19 settembre 1954: Attilio Piccioni si dimette da ministro degli Esteri e da tutte le cariche ufficiali. Il padre di Piero, musicista jazz travolto dal caso Montesi, cede sotto il peso di uno scandalo che non è più solo giudiziario ma diventa arma di distruzione politica. Un colpo mortale per il candidato alla successione di De Gasperi alla guida del partito. Ma è anche il colpo di grazia a una stagione politica, quella della DC delle origini, spazzata via dall’ascesa di Amintore Fanfani, già eletto segretario al congresso di Napoli del giugno 1954.
La morte di Wilma Montesi
L’11 aprile 1953, una ragazza di ventun anni, Wilma Montesi, viene trovata annegata sulla spiaggia di Torvajanica, a quaranta chilometri da Roma. Nessuno sa spiegare come mai quella giovane di buona famiglia – fidanzata con un poliziotto e in procinto di sposarsi -, sia lì. Poco sopra la spiaggia, a Capocotta, sorge la tenuta di proprietà del marchese Ugo Montagna, amico di Piero Piccioni, figlio dell’allora vicepresidente del Consiglio. La stampa comincia da subito a diffondere voci su un suo coinvolgimento. Piero è il bersaglio ideale: suo padre è uno dei fondatori della DC, lui frequenta il cinema e i locali notturni e ha una relazione con Alida Valli. Colpa imperdonabile per i benpensanti, è anche un musicista appassionato di jazz. La stampa lo ribattezza “il biondino”, nonostante abbia i capelli scuri. Da subito si comincia a parlare di orge a base di droghe nella villa del marchese, con la partecipazione di giovani ragazze in cerca di guadagni e notorietà. In poco tempo i pettegolezzi diventano prove nell’immaginario collettivo.
Il memoriale del “cigno nero”
La testimone chiave del caso è Anna Maria Moneta Caglio, soprannominata per il lungo collo “il cigno nero”. Aspirante attrice arrivata a Roma in cerca di fortuna, punta apertamente il dito contro la politica e l’alta società romana. In un memoriale consegnato al gesuita Alessandro Dall’Oglio, accusa della morte di Wilma Piero Piccioni, indicando come complice il marchese Ugo Montagna, suo ex amante. È lui l’organizzatore delle orge nella sua tenuta, frequentata da importanti esponenti della politica, della Roma bene e delle forze dell’ordine. Le rivelazioni trasformarono un presunto annegamento in uno dei più grandi scandali politici, mediatici e giudiziari dell’Italia del secondo dopoguerra. Attilio Piccioni, nominato a gennaio 1954 ministro degli Esteri nel primo governo Fanfani – e confermato nel governo Scelba – si dimette il 19 settembre. Ma tutta la DC è scossa dalle fondamenta.
La questione morale
Il caso di Wilma Montesi – scriveva Pietro Ingrao su l’Unità – “rappresenta una seria questione morale” a causa di un “torbido settore di affari equivoci, di traffici di droga, di corruzione, che sconfina nel mondo politico ufficiale”. Da quel momento, lo scandalo diventa un randello nella lotta politica. Gian Carlo Pajetta, dirigente del Partito Comunista Italiano, parlando alla Camera, conia per i democristiani la definizione di “capocottari”. E descrive Montagna come il lenone che forniva donne ai gerarchi democristiani dopo averle fornite ai fascisti e ai tedeschi. Pietro Nenni, all’epoca segretario del Psi, trasforma la vicenda in una battaglia contro la DC e la classe dirigente borghese. Smonta la tesi ‘innocentista’ affermando che da anni una parte consistente della stampa, della Chiesa e di influenti poteri privati tentava di screditare e indebolire i partiti della sinistra. Paese Sera pubblica la foto del Presidente del Consiglio Mario Scelba con Montagna alle nozze del figlio di un deputato DC. Gli italiani si dividono per colore politico e sete di giustizia, assettati di moralismo e intrighi.
Il magistrato giustiziere
Il giudice istruttore titolare delle indagini è Raffaele Sepe: 56 anni, vedovo con tre figli, benestante, con una grossa auto personale. La stampa lo descrive come un magistrato integerrimo e gli affida una missione. Seguire fino in fondo la pista della cocaina, a costo di urtare la suscettibilità del potere. Ogni mossa e ogni verbale finiscono sui giornali. Un gruppo di cronisti lo seguono, gli telefonano a casa, si confrontano tra loro e decidono cosa pubblicare. Stazionano nel corridoio di fronte al suo ufficio e “percepiscono” le frasi dei testimoni, che poche ore dopo appaiono sui giornali della sera. L’indagine è anche il campo di scontro tra le forze dell’ordine: il giudice si avvale dei carabinieri, allora molto vicini a Fanfani. Ma è costantemente seguito dalla polizia, fedele al presidente del Consiglio Scelba, che grazie a una talpa interna al Tribunale riferisce quotidianamente al Viminale.
L’apoteosi mediatica della giustizia
Sepe conduce una vita ritiratissima, di cui i giornali riferiscono un diario dettagliato. Il risveglio, le bocce, la partecipazione al battesimo del figlio di un fattore. Escono le sue foto, da bambino fino alla toga. Nel luglio 1954, gira voce che possa salire al Quirinale per succedere a Einaudi. A settembre, il cinegiornale Settimana Incom gli dedica il servizio di apertura. Negli stessi giorni, il giudice ‘riservatissimo’ annuncia che i mandati di cattura sono predisposti. Scelba, di fronte a questa evidente violazione di legge, vorrebbe un’azione disciplinare. Ma il Guardasigilli, temendo la popolarità del giudice, minaccia le dimissioni pur di non incolparlo. Per non provocare una crisi di governo, anche Scelba fa marcia indietro.
Il pediluvio fatale
Il 21 settembre 1954, due giorni dopo le dimissioni del padre, per Piero Piccioni e Ugo Montagna scatta l’arresto. Il primo per omicidio colposo aggravato dalla somministrazione di stupefacenti, il secondo per favoreggiamento. Nei guai giudiziari anche il questore Saverio Polito, che aveva ipotizzato l’annegamento di Wilma per un pediluvio al mare durante il ciclo mestruale, colta da improvviso malore. Una ricostruzione così ridicola che invece di chiudere il caso alimentò le teorie del complotto. L’autopsia, però, aveva già escluso violenze e confermato la verginità della ragazza. Anche il capo della polizia, Tommaso Pavone, finisce nell’occhio del ciclone per presunte richieste di protezione di Montagna e Piccioni e, dopo le proteste in Parlamento, si dimette nel marzo 1954.
La verità processuale
Per l’Unità, i mandati di cattura sono il segno di una magistratura indipendente. In realtà, però, a sorreggere l’accusa non c’è uno straccio di prova. Solo racconti di seconda e terza mano di personaggi ambigui e contraddittori in cerca di fama. L’unica cosa certa è l’alibi che già nove mesi prima Alida Valli, con altri due testimoni, aveva fornito a Piccioni. La sera della morte di Wilma, Piero era con lei, a casa di amici. Due anni dopo, i giudici di Venezia, dove il processo è stato trasferito, assolvono Piccioni e Montagna con formula piena, per l’insussistenza di alcun elemento anche solo indiziario. Il caso Montesi fu una tragedia trasformata in uno spettacolo mediatico, un processo senza colpevoli che distrusse una carriera politica e rivelò quanto la morale pubblica possa essere strumentalizzata. Il “biondino” dai capelli scuri, il magistrato osannato, la talpa del Viminale, la farsa del pediluvio: tutto concorse a creare il primo grande scandalo della Repubblica, in cui la verità fu la prima vittima.
Il talento di Piero
Se lo scandalo ha distrutto la carriera del padre, Piero Piccioni ne è uscito quasi indenne, continuando a seguire la sua passione di musicista. Autore di oltre 170 colonne sonore tra cinema e televisione strinse un rapporto duraturo con Francesco Rosi. Musicò dodici dei suoi quindici film, tra cui Salvatore Giuliano (1962), Le mani sulla città (1963), Il caso Mattei (1972), Lucky Luciano (1973), e Cronaca di una morte annunciata (1987).
Compose anche le musiche di tutti i film diretti da Sordi (da Fumo di Londra, 1966, a Incontri proibiti, 1998) e di molti altri in cui l’attore recitò, tra cui Il medico della mutua (1968), Polvere di stelle (1973), Finché c’è guerra c’è speranza (1974), Io e Caterina (1980), Il tassinaro (1983) e Assolto per aver commesso il fatto (1992).
Lavorò con i massimi esponenti del cinema italiano: Dino Risi (Belle ma povere, 1957; Poveri ma belli, 1957), Mario Monicelli (Toh, è morta la nonna! 1969), Vittorio De Sica (Il boom, 1963), Elio Petri (L’assassino, 1961; La decima vittima, 1965), Luchino Visconti (Lo straniero, 1967), Roberto Rossellini (Anima nera, 1962). E poi Lina Wertmüller (Mimì metallurgico ferito nell’onore, 1972; Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto, 1974), Luigi Comencini (Lo scopone scientifico, 1972; Quelle strane occasioni, 1976). Solo per citarne qualcuno. Per la televisione compose musiche per sceneggiati di grande successo, tra cui La figlia del capitano (1965), I fratelli Karamazov (1969) e Anna Karenina (1974).
Tra i premi vinti: Nastro d’argento (1963) per Salvatore Giuliano; David di Donatello (1975) per Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto.
È morto a Roma il 23 luglio 2004.
Non si è mai scoperto come e perché Wilma Montesi sia morta, né il nome del suo assassino.