Le conclusioni del progetto europeo “Scrap the Food Waste”: dati, comportamenti e il ruolo del digitale nella lotta agli sprechi domestici.
Lo spreco alimentare costa 290 euro l’anno
In Italia si buttano via circa mezzo chilo di cibo a settimana, per ogni persona. Un dato che, moltiplicato per 52 settimane e per milioni di famiglie, si traduce in quasi 290 euro l’anno di spreco economico diretto.
A livello globale, il conto supera i 900 miliardi di dollari annui, e la produzione alimentare, compresi gli sprechi, è responsabile di circa il 6% delle emissioni globali di gas serra. Numeri che non lasciano spazio a interpretazioni: il cibo che finisce nel cestino non è solo un problema etico, ma ambientale ed economico in misura tutt’altro che trascurabile.
È su questo sfondo che si inserisce “Scrap the Food Waste”, il progetto europeo di 20 mesi (da luglio 2024 a febbraio 2026) finanziato dalla European Health and Digital Executive Agency nell’ambito del programma Horizon Europe.
Capofila Will Media, con al fianco l’Unione Nazionale Consumatori, l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e AWorld, la piattaforma digitale per la sostenibilità. Il progetto si è chiuso il 14 febbraio scorso con un evento pubblico al Refettorio Ambrosiano di Milano, nel corso del quale sono stati presentati i risultati della ricerca e le attività svolte nel periodo di lavoro.
Comportamenti anti-spreco: chi fa meglio e perché
La parte scientifica del progetto è stata affidata all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, che ha condotto uno studio su un campione di 390 cittadini italiani. Lo strumento utilizzato è un Indice di prevenzione dello spreco alimentare, il Food Waste Prevention Index, che ha permesso di tracciare i profili dei consumatori più virtuosi. Il quadro che emerge è piuttosto preciso.
Le donne risultano le più attente nella gestione del cibo domestico. Chi vive in aree rurali tende a sprecare meno rispetto ai residenti urbani. E chi segue un’alimentazione flexitariana (semi-vegetariana) o vegetariana mostra comportamenti più consapevoli rispetto al resto del campione. Non si tratta di dati sorprendenti in sé, ma il merito della ricerca è quello di averli quantificati e inseriti in un quadro sistemico, dimostrando che lo spreco alimentare non dipende soltanto dalla buona volontà individuale, ma da una combinazione di fattori sociali, culturali e digitali.
Su questo ultimo punto, la ricerca offre un elemento di particolare interesse: chi usa in modo consapevole social media e applicazioni dedicate alla sostenibilità mostra livelli di spreco più bassi rispetto alla media.
La Generazione Z si distingue per l’atteggiamento attivo nella ricerca di informazioni sul cibo. Con l’avanzare dell’età, invece, l’interesse per queste tematiche tende a calare. C’è anche un filo diretto tra sensibilità verso l’economia circolare, le filiere corte e le motivazioni etiche e ambientali, da un lato, e comportamenti anti-spreco, dall’altro. Chi è già sensibile alla sostenibilità tende a sprecare meno: un risultato atteso, ma ora documentato.
Oltre 2.600 ore di formazione
Il cuore operativo del progetto è stata la community digitale sviluppata su AWorld. Da marzo a dicembre 2025, la piattaforma ha coinvolto 612 persone in un percorso educativo strutturato. I numeri finali parlano da soli: 2.607 ore di formazione completate, con una media di oltre quattro ore per partecipante. I contenuti educativi letti attraverso 16 percorsi formativi sono stati 68.811. I quiz completati per verificare le conoscenze acquisite hanno raggiunto quota 296.536.
Un dato particolarmente rilevante riguarda la “carbon footprint”(impronta di carbonio): 475 partecipanti, il 77,6% della community, hanno calcolato la propria impronta di carbonio. Il valore medio è risultato di 7,3 tonnellate di CO₂ per persona, un livello significativamente più alto rispetto alle 2 tonnellate previste dagli accordi di Parigi come soglia sostenibile. Il divario è ampio e restituisce la misura concreta della distanza che ancora separa i comportamenti reali dagli obiettivi climatici globali.
I contenuti più cercati dalla community non riguardavano temi astratti, ma esigenze pratiche: come leggere correttamente le date di scadenza, come conservare il cibo, cosa fare con gli avanzi.
Il Refettorio Ambrosiano
L’evento finale del progetto si è tenuto in uno spazio che di per sé incarna i valori del progetto. Il Refettorio Ambrosiano, nato nel 2015 dall’iniziativa dello chef Massimo Bottura, di Davide Rampello e di Caritas Ambrosiana, recupera ogni giorno eccedenze alimentari trasformandole in pasti di qualità. In dieci anni di attività ha distribuito oltre 220.000 pasti. È un modello di economia circolare applicata al cibo, e la scelta di questo luogo come sede dell’evento non è stata casuale.
Durante la mattinata, la cuoca Irene Bernacchi ha condotto laboratori pratici dedicati al riutilizzo creativo degli scarti: gelato ottenuto da frutta non commerciabile, ricette costruite attorno alle imperfezioni dei prodotti. Bernacchi collabora con Recup, l’associazione nata a Milano e attiva anche a Roma che recupera frutta e verdura invenduta nei mercati rionali. La giornata si è chiusa con un pranzo preparato dai volontari del Refettorio a partire da eccedenze alimentari: un’esperienza diretta di come il cibo invisibile possa trasformarsi, concretamente, in qualcosa di utile e buono.
Il progetto “Scrap the Food Waste” si chiude con un archivio di dati, strumenti e pratiche che restano a disposizione. La ricerca dell’Università di Pollenzo, la piattaforma AWorld e le campagne di comunicazione sviluppate da Will Media rappresentano un patrimonio che i quattro partner intendono mettere a disposizione per iniziative future, in un campo dove la distanza tra consapevolezza e comportamento concreto rimane ancora larga.
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