Cresce la coalizione internazionale per riaprire lo Stretto. Diciassette attacchi alle navi in un mese, petrolio a 100 dollari e riserve strategiche sbloccate: la crisi pesa già sull’economia globale.
Lo Stretto che tiene in scacco il mondo
Attraverso lo Stretto di Hormuz passa circa il 20% del petrolio mondiale e il 19% del gas naturale liquefatto globale. Un collo di bottiglia largo poche miglia, controllato dalle Guardie della rivoluzione islamica, che dal 28 febbraio 2026, giorno in cui Stati Uniti e Israele hanno avviato le operazioni militari contro l’Iran, è diventato il punto più caldo del pianeta. Le compagnie di assicurazione marittima lo classificano come zona a rischio critico. Gli armatori lo evitano. I prezzi dell’energia schizzano.
La chiusura non è formale nel senso giuridico del termine, ma il risultato operativo è praticamente identico: traffico commerciale quasi azzerato, forniture bloccate, rotte energetiche mondiali sotto pressione. Il Corpo delle Guardie rivoluzionarie ha dichiarato il controllo iraniano sull’intera area, le batterie missilistiche costiere sono in allerta permanente e interferenze ai sistemi di navigazione GPS e AIS rendono il transito pericoloso.
Tra il 1° marzo e la metà del mese si sono contati almeno 17 attacchi contro navi commerciali, 13 dei quali confermati dalle autorità marittime internazionali. Il più grave si è verificato nella notte tra il 10 e l’11 marzo, quando un drone kamikaze ha colpito a poppa la ONE MAJESTY, una portacontainer giapponese di 300 metri di lunghezza. La nave ha riportato danni significativi ma ha proseguito la rotta.
Il petrolio a 100 dollari e le riserve strategiche sbloccate
I mercati non hanno atteso. Intorno al 10 marzo il prezzo del greggio ha sfondato la soglia dei 100 dollari al barile, un livello che non si vedeva da anni, scatenando allarme tra i governi occidentali e le grandi economie importatrici. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha risposto con una misura straordinaria: il rilascio coordinato di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche dei Paesi membri, di cui 172 milioni provenienti dagli Stati Uniti. Si tratta di una delle operazioni di questo tipo più imponenti mai deliberate dall’IEA dalla sua fondazione.
L’obiettivo dichiarato è tamponare l’impatto sul mercato e scoraggiare la speculazione, ma gli analisti avvertono che si tratta di una misura tampone: se lo Stretto resta bloccato per settimane, nessuna riserva strategica sarà sufficiente a compensare il deficit.
33 Paesi firmano per la riapertura
La risposta diplomatica collettiva è arrivata il 19 marzo, quando Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi e Giappone hanno pubblicato una dichiarazione congiunta di condanna e disponibilità ad agire.
Da allora, altri 27 Paesi hanno aderito: Canada, Corea del Sud, Nuova Zelanda, Danimarca, Lettonia, Slovenia, Estonia, Norvegia, Svezia, Finlandia, Repubblica Ceca, Romania, Bahrein, Lituania, Australia, Emirati Arabi Uniti, Portogallo, Trinidad e Tobago, Repubblica Dominicana, Croazia, Bulgaria, Kosovo, Panama, Macedonia del Nord, Nigeria, Montenegro e Albania. La coalizione sfiora ormai quota 33 nazioni, molte delle quali membri NATO.
Il segretario generale dell’Alleanza Mark Rutte ha confermato la crescita del fronte, pur ammettendo che gli alleati avevano avuto bisogno di tempo per coordinarsi, anche perché Washington non li aveva avvisati in anticipo dell’attacco all’Iran.
La dichiarazione comune condanna gli attacchi alle navi mercantili disarmate, il bombardamento di impianti petroliferi e del gas e la chiusura di fatto dello Stretto. I firmatari chiedono una moratoria immediata su tutti gli attacchi alle infrastrutture civili, la fine della posa di mine e la cessazione degli attacchi con droni e missili. Ribadiscono che la libertà di navigazione è un principio cardine del diritto internazionale e avvertono che le conseguenze della crisi colpiranno in primo luogo i Paesi più vulnerabili.
Italia e Germania frenano
Non tutti i firmatari, però, interpretano allo stesso modo il proprio impegno. L’Italia ha posto condizioni chiare: la Farnesina tiene aperto il sostegno ai partner del Golfo sul piano della difesa aerea, ma esclude automatismi militari dentro lo Stretto. Berlino condivide la stessa linea e si oppone all’estensione della missione navale europea Aspides, attiva nel Mar Rosso, fino a Hormuz.
Sul tavolo c’è anche l’ipotesi di riattivare EMASoH, la missione europea già operativa nello Stretto e ora dormiente, a cui l’Italia ha partecipato in passato anche con il ruolo di Force Commander. Ma qualsiasi operazione di sminamento richiederebbe cacciamine e droni subacquei specializzati: l’US Navy dispone già nell’area di tre Littoral Combat Ship potenzialmente attrezzabili per questo scopo, ma un’eventuale operazione coordinata resta subordinata a decisioni politiche ancora lontane dall’essere prese.
Teheran difende il blocco
L’Iran non accetta la narrazione di chi parla di blocco illegale. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che gli attacchi nella regione sono diretti esclusivamente contro obiettivi americani e che la crisi è stata provocata da Washington e Tel Aviv. Teheran sostiene che lo Stretto non sia formalmente chiuso: dall’inizio del conflitto circa 92 navi sono transitate, quasi tutte dirette in Cina e in India, Paesi considerati neutrali o comunque non ostili. Nel frattempo, l’Iran ha iniziato ad applicare tariffe di transito ad alcune navi commerciali: secondo Bloomberg i pagamenti richiesti possono arrivare fino a 2 milioni di dollari per viaggio, imposti caso per caso. Alcune navi hanno già pagato.
Il caso più discusso è quello della Spagna. Madrid ha vietato l’uso delle basi militari di Rota e Morón per operazioni belliche nel conflitto, scatenando le critiche di Trump e di Israele, ma ottenendo in cambio da Teheran la garanzia di transito per le navi con interessi spagnoli. L’accordo, però, rischia di creare tensioni significative all’interno dell’Unione Europea tra chi sceglie la neutralità e chi invece ha firmato la dichiarazione del 19 marzo.
Le trattative e l’ipotesi Kharg
Sullo sfondo si muove una diplomazia ancora incerta. Trump ha evocato una possibile gestione congiunta dello Stretto con la leadership iraniana. Teheran ha risposto ponendo condizioni precise: impegno da parte di USA e Israele a non sferrare nuovi attacchi, riconoscimento di un risarcimento per i danni subiti, supervisione dello Stretto affidata a un comitato neutrale e istituzione di un pedaggio sul modello del Canale di Suez. L’Arabia Saudita si è opposta con forza a quest’ultima ipotesi. Secondo alcune fonti della difesa americana, Washington starebbe valutando anche un’operazione militare sull’isola di Kharg, terminal attraverso cui passa circa il 90% dell’export di greggio iraniano. Un’ipotesi che implicherebbe l’impiego di truppe di terra e rischi operativi considerevoli, e che per ora resta sul tavolo senza decisioni formali.
La partita su Hormuz, insomma, è ancora apertissima. E il suo esito peserà sulle economie di tutto il mondo molto più di quanto i comunicati diplomatici lascino trasparire.
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