Inaugurato nel V Municipio il primo centro di cohousing per over 65 autosufficienti. Uno stabile sottratto alla criminalità organizzata diventa infrastruttura sociale tra Centocelle e Tor Sapienza.
Il nuovo progetto di cohousing: com’è e chi accoglie
Niente più solitudine fra quattro mura, niente più isolamento. A Roma est, nel cuore del V Municipio, ha aperto i battenti un nuovo centro di cohousing dedicato agli anziani autosufficienti rimasti soli. La struttura si trova in via Altobelli, tra i quartieri di Centocelle e Tor Sapienza, e nasce all’interno di uno stabile che lo Stato aveva confiscato alla criminalità organizzata e che ora, recuperato grazie a un finanziamento congiunto del Municipio e della Regione Lazio, diventa una casa condivisa e solidale. L’inaugurazione, avvenuta la scorso 13 febbraio, ha visto la presenza del sindaco Roberto Gualtieri, dell’assessora capitolina alle Politiche Sociali Barbara Funari e del presidente del V Municipio Mauro Caliste.
Per ora la struttura accoglie sei o sette persone, con la prospettiva concreta di arrivare a dieci una volta completati tutti i passaggi necessari. Non si tratta di una casa di riposo, né di una residenza assistita. Il cohousing si rivolge a chi è ancora in grado di cavarsela da solo ma non vuole, e non deve, farlo nell’isolamento. L’appartamento è organizzato con camere da letto private, una cucina dotata di dispensa, una zona pranzo, un soggiorno, più bagni, una lavanderia, diversi ripostigli e uno spazio esterno. Ambienti pensati per garantire autonomia individuale e, insieme, vita di comunità.
La gestione del servizio è stata affidata alla cooperativa sociale Obiettivo Uomo, che ha curato anche l’allestimento degli spazi per renderli accoglienti e familiari.
Un bene sottratto alla criminalità, restituito alla città
Il fatto che la struttura nasca dentro un immobile confiscato alla criminalità organizzata non è un dettaglio marginale ma il centro simbolico e politico dell’intera operazione. Quello stabile, che un tempo serviva a tutt’altri scopi, oggi restituisce dignità e sicurezza a chi rischia di trovarsi ai margini della vita sociale.
Il finanziamento, costruito attraverso una sinergia tra Roma Capitale, il Municipio V, la Regione e le realtà associative del territorio, ha permesso di ristrutturare e riconvertire l’immobile, trasformandolo in un’infrastruttura sociale. Nello stesso edificio trovano spazio anche progetti rivolti a donne vittime di violenza, a conferma di una vocazione complessiva del luogo verso le fasce più vulnerabili della popolazione.
Annalisa Scepi, presidente di Obiettivo Uomo, ha spiegato che il lavoro dell’ente gestore si è concentrato sull’allestimento e sulla cura dei dettagli. Perché, per chi ci abita, quel posto deve diventare davvero una casa, non una struttura istituzionale. Un luogo dove sentirsi al sicuro, dove non temere di ritrovarsi di nuovo soli o in mezzo alla strada.
Il peso dei numeri
I dati rendono urgente la questione, basta guardare i numeri Istat. In Italia vivono circa 9 milioni di persone over 65 in solitudine. La percentuale di over 75 che vive da sola sfiora il 40%. Alla fine del 2024, per la prima volta, il numero di persone con più di 80 anni ha superato quello dei bambini sotto i 10. Un segnale demografico che non lascia spazio a interpretazioni.
Non solo. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha classificato la solitudine degli anziani come un grave problema di salute pubblica globale, paragonabile per impatto sulla mortalità al fumo, all’obesità e alla sedentarietà.
L’inaugurazione della nuova struttura
Solo nel V Municipio di Roma, che conta circa 260.000 abitanti, un quarto della popolazione è anziana e una larga fetta vive sola. All’inaugurazione, il presidente Caliste ha sintetizzato così l’orientamento dell’iniziativa: basta sostituire l’«io» con il «noi». Non una formula vuota, ma la descrizione concreta di un modello abitativo che cambia la vita quotidiana di chi ci abita.
Il sindaco Gualtieri ha poi inquadrato il progetto in una strategia più ampia: realizzare infrastrutture sociali di nuova generazione, basate sulla comunità e sulla prossimità, in modo capillare in tutti i Municipi. Non solo al centro, ma anche nelle periferie. Ha ricordato inoltre che sempre quel giorno (il 13 febbraio n.d.r.) a Villa Gordiani, era stata inaugurata una casa del progetto «Dopo di noi», finanziata con fondi del PNRR: due iniziative diverse, stesso obiettivo di fondo. L’idea di base, infatti, è che strutture come queste non si devono limitare ad offrire un tetto, ma devono restituire dignità, senso di appartenenza, fiducia.
Il cohousing in Italia: un modello ancora da costruire
Il progetto romano si inserisce in un dibattito nazionale che sta prendendo forma. Già lo scorso novembre la 50&Più aveva presentato «Abitare il domani», il primo manifesto italiano sul cohousing. Il documento ha provato a definire come deve essere una struttura di cohousing, dove realizzarla, quali caratteristiche deve avere. Accessibilità universale, prossimità ai servizi essenziali, spazi comuni che favoriscano l’invecchiamento attivo, design flessibile e sicurezza integrata.
L’obiettivo è promuovere una cultura dell’abitare collaborativo che alleggerisca la pressione sui servizi sociali e sanitari, mantenendo gli anziani attivi e partecipi nelle loro comunità. La 50&Più ha anche annunciato la creazione di un tavolo permanente con gli operatori del settore, per monitorare le iniziative esistenti e promuoverne di nuove.
Il centro di via Altobelli, pur nella sua scala contenuta, incarna già molti di questi principi. È un laboratorio concreto, non una sperimentazione astratta. Gli spazi comuni esistono, e funzionano.
Credit foto apertura: comune.roma.it/web
© Riproduzione riservata
