Un’indagine Censis-Assindatcolf fotografa un settore considerato fondamentale per la società ma ancora ai margini del riconoscimento sociale. I numeri che raccontano un paradosso difficile da ignorare.
Un paradosso tutto italiano
C’è una contraddizione che attraversa il modo in cui gli italiani guardano al lavoro domestico, e i numeri la rendono difficile da ignorare. Secondo la prima indagine sulla reputazione sociale del settore, realizzata dal Censis per conto di Assindatcolf, l’80,1% degli italiani considera il lavoro domestico un’attività importante, e l’89,4% è convinto che contribuisca in modo significativo al benessere collettivo. Eppure, il 72% della popolazione ritiene che questo stesso lavoro sia poco o per niente stimato socialmente. Un paradosso strutturale, non un’anomalia passeggera.
I dati sono contenuti nel primo Paper del Rapporto 2026 Family (Net) Work, dedicato alla reputazione sociale del settore e alla sua situazione contrattuale. È la prima ricerca di questo tipo condotta in Italia, e il quadro che emerge è quello di un comparto che regge una parte consistente della vita familiare del Paese senza riceverne, in cambio, né il riconoscimento né la tutela che meriterebbe.
Reputazione ferma da un decennio
Uno degli aspetti più significativi dell’indagine riguarda l’assenza di cambiamento nel tempo. Per il 52,2% degli italiani la reputazione del lavoro domestico non è migliorata nell’ultimo decennio. Solo il 22,9% percepisce un progresso, mentre il 18,9% ritiene addirittura che le cose siano peggiorate. Una stagnazione che, in un Paese alle prese con un calo demografico sempre più marcato e una domanda crescente di assistenza alle famiglie e agli anziani, assume contorni preoccupanti.
Il presidente di Assindatcolf, Andrea Zini, ha sottolineato come “questa fotografia imponga una riflessione seria alle istituzioni: il settore non può restare percepito come una realtà di serie B in un momento in cui il bisogno di cura è in aumento e la rete familiare tradizionale si fa sempre più fragile”.
Chi sceglie questo lavoro, e perché
L’indagine restituisce anche uno spaccato sulla percezione delle motivazioni di chi lavora nel settore domestico. Il 52,3% degli italiani ritiene che chi svolge questa professione lo faccia per mancanza di alternative, non per scelta. Solo il 17,2% la considera una decisione professionale libera e consapevole, mentre il 22,8% la interpreta come una soluzione transitoria in attesa di qualcosa di meglio.
Questo dato racconta molto sul modo in cui il lavoro di cura viene interiorizzato culturalmente: non come una professione con una propria dignità, ma come un ripiego. Una visione che finisce per alimentare il circolo vizioso della scarsa valorizzazione, scoraggiando investimenti formativi, percorsi di carriera e, più in generale, qualsiasi tentativo di strutturare il settore in modo professionale.
Il nodo irrisolto del lavoro nero
Tra i fattori che pesano di più sulla reputazione del comparto, l’irregolarità contrattuale occupa un posto centrale. Per il 57,3% degli italiani il lavoro domestico non gode di una protezione adeguata da parte dello Stato; solo il 7,8% lo considera sufficientemente tutelato. E il lavoro in nero, fenomeno diffuso e ben noto, viene percepito come un elemento che danneggia l’immagine dell’intero settore: il 34,5% ritiene che incida molto sulla reputazione, il 44,3% abbastanza.
Interessante anche la distribuzione delle responsabilità percepite: quasi la metà degli intervistati (49,5%) attribuisce il fenomeno del lavoro nero in egual misura a lavoratori e famiglie datrici di lavoro. Il 40% invece ne addebita la responsabilità principalmente alle famiglie, e solo il 6,5% ai lavoratori. Un dato che sposta, almeno nella percezione collettiva, il peso della regolarizzazione sul versante della domanda più che dell’offerta.
Per rafforzare la reputazione del settore, gli italiani indicano due strade prioritarie: incentivi alla regolarizzazione contrattuale, indicati dal 47,6%, e un aumento delle retribuzioni, segnalato dal 45,3%.
Figli e lavoro domestico
La domanda forse più rivelatrice dell’indagine riguarda la disponibilità a vedere un figlio lavorare in questo settore. La maggioranza, il 54,4%, risponde di no. Solo il 30,5% si dichiara favorevole o indifferente alla prospettiva. Tra chi si oppone, le ragioni principali sono di natura economica e professionale: il 43,8% segnala le scarse possibilità di crescita, il 42% considera il settore poco remunerativo e il 25,2% lo giudica troppo faticoso. Una quota più ridotta, il 15,8%, richiama anche il tema del prestigio sociale.
Tra chi invece accetterebbe questa scelta, prevale il riconoscimento della dignità del lavoro: il 59,6% lo considera pari a qualsiasi altra professione. Altri apprezzano la componente relazionale e di cura (33,4%), la stabilità occupazionale (12,1%) o il carattere dinamico delle mansioni (11,6%).
Quel che colpisce, alla fine, è la distanza tra ciò che si pensa e ciò che si fa. Gli italiani sanno bene quanto valga questo lavoro. Ma saperlo non basta: finché la regolarizzazione resta un’eccezione e la retribuzione un tema secondario, il riconoscimento sociale rimarrà sulla carta. E intanto le famiglie italiane continuano ad affidarsi, ogni giorno, a chi si occupa delle loro case e dei loro cari.
© Riproduzione riservata
