Dal 16 gennaio scatta il primo aumento deciso con la manovra economica: colpiti anche sigari e tabacco trinciato. Il governo punta a incassare 900 milioni nel 2026, ma medici e associazioni chiedono interventi ben più drastici.
Un provvedimento che tocca tutte le marche
Da questa mattina i fumatori italiani pagano qualcosa in più. L’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli ha dato il via agli aumenti di prezzo per esattamente 390 prodotti diversi tra sigarette, sigari e tabacco trinciato. Sono coinvolte 86 marche di sigarette e 22 di tabacco trinciato.
I primi a subire il ritocco sono i marchi del gruppo Philip Morris: Marlboro, Chesterfield, Merit, Diana e Muratti. Per alcuni pacchetti l’incremento tocca i 30 centesimi. Le Marlboro Gold in astuccio, ad esempio, arrivano a 6,80 euro, le Chesterfield Original in cartoccio salgono a 5,50 euro, mentre le Philip Morris Red in astuccio costano ora 5,80 euro. Nei prossimi giorni arriveranno gli aggiornamenti anche per tutte le altre marche commercializzate in Italia.
La Federazione Italiana Tabaccai ha confermato l’entrata in vigore dei nuovi listini e ha disposto regole precise per evitare scorte speculative. Per tutta la giornata del 15 gennaio sono state bloccate le vendite in modalità “cash & carry”, cioè l’acquisto diretto dal deposito, e le cosiddette levate straordinarie, ovvero i prelievi di tabacco al di fuori del normale calendario di rifornimento. Una misura pensata per impedire ai rivenditori di accumulare pacchetti al vecchio prezzo da rivendere dopo il rincaro. L’obiettivo è mantenere trasparente il mercato e garantire che il gettito fiscale atteso dalle nuove accise arrivi effettivamente allo Stato.
Un miliardo e mezzo in tre anni grazie alle accise
La manovra economica prevede un aumento progressivo delle accise sul tabacco che si svilupperà nei prossimi tre anni. L’accisa minima sulle sigarette sale da 29,50 euro per mille pezzi nel 2025 a 32 euro nel 2026, per poi arrivare a 35,50 euro nel 2027 e chiudere a 38,50 euro nel 2028. Per le sigarette si passa da 37 a 47 euro al chilogrammo convenzionale quest’anno, con ulteriori incrementi fino a 51 euro nel 2028. Il tabacco trinciato segue la stessa logica: da 148,50 euro al chilo si passa a 161,50 euro nel 2026, poi 165,50 nel 2027 e infine 169,50 dal 2028 in poi.
In previsione, nel 2026 il maggior gettito sarà di 213 milioni, nel 2027 salirà a 465,8 milioni e nel 2028 toccherà i 796,9 milioni. Risorse che si aggiungono ai circa 15 miliardi che il tabacco garantisce ogni anno all’erario. Una cifra enorme, che spiega perché nonostante tutte le campagne sanitarie contro il fumo, il settore continui a essere centrale nelle strategie fiscali italiane.
Sigarette elettroniche colpite, tabacco riscaldato escluso
Non sono solo le sigarette tradizionali a rientrare nell’operazione; anche le sigarette elettroniche vedono aumentare le accise. Per i prodotti da inalazione senza combustione contenenti nicotina, il coefficiente passa dal 18% di quest’anno al 20% nel 2027, fino ad arrivare al 22% dal 2028. Per i liquidi senza nicotina l’incremento è leggermente inferiore: dal 13% si arriva al 17% in tre anni. Una mossa che colpisce un mercato in forte espansione, che negli ultimi anni ha attirato molti consumatori alla ricerca di alternative al fumo tradizionale.
Restano invece fuori, almeno per ora, i prodotti a tabacco riscaldato, un segmento su cui le multinazionali stanno investendo miliardi.
L’esclusione, però, ha alimentato polemiche, dato che molti ritengono che questi dispositivi dovrebbero essere trattati fiscalmente come gli altri prodotti da fumo, visto che contengono comunque tabacco e nicotina. Le aziende del settore li presentano come meno dannosi delle sigarette normali, anche se le evidenze scientifiche sulla loro reale pericolosità sono ancora oggetto di dibattito.
Per medici e ambientalisti serve ben altro
L’aumento deciso dal governo, pur significativo per i fumatori abituali, è molto lontano da quello che chiede da tempo il mondo sanitario. L’associazione degli oncologi, ad esempio, sostiene da anni che servirebbe un rincaro di almeno 5 euro a pacchetto per compensare davvero il costo sociale del fumo in termini di cure ospedaliere, terapie oncologiche e perdita di produttività lavorativa. Un incremento del genere avrebbe anche un forte effetto deterrente, soprattutto sui più giovani, che spesso iniziano a fumare proprio perché il prodotto resta relativamente accessibile.
Sulla stessa linea la Società Italiana di Medicina Ambientale, che ha sottolineato che concentrarsi solo sulle sigarette è limitante. Il tabacco non è l’unico prodotto che grava sulla salute pubblica. Superalcolici, bevande zuccherate e cibi ultra-processati hanno un impatto importante sul sistema sanitario nazionale, eppure vengono spesso lasciati fuori dalle tassazioni mirate.
Nessuna svolta, solo un aggiustamento di conti
Il governo aveva stimato che per le sigarette l’aumento delle accise avrebbe portato a un rincaro medio di 14-15 centesimi al pacchetto. Per alcuni è così, mentre per altri marchi il rialzo è anche più elevato. Nel 2027 è previsto un ulteriore incremento di 10-12 centesimi per le sigarette e di circa 15 centesimi per il trinciato. Nel 2028 altri 13-14 centesimi per entrambe le categorie.
Anche a livello europeo si discute di una direttiva che obblighi tutti i Paesi membri a incrementare in modo coordinato le accise sul tabacco. L’obiettivo sarebbe evitare forti differenze di prezzo tra Stati e rendere il fumo meno accessibile in tutta l’Unione. L’Italia è lontana dai picchi raggiunti in Paesi come l’Australia, dove un pacchetto può superare i 20 euro, ma l’obiettivo è chiaro: togliere il fumo dalla vita di milioni di persone.
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