I dati della piattaforma Stormy AI rivelano un cambio di paradigma: i creatori senior conquistano tassi di engagement fino al 15,2%, mentre la “Silver Economy” muove il 70% del reddito disponibile negli Stati Uniti.
Il marketing si è ricordato degli adulti
Per anni, l’ossessione del marketing digitale ha avuto un unico obiettivo: catturare l’attenzione dei giovani.
Prima la Gen Z su Snapchat, poi i millennial su Instagram, sempre alla rincorsa di un pubblico che cambiava piattaforma prima ancora che le campagne andassero online. Ma qualcosa, nel 2025, si è incrinato in modo definitivo. I ritorni sugli investimenti delle campagne youth-centric stanno calando, l’algoritmo-fatigue è un problema reale e, nel frattempo, un’altra categoria di creator sta macinando risultati che lasciano senza parole i direttori marketing. Li chiamano “granfluencer”: creatori over 60 che, lungi dall’essere esclusi dal mondo digitale, stanno diventandone uno dei motori più redditizi. I numeri raccolti dalla piattaforma di ricerca e analisi Stormy AI nel suo report dedicato alla Silver Economy del 2025 offrono un quadro che è difficile ignorare.
Come cambia la prospettiva
Il mercato globale dell’influencer marketing vale oggi circa 34,1 miliardi di dollari, in crescita dai 24 miliardi di due anni fa, secondo i dati di Statista.
Ma la vera notizia non è la dimensione del settore: è la distanza abissale tra dove finiscono i budget pubblicitari e dove si trova la ricchezza reale. I Baby Boomer, la fascia d’età compresa tra i 60 e i 78 anni, controllano il 55% della spesa nazionale negli Stati Uniti e detengono il 70% del reddito disponibile dell’intera popolazione americana, secondo dati Forbes. Eppure ricevono una frazione marginale degli investimenti pubblicitari digitali.
Non si tratta di un pubblico tecnofobico o assente dalle piattaforme: il 59% dei Baby Boomer è attivo sui social media e trascorre in media 15 ore a settimana online, stando alle rilevazioni del Pew Research Center. Non sono spettatori passivi. Acquistano, scoprono prodotti, pianificano viaggi e gestiscono i propri risparmi anche attraverso i canali digitali.
L’engagement che nessuno si aspettava
Il dato forse più sorprendente dell’intero rapporto riguarda i tassi di coinvolgimento. I mega-influencer con milioni di follower registrano oggi un engagement medio intorno all’1,3%. I nano-granfluencer, cioè i creator senior con un seguito tra 1.000 e 10.000 follower, raggiungono invece il 15,2% su piattaforme come TikTok. Quasi dodici volte di più. Il motivo non è tecnico, è psicologico: il pubblico che segue questi creator non cerca intrattenimento puro. Cerca orientamento, conferme, esperienze riconoscibili.
Un creator di 70 anni che parla di una crema viso, di un integratore o di un viaggio in solitaria porta con sé un’autorevolezza che una ventenne con la pelle perfetta non può replicare, per quanto influente possa essere nel suo segmento. È la differenza tra un testimonial e un testimone.
Contenuti grezzi, risultati straordinari
Uno degli aspetti più controintuitivi del fenomeno granfluencer è legato alla qualità della produzione. Per anni, il canone del content marketing ha imposto video perfettamente illuminati, montaggio professionale, palette cromatiche studiate. I creator senior spesso ignorano queste convenzioni, non per pigrizia, ma per stile, e producono contenuti che assomigliano più a una videochiamata con un amico esperto che a uno spot pubblicitario. Questo approccio “lo-fi” (più leggero, n.d.r.), come lo definiscono gli analisti del settore, oltrepassa il cinismo crescente del pubblico nei confronti della pubblicità tradizionale. L’autenticità percepita è il vero asset. E in un’epoca in cui i feed sono saturi di contenuti generati o rimaneggiati dall’intelligenza artificiale, una voce anziana e concreta vale quanto oro.
I risultati di alcune campagne concrete lo confermano. Aura Frames, brand di cornici digitali, ha collaborato con Charlotte Simpson, conosciuta come @TravelingBlackWidow, creator over 65. Il risultato è stato il miglior annuncio pubblicitario dell’anno per l’azienda, con un tasso di engagement sei volte superiore rispetto alle campagne rivolte a un pubblico più giovane. L’Oréal, dal canto suo, ha puntato su Grece Ghanem, ex microbiologa diventata icona di stile nella sua cinquantina, collaborando con lei su linee di lusso. Il messaggio implicito, che lo stile non ha età e che il potere d’acquisto senior è reale, ha trovato riscontro anche nelle vendite.
Come non sbagliare con i senior creator
Nonostante il potenziale, molti brand ancora “inciampano” nell’approccio alla Silver Economy. L’errore più comune è scegliere creator anziani con un vasto seguito ma con un’audience composta prevalentemente da ventenni: numeri alti, conversioni zero. Un altro errore diffuso è trattare queste collaborazioni come operazioni una tantum. I dati mostrano che i programmi di brand di lungo periodo superano i post sponsorizzati singoli fino a 17 volte in termini di efficacia percepita. La fiducia con il pubblico senior si costruisce nel tempo, e una presenza costante è l’unico modo per consolidarla davvero.
Esiste poi quello che nel report viene definito l'”AARP cringe factor”: il rischio di trattare l’invecchiamento come un problema da risolvere, o il pubblico anziano come una categoria vulnerabile da rassicurare. I senior di oggi non vedono la pensione come declino, ma come una fase di consumo attivo. Chi imposta le campagne con questa consapevolezza ottiene risultati. Chi continua a usare il vecchio adagio del “nonno da aiutare”, fallisce.
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