La ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità fotografa un’emergenza sommersa: decine di migliaia di anziani stranieri con disturbi cognitivi che faticano ad accedere a diagnosi e cure adeguate. I numeri del progetto Immidem.
Oltre 45mila migranti con demenza
L’Italia invecchia, ma non invecchia tutta allo stesso modo. Tra i tanti aspetti che la demografia del Paese ha cambiato negli ultimi vent’anni, uno resta ancora largamente invisibile: quello degli anziani stranieri che, dopo decenni di vita e lavoro nel nostro Paese, si trovano ad affrontare la demenza con strumenti sanitari che spesso non li riconoscono davvero.
Oggi, secondo le stime più recenti elaborate nell’ambito del progetto Immidem, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS), sono circa 45mila le persone con storia migratoria che vivono in Italia convivendo con un disturbo cognitivo o una demenza conclamata. Numeri importanti, dietro cui ci sono storie, famiglie, bisogni concreti che il sistema sanitario fatica ancora a intercettare in modo adeguato.
La popolazione straniera over 60 residente in Italia ha superato le 590mila unità. Una fetta crescente, quindi, di anziani nati altrove che hanno costruito qui la propria vita e che, come chiunque, possono ammalarsi. Il problema è che quando ci si ammala di demenza e si viene da un’altra cultura, con un’altra lingua, un’altra storia, un altro modo di raccontarsi, il percorso di diagnosi e cura diventa un percorso ad ostacoli.
I dati del progetto Immidem
Il progetto Immidem — acronimo di Dementia in immigrants and ethnic minorities — è la prima iniziativa nazionale dedicata in modo sistematico a questo tema. Nasce dall’osservazione condivisa da molti clinici: negli ultimi anni, sempre più persone con background migratorio si presentano agli ambulatori specialistici per difficoltà cognitive. L’ISS, attraverso il suo Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute (CNaPPS), ha coordinato il progetto con il finanziamento del Ministero della Salute, articolandolo in due fasi di ricerca che hanno prodotto dati concreti e, per certi versi, scomodi.
La ricerca condotta su 343 Centri per i disturbi cognitivi e le demenze (CDCD) ha rilevato che nel 2019 oltre 4.500 migranti risultavano già in carico ai servizi specialistici. Ma ha anche misurato quanto il sistema sia impreparato ad accoglierli. Solo il 6,7% dei centri dispone di materiale informativo in più lingue. Soltanto il 10,5% ha accesso a interpreti professionali. Il 37,3% può contare su un mediatore culturale, figura che in questi contesti risulta spesso decisiva.
E la situazione diventa ancora più critica quando si guarda agli strumenti diagnostici: appena il 2,3% dei centri utilizza procedure adattate alla valutazione cognitiva cross-culturale, e solo l’1,2% si avvale di test validati per contesti multiculturali come la RUDAS, la Rowland Universal Dementia Assessment Scale.
Una valutazione cognitiva che non parla le stesse lingue
I test neuropsicologici standard sono stati costruiti in ambienti che gli esperti definiscono “WEIRD”: occidentali, istruiti, industrializzati, ricchi e democratici. Applicarli a una persona cresciuta in un contesto rurale del Marocco o del Bangladesh, ad esempio, magari con scarsa scolarizzazione e poca dimestichezza con la lingua italiana, rischia di produrre risultati fuorvianti: non misura la cognizione, misura la distanza culturale.
L’analisi multicentrica condotta su 18 CDCD ha confermato che i pazienti migranti sono mediamente più giovani al momento della valutazione: 73 anni contro i 78,5 dei pazienti italiani. Mostrano inoltre una vulnerabilità linguistica significativa: il 21,9% ha una bassa competenza in italiano. Le reti familiari risultano più fragili, pur con una complessità clinica sostanzialmente sovrapponibile a quella dei pazienti autoctoni. In questo scenario, disporre di strumenti diagnostici adeguati non è un dettaglio tecnico: è la condizione minima per fare una diagnosi corretta.
Per questo Immidem ha curato la traduzione e l’adattamento culturale di alcuni strumenti (denominati BASIC, RUDAS e CNTB), garantendo equivalenza semantica e culturale. L’obiettivo è mettere a disposizione dei professionisti sanitari test capaci di valutare davvero le funzioni cognitive, al netto delle variabili culturali e linguistiche. Un lavoro lungo, meticoloso, che cambia in concreto la qualità delle diagnosi.
Sottodiagnosi, farmaci e mortalità nel Lazio
Le analisi epidemiologiche condotte nella regione Lazio offrono un quadro ulteriore e per certi versi controintuitivo. Su quasi 4 milioni di residenti con più di 50 anni, sono stati identificati 38.708 casi di demenza, con una prevalenza complessiva dello 0,85%. Tra le persone nate all’estero la prevalenza scende allo 0,57–0,69%, rispetto allo 0,87% degli italiani. E anche il ricorso ai farmaci specifici risulta meno frequente: tra i migranti li assumono il 47–51% dei pazienti, contro il 54% dei nativi.
A prima vista si potrebbe pensare a una popolazione straniera più sana, ma i ricercatori mettono in guardia da questa interpretazione. È molto più probabile che si tratti di un effetto di sottodiagnosi: molti casi non vengono individuati, e quindi non vengono trattati. Anche i dati sulla mortalità vanno letti in questa chiave. Non necessariamente una salute migliore, ma percorsi di cura discontinui, accesso ridotto ai servizi, barriere che si accumulano fino a rendere invisibile il paziente al sistema.
Le strade percorribili
Il 27 marzo 2026, presso la sede dell’ISS a Roma, si è tenuta la conferenza finale di Immidem. Un appuntamento che ha riunito ricercatori, delegati di istituzioni pubbliche, rappresentanti di associazioni di pazienti e organizzazioni non governative, mediatori culturali, leader di comunità e autorità sanitarie.
Dall’evento sono emerse indicazioni operative chiare. Aggiornare i sistemi informativi sanitari per includere le variabili legate alla storia migratoria dei pazienti, formare gli operatori sanitari con percorsi specifici sulla diversità culturale nella demenza, diffondere capillarmente gli strumenti diagnostici cross-culturali già sviluppati e produrre materiali informativi tradotti e adattati per i pazienti e le loro famiglie. I corsi residenziali previsti presso l’ISS vanno proprio in questa direzione.
Il punto di partenza c’è, i dati ci sono, gli strumenti anche. Quello che manca, ancora, è una risposta sistemica all’altezza di una società che è già cambiata.
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