Otto miliardi e trecento milioni di abitanti mettono a rischio la sostenibilità del pianeta. La strategia degli scienziati australiani
Negli ultimi decenni, il dibattito sul futuro dell’umanità si è spesso polarizzato tra due posizioni opposte. C’è chi punta il dito contro gli stili di vita insostenibili dei paesi ricchi, e chi invece ritiene che il problema principale sia l’eccessivo numero di abitanti del pianeta. Un nuovo studio analizza due secoli di dati demografici per capire se la Terra abbia ancora quella che gli scienziati chiamano capacità portante. Questo termine identifica il numero massimo di individui che un ambiente può sostenere nel lungo periodo, senza compromettere la rigenerazione delle risorse disponibili. In altre parole, la capacità portante è il limite naturale oltre il quale un ecosistema inizia a soffrire. E secondo i ricercatori della Flinders University in Australia, l’umanità ha varcato quella soglia da tempo, ben prima di arrivare agli attuali 8,3 miliardi di persone.
Il paradosso dei combustibili fossili
Per comprendere la portata del problema, bisogna partire da una contraddizione di fondo. L’essere umano è un ingegnere ecosistemico straordinario, capace di modificare l’ambiente circostante come nessun’altra specie. Grazie alla tecnologia e allo sfruttamento dei combustibili fossili, l’homo sapiens ha rimosso i vincoli che la natura impone a ogni altra forma di vita. Il risultato è una crescita demografica esplosiva, sostenuta da energia a basso costo e da risorse non rinnovabili. Il problema è che questa strategia ha funzionato solo in apparenza. Perché i combustibili fossili hanno mascherato il degrado ambientale, migliorando l’efficienza d’uso delle risorse senza aumentare la reale capacità portante del pianeta. Anzi, l’hanno ridotta nel lungo termine, alimentando il cambiamento climatico e mettendo sotto pressione i sistemi di supporto. “Le economie attuali, basate su una crescita ininterrotta, apparentemente non riconoscono i vincoli rigenerativi di una crescita demografica sostenuta”, scrivono i ricercatori. “I combustibili fossili compensano artificialmente questa differenza”.
Il 1962, l’anno della svolta
Analizzando l’andamento della popolazione mondiale dal XIX secolo a oggi, i ricercatori hanno individuato un punto di svolta nell’inizio degli anni Sessanta. Fino agli anni Cinquanta, più persone significavano più innovazione, più consumo energetico e uno sviluppo tecnologico capace di alimentare un’ulteriore espansione. Ma intorno al 1962 il tasso di crescita globale ha iniziato a rallentare, pur continuando ad aumentare il numero di abitanti. “Questo cambiamento ha segnato l’inizio di una fase demografica negativa”, spiega il ricercatore Corey Bradshaw. “Significa che l’aumento della popolazione non si traduce più in una crescita più rapida”. In pratica, il meccanismo che aveva spinto l’umanità per oltre un secolo si è inceppato. E i segnali di allarme non sono uguali per tutti: mentre le nazioni più ricche hanno iniziato a rallentare decenni fa, le regioni a basso reddito stanno entrando in questa fase solo ora, con conseguenze ancora tutte da valutare.
Quanti saremo
Proiettando queste tendenze verso il futuro, il modello matematico utilizzato dal team australiano stima che la popolazione mondiale raggiungerà il suo picco massimo tra gli 11,7 e i 12,4 miliardi di persone. L’appuntamento con questo tetto storico è fissato tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta del prossimo secolo, cioè tra il 2067 e il 2076. Fin qui, nulla di nuovo: altre proiezioni avevano già ipotizzato cifre simili. Il dato davvero sorprendente, però, è un altro. I ricercatori hanno infatti calcolato quale sarebbe la capacità portante della Terra in assenza di combustibili fossili e di tecnologie avanzate, cioè in condizioni puramente naturali. Il risultato è sconvolgente: il nostro pianeta sarebbe in grado di sostenere stabilmente solo 2,5 miliardi di persone. Tradotto in termini semplici: stiamo vivendo grazie a un’enorme iniezione artificiale di energia, che ci permette di essere più del triplo di quanti potremmo essere senza di essa. E questo equilibrio precario, avvertono gli scienziati, ha i giorni contati.
Non basta “consumare meglio”
Il messaggio dello studio non è però disfattista. I ricercatori sottolineano che la capacità portante non è un numero immutabile, ma una soglia ridefinibile con scelte consapevoli. Il problema è che il margine di manovra si sta riducendo rapidamente. “La Terra non può sostenere la futura popolazione umana, né tantomeno quella attuale, senza una profonda revisione delle pratiche socio-culturali”, conclude Bradshaw. “Il tempo per agire si sta riducendo, ma un cambiamento è ancora possibile se le nazioni collaborano”. Non basta “consumare meglio”. Secondo i dati, le anomalie delle temperature globali, l’impronta ecologica e le emissioni totali dipendono più dal numero complessivo di persone che dall’aumento dei consumi individuali. Servono interventi radicali su più fronti: come gestiamo l’acqua, l’energia, il suolo e la biodiversità.
Il tempo stringe
Senza una revisione drastica, il rischio concreto è quello di un collasso sistemico, che colpirebbe prima i più vulnerabili ma alla fine non risparmierebbe nessuno. Oggi la Terra ospita 8,3 miliardi di persone. Secondo i ricercatori, neppure questo numero è realmente sostenibile. E il futuro prossimo, con oltre 11 miliardi di abitanti, rischia di diventare insostenibile molto prima di quanto immaginiamo. La buona notizia è che la scienza indica anche la strada: collaborazione globale, abbandono della dipendenza dai fossili e una nuova alleanza tra demografia e sostenibilità. La capacità portante della Terra non è un destino scritto nella pietra: è una variabile che dipende anche dalle scelte collettive che siamo disposti a fare o a rimandare.
TUTTE LE ULTIME NOTIZIE SU SPAZIO50.ORG
© Riproduzione riservata
