Una recente revisione mette a confronto il digiuno intermittente con le diete tradizionali svelando che i risultati sulla bilancia non sono così diversi
Negli ultimi tempi, una nuova tendenza ha invaso il web e i profili dei più noti influencer: il digiuno intermittente. Questa pratica non si concentra tanto su cosa mangiare, ma su quando farlo, alternando periodi di normale assunzione di cibo a finestre temporali più o meno lunghe in cui non si assume alcuna energia. Nonostante la grande risonanza mediatica, la scienza invita ora alla cautela, suggerendo che questa moda potrebbe non essere il miracolo che molti si aspettano per la salute a lungo termine. Una revisione sistematica appena pubblicata su Cochrane — la fonte più autorevole in materia di analisi delle evidenze mediche — ha esaminato i dati disponibili, e le conclusioni non sono quelle che molti speravano.
Cosa dice la ricerca sul calo ponderale
Le basi biologiche che sostengono il digiuno intermittente poggiano su meccanismi metabolici reali. Smettendo di mangiare per un tempo prolungato, il corpo aumenta il metabolismo dei grassi e migliora la sensibilità all’insulina, ottimizzando la gestione del glucosio. Teoricamente, questo dovrebbe tradursi in una perdita di peso rapida e duratura. Eppure, l’approfondita revisione sistematica pubblicata da Cochrane, offre una prospettiva diversa. Analizzando i dati di oltre venti studi clinici che hanno coinvolto circa duemila adulti in tutto il mondo, i ricercatori hanno infatti scoperto che questo schema alimentare non offre vantaggi reali rispetto alle diete tradizionali che riducono semplicemente le calorie giornaliere.
Il confronto con le diete ipocaloriche classiche
Il punto centrale emerso dall’analisi è che non esiste una differenza statisticamente rilevante nel successo tra chi segue il digiuno intermittente e chi opta per una restrizione energetica costante durante la giornata. Gli esperti hanno monitorato persone residenti in Europa, Nord America e Australia per un periodo di dodici mesi, testando diverse varianti, dal digiuno a giorni alterni alla più comune alimentazione a tempo limitato. Il risultato è stato sorprendente: l’effetto sulla bilancia non appare clinicamente superiore a quello ottenuto con i consigli dietetici standard. Secondo Luis Garegnani, ricercatore presso l’Universidad Hospital Italiano de Buenos Aires e autore principale dello studio, questa pratica non sembra funzionare meglio di altre strategie per gli adulti che cercano di combattere l’obesità in modo efficace e sostenibile.
Tra moda mediatica e realtà clinica
È innegabile che l’interesse del grande pubblico verso questa pratica sia cresciuto in modo esponenziale, alimentato da blog e articoli che ne esaltano i benefici quasi miracolosi. Spesso però la narrazione digitale tende a semplificare processi complessi, creando aspettative che la realtà medica non può confermare. La ricerca evidenzia proprio questo scollamento tra l’entusiasmo virtuale e le prove cliniche concrete. Sebbene il digiuno intermittente possa rappresentare un’opzione ragionevole per determinati profili di pazienti, le evidenze attuali non giustificano l’hype eccessiva che vediamo quotidianamente sulle piattaforme social. In molti casi, la perdita di peso iniziale che si registra con questi metodi tende a non mantenersi nel tempo, proprio come accade con molte altre diete restrittive.
La necessità di una personalizzazione del percorso
Affrontare l’obesità, che l’Organizzazione Mondiale della Sanità descrive ormai come una vera epidemia triplicata negli ultimi cinquant’anni, richiede strategie solide e durature. Il limite principale dei dati attualmente a nostra disposizione riguarda la durata dei controlli, che raramente superano l’anno di osservazione. Questo rende difficile capire se il digiuno intermittente sia davvero sostenibile per decenni o se possa portare a carenze o effetti collaterali non ancora mappati. Per questa ragione, la ricercatrice Eva Madrid sottolinea che è impossibile formulare una raccomandazione che valga per tutti indistintamente. La scelta del percorso alimentare corretto resta un compito che spetta al medico, il quale deve valutare il caso singolo, la psicologia del paziente e la sua reale capacità di sostenere uno schema così rigido nella vita quotidiana.
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