
Mediterraneo, quale futuro?
Da qui al 2050, spiegano gli autori della mostra, l’agricoltura costiera si trasformerà: alcuni prodotti tradizionali saranno abbandonati, altri verranno coltivati. La pesca scoprirà specie sconosciute mentre quelle tradizionali migrano verso nord. Il paesaggio rimarrà bello ma più duro, meno indulgente. Il Mediterraneo si è tropicalizzato, diventando una sorta di palestra climatica dove si sperimentano nuove convivenze tra caldo estremo, scarsità di risorse, eventi meteorologici violenti e vita quotidiana. La mostra “Hotspot Mediterraneo” sarà visitabile gratuitamente a Palermo fino al primo marzo, poi le sue immagini e i suoi suoni viaggeranno verso altri luoghi mediterranei per diffondere consapevolezza, soprattutto tra i giovani.
TUTTE LE ULTIME NOTIZIE SU SPAZIO50.ORG
© Riproduzione riservata
