Dall’omaggio alle donne della sua vita al nuovo album Funzioni vitali. Il cantautore si racconta tra l’impegno civile di Sanremo, la recente paternità e il ritorno alle radici nei club
«Sono diventato l’uomo che sono perché mi hanno cresciuto delle donne, mia madre, mia zia, la mia splendida nonna. Sono innamorato di mia nonna. Ha avuto un ruolo fondamentale nella mia crescita, come possono averlo solo quelli che hanno vissuto e accumulato esperienze e che sanno che il modo migliore per educare un figlio o un nipote è offrirgli dei gesti autentici, non solo delle parole».
Ermal Meta fa un’autoanalisi approfondita ogni volta che scrive una canzone e ci racconta sé stesso e il suo vissuto, il suo confronto con l’oggi e con l’ottimismo della volontà che dovrebbe guidare ciascuno di noi, e soprattutto chi ha la guida politica e sociale. «Oggi abbiamo l’impressione che il mondo sia in mano a dei pazzi: ogni due giorni scoppiano drammi sempre più gravi. Sono terrorizzato da quello che ci circonda, eppure continuo ad avere fede nella capacità di rigenerarsi e di redimersi dell’uomo. Però è certo che, se vivremo passivamente, sarà poi la tecnologia a cancellarci dal pianeta».
Con Stella stellina, sul palco di Sanremo il cantautore albanese, da trent’anni a Bari e naturalizzato italiano, ha cantato il dolore per le sofferenze delle popolazioni, in particolare dei bambini (“come le farfalle hai vissuto un giorno/figlia di nessuno, melodia di un canto”), nelle zone di guerra, utilizzando chitarre andaluse e sonorità orientaleggianti e un omaggio finale a Fabrizio De André. «Non ho citato Gaza perché non volevo circoscriverla a quel riferimento, benché parli di persone chiuse tra muri e mare. Gli eventi attuali ci dimostrano che la sofferenza continua a espandersi in nuovi Paesi, però non voglio diventare il narratore della tragedia. Scrivo le canzoni che mi vengono, rispondendo a temi cui sono sensibile. Considero l’ispirazione come un fascio di luce e me stesso come un prisma che lo divide in mille raggi».
Il suo sesto album di inediti, Funzioni vitali, ci propone 13 di questi raggi con il suo tipico pop-rock che decolla grazie alle sonorità attuali elaborate con il contributo del produttore Dardust. E assume una struttura quasi tridimensionale, con un corpus di una consistenza finora apparsa solo nei momenti migliori di Meta. Anche i testi hanno connotazioni più incisive, trovando il corretto equilibrio tra pensieri forti e immagini liriche, tra acutezza della mente e distensione del cuore.
C’è malinconia e tante domande senza risposta, che possono racchiudere una speranza, essere una luce accesa. Negli ultimi due anni ho reciso con il passato, ho dimenticato cose e aperto spazi per il futuro. Canto il tempo che cambia in DeLorean e in Levi’s 501, dove ho intrecciato nostalgia e consapevolezza che il passato può ingannare, perché dipende da come lo interpreti. In Droni canto il futuro, che è nelle nostre mani anche se tutto sembra peggiorare ogni giorno di più. E in Spaghetti in bianco cerco di ritrovare la semplicità e l’autenticità vere, quelle che stanno nei rapporti umani, nel confronto con l’altro che mi completa e mi corrisponde come una parte di me. E viceversa.
Lei afferma che “solo i fragili diventano degli eroi”, mentre siamo ormai abituati a sperare che arrivi un eroe alla Arnold Schwarzenegger a risolvere le situazioni.
È vero, stiamo cadendo nel cliché americanizzato dell’eroe, mentre io credo che non ci sia nulla di più eroico di quanto compie chi si sveglia alle cinque di mattina e fa una fatica enorme per mantenere i figli, cercando di non far loro mancare nulla. E poi anche quelli alla Schwarzenegger sono fragili, perché serve fragilità per assumersi il ruolo di eroe, di risolutore.
Un padre, come lei è diventato da poco, che tipo di eroe è?
Negli ultimi due anni abbiamo avuto il dono di tre figlie. La piccola Fortuna Marie, che è nata nel giugno 2024, e le due ragazze di 18 anni che abbiamo adottato. Diventare padre ha cambiato il mio orizzonte di preoccupazioni, con l’impegno di volerci essere per loro in tutti i modi possibili, esattamente quelli che io non ho avuto. E vorrei insegnare loro ciò che mia madre mi ha insegnato, ovvero a togliermi i limiti emotivi, interiori, che non mi avrebbero permesso di conoscere il mondo a modo mio e di trovare il mio posto.
Dal 29 aprile e per tutto maggio lei sarà in tour nei club, per poi riprendere in estate e in autunno.
I club sono stati il mio primo amore. Suonavamo in due o tre la settimana con La Fame di Camilla (il secondo gruppo, dopo gli Ameba 4, di Meta, con cui incise tre album tra il 2007 e il 2012, n.d.r.), girando su un furgone che è andato a fuoco due volte. È stata una scuola di vita pazzesca, che oggi i nuovi talenti non possono più attuare perché le piccole realtà hanno chiuso tutte. La crescita di un artista è stranissima. Puoi essere scarsissimo tutta una vita e poi scatta un click che ti fa diventare un altro, ti fa cambiare. A me l’ha insegnato Mogol vent’anni fa, spingendomi verso una nuova direzione, specie dal vivo, dove ti viene il callo alle mani, rinforzandole, e anche all’anima.
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