Altro che fantascienza, l’energia solare spaziale non è più roba da visionari
Nel 1941 Isaac Asimov pubblicò un racconto intitolato Reason, in cui due astronauti cercavano di addestrare un robot a gestire una stazione di energia solare in orbita, capace di trasmettere elettricità attraverso il Sistema solare. Meno di vent’anni dopo, alcuni veri scienziati cominciarono a domandarsi se dietro quella finzione si nascondesse qualcosa di molto reale. Oggi l’energia solare spaziale — o space-based solar power, SBSP nel gergo tecnico — è diventata uno dei campi di ricerca più finanziati e discussi nel panorama delle rinnovabili. Non perché sia semplice o economica, ma perché potrebbe risolvere uno dei problemi più insidiosi della transizione energetica: l’intermittenza. Sarebbe infatti libera da una possibile mancanza di vento per le pale eoliche o di sole per i pannelli.
Come funzionerebbe secondo gli esperti
Una costellazione di satelliti molto grandi, posizionati in un’orbita alta attorno alla Terra, raccoglierebbe l’energia del Sole tramite riflettori simili a specchi. Nello spazio, a quella quota, il Sole è visibile per oltre il 99% del tempo — niente nuvole, niente notti lunghe, niente stagioni. L’energia raccolta verrebbe poi trasmessa sotto forma di microonde o laser verso un punto fisso e sicuro sulla superficie terrestre, dove apposite antenne la convertirebbero in elettricità da immettere nella rete. Il risultato sarebbe una fonte di energia pulita, continua e potenzialmente inesauribile. Mentre infatti un pannello solare in Europa riceve in media circa 100 watt per metro quadro, nello spazio la disponibilità sale a 1.367 watt per metro quadro, senza interruzioni, di fatto eliminando il problema dell’intermittenza.
La continuità, il compito dell’energia solare spaziale
Per capire perché questa tecnologia attiri tanta attenzione bisogna fare un passo indietro. Eolico e solare crescono a ritmi record — per la prima volta nel 2025 hanno prodotto più elettricità dei combustibili fossili nell’Unione Europea — eppure il sistema fatica. Le reti di distribuzione, progettate decenni fa per una logica centralizzata, non reggono i picchi e le cadute della produzione rinnovabile. Il Regno Unito, per esempio, ha perso 1,47 miliardi di sterline in un solo anno per spegnere le turbine eoliche che producevano troppa elettricità in momenti in cui la rete non riusciva ad assorbirla. Pagando contemporaneamente le centrali a gas perché si accendessero a compensare. L’energia solare spaziale si presenta come l’unica in grado di garantire quella continuità di fornitura che pannelli e pale eoliche da soli non possono assicurare.
I costi: il nodo da sciogliere
A terra, il solare è la fonte di energia più economica al mondo: nei Paesi più soleggiati produrre un’unità di energia può costare appena 0,023 euro. Portare quella stessa tecnologia in orbita è però un’altra storia. Le stime più recenti parlano di 15,8 miliardi di euro solo per la ricerca e lo sviluppo nelle prime quattro fasi del progetto, prima ancora di arrivare a un prototipo funzionante su scala industriale. La sfida principale resta il costo dei lanci spaziali: inviare in orbita strutture gigantesche richiede investimenti enormi. Tuttavia, qualcosa sta cambiando: i costi di lancio sono calati in modo negli ultimi anni, grazie soprattutto a SpaceX e all’avvento dei razzi riutilizzabili. Diverse startup stanno già scommettendo su questo scenario. Nel Regno Unito c’è Space Solar, negli Stati Uniti Virtus Solis. Entrambe lavorano a sistemi SBSP con finanziamenti misti pubblici e privati, consapevoli che la corsa è appena cominciata.
I rischi: detriti e ambiente
L’energia solare spaziale porta però con sé una serie di interrogativi. Il primo riguarda l’ambiente spaziale stesso: più oggetti in orbita significa più rischio di collisioni e accumulo di detriti. I sistemi SBSP dovranno essere progettati in modo altamente modulare proprio per ridurre questo pericolo. C’è poi la questione ambientale legata ai lanci. Nel 2024 la NASA ha avvertito che lo SBSP potrebbe generare emissioni di gas serra paragonabili a quelle degli altri sistemi rinnovabili — comunque inferiori ai combustibili fossili, ma non trascurabili.
La questione geopolitica
Il problema più spinoso, però, è geopolitico. Satelliti che trasmettono energia verso infrastrutture critiche terrestri sono, per definizione, bersagli appetibili. La società di consulenza Frazer-Nash, che ha pubblicato un rapporto specifico sulle sfide di sicurezza dello SBSP, è esplicita: «come le altre infrastrutture nazionali critiche, è un obiettivo allettante per i cybercriminali, gli attori sponsorizzati dagli Stati e gli hacktivisti». Non è un timore astratto: già oggi i parchi eolici offshore nel Mare del Nord vengono considerati vulnerabili, e un’inchiesta giornalistica ha documentato come la Russia disponga di imbarcazioni camuffate da pescherecci per mappare siti sottomarini strategici.
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