La Bond girl che nel 1962 ridefinì l’idea di bellezza e di seduzione. Novant’anni portati con la stessa indifferenza aristocratica con cui, sessant’anni fa, sfidò l’oceano in un bikini bianco.
Quel bikini che fermò il mondo
C’è un’immagine che appartiene alla storia del cinema, e forse anche a qualcosa di più grande: una donna che emerge dall’acqua, capelli bagnati, bikini bianco, conchiglie alla cintura. È il 1962, il film è Agente 007 – Licenza di uccidere, e lei è Ursula Andress. Sean Connery la guarda come se il resto del mondo avesse smesso di esistere. Il pubblico in sala fece più o meno la stessa cosa.
Quella scena non era solo cinema. Era una dichiarazione. Andress non recitava la seduzione: la incarnava con una naturalezza quasi disturbante, senza alcuno sforzo visibile. Il regista Terence Young la scelse appena due settimane prima delle riprese, al posto di Julie Christie. Le pagò diecimila dollari. Ne ottenne un’icona. La stampa dell’epoca non trovò termini più misurati di “la donna più bella del mondo” e “la nuova dea del sesso di Hollywood”. Quell’anno vinse anche un Golden Globe.
Ma c’è qualcosa che va oltre il riconoscimento critico o la carriera che ne seguì: Ursula Andress con quella scena cambiò il modo in cui il cinema e non solo rappresentava il corpo femminile. Non la vamp misteriosa, non la fidanzatina innocente. Qualcosa di diverso, più potente: una donna libera, consapevole di sé, che guardava dritto in avanti.
Una vita già romanzesca prima del set
Nata il 19 marzo 1936 a Ostermundingen, nel Canton Berna, terza di sei figli, Ursula Andress aveva già vissuto una storia degna di un romanzo prima ancora di mettere piede su un set. Il padre, diplomatico tedesco, fu espulso dalla Svizzera durante la guerra e scomparve dalla sua vita. Lei crebbe con la madre e il nonno giardiniere, che cercò di tenerla ancorata alla terra con la disciplina del lavoro nelle serre. Non ci riuscì.
A sedici anni lasciò gli studi e partì per Parigi, attratta dalla pittura, dalla scultura, dalla danza. Poi seguì a Roma l’attore francese Daniel Gélin, di cui era innamorata; e a Roma, stando alle cronache, la cercava anche l’Interpol. Si arrangiò anche come baby sitter e come modella. Frequentò i party della dolce vita, incontrò produttori e attori, diventò amica di Brigitte Bardot, con cui divideva una stanza a piazza di Spagna. Decisero insieme di tingersi i capelli di biondo.
Nei primissimi anni Cinquanta comparve in qualche piccolo ruolo nel cinema italiano, un cameo non accreditato in Un americano a Roma con Alberto Sordi, qualche apparizione fugace, senza lasciare tracce profonde. La vera storia doveva ancora cominciare.
Hollywood, la fama
A fine 1955 un produttore americano la portò a Hollywood. La Paramount le offrì un contratto settennale, ma il suo inglese era difficoltoso, e lo studio investì in corsi di lingua, dizione, etichetta. Non bastò: dopo un anno il contratto venne sciolto senza girare un film e passò alla Columbia.
Nel frattempo incrociò James Dean (con cui ebbe una breve relazione, quattro mesi prima della morte) e nel 1957 sposò l’attore e regista John Derek, che si occupò di gestire una carriera che ancora non era decollata.
Poi arrivò il 1962, e tutto cambiò. Dopo Licenza di uccidere la sua agenda si riempì di nomi: Elvis Presley in L’idolo di Acapulco, Frank Sinatra e Dean Martin in I 4 del Texas, Orson Welles in La stella del Sud, Alain Delon e Charles Bronson in Sole rosso. Clive Donner la volle in Ciao Pussycat come incarnazione vivente del desiderio irraggiungibile — e fu un ruolo che le calzava perfettamente, non per artificio, ma per qualcosa di più sottile.
Elio Petri, invece, le offrì in La decima vittima un personaggio inedito per lei: una donna aggressiva, predatoria, in una società distopica. Marcello Mastroianni al suo fianco, e una recitazione che andava ben oltre il consueto.
Roma, di nuovo. E una vita tutta sua
All’inizio degli anni Settanta Andress lasciò Hollywood e tornò a Roma. Cominciò una relazione con l’attore Fabio Testi, conosciuto sul set di un film di Fernando Di Leo. Lavorò molto per il cinema italiano di genere, accumulò soprannomi, come “Ursula Undress”, e apparve più volte sulle pagine di Playboy. Non si curò molto di costruire un’immagine più sobria.
Nel 1980 interpretò Afrodite nel kolossal mitologico Scontro di titani. Sul set conobbe Harry Hamlin, ventotto anni, e l’anno dopo nacque Dimitri, il suo unico figlio.
Da quel momento la carriera rallentò progressivamente, cedendo il passo alla vita privata. Negli anni Novanta si stabilì a Zagarolo, alle porte di Roma, comparendo in qualche produzione televisiva italiana, nelle serie Fantaghirò, tra le altre, e diradando sempre più le apparizioni pubbliche. Con l’ultimo film che risale al 2005.
La ferita più recente: una truffa da 20 milioni
L’ombra più lunga su questo compleanno non viene dal passato, ma dagli ultimi mesi.
A gennaio 2026, a poche settimane dai novant’anni, la notizia deflagrò su tutti i giornali svizzeri: Andress aveva denunciato una truffa finanziaria colossale, un ammanco da circa 18 milioni di franchi svizzeri (quasi 20 milioni di euro) attribuito al suo ex gestore patrimoniale ginevrino Eric Freymond.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, Freymond avrebbe investito i capitali dell’attrice in titoli privi di valore reale, all’insaputa della stessa Andress, e avrebbe utilizzato una parte consistente del patrimonio per acquistare opere d’arte intestate alla propria moglie, beni di cui oggi si ignora l’esatta collocazione. Freymond, poi, è morto suicida nel luglio 2025, dopo aver ammesso alcune responsabilità, ma le indagini proseguono. Le autorità svizzere hanno effettuato perquisizioni negli uffici di un avvocato e di un notaio nel Canton Vaud ritenuti coinvolti nella vicenda.
Novant’anni, oggi. Una villa a Beverly Hills venduta nel 2017, una casa in Svizzera vicino alle sorelle, una vita trascorsa tra due continenti e almeno tre lingue. Ursula Andress non ha mai spiegato molto di sé. Ha sempre preferito essere guardata a essere capita. E, in qualche modo, anche questa è stata una scelta.
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