El Camino è un’esperienza millenaria che attrae migliaia di persone ogni anno ben oltre la sola valenza religiosa
Il successo del film di Checco Zalone “Buen camino” ha riportato l’attenzione su uno dei percorsi più famosi d’Europa. Ogni anno centinaia di migliaia di persone intraprendono un viaggio a piedi lungo un antico percorso di pellegrinaggio che ha come meta la cattedrale di Santiago de Compostela, in Galizia. Qui, secondo la tradizione cristiana, sono custodite le spoglie dell’apostolo San Giacomo il Maggiore. Il nome “Compostela” ha origini misteriose. La tradizione popolare parla di “Campus Stellae”, il campo della stella, riferendosi alla leggenda del ritrovamento miracoloso della tomba. Gli studiosi moderni propendono invece per “Compostum”, cimitero, dato che sotto la Cattedrale esisteva effettivamente una necropoli romana. Sia come sia, compiere il Cammino ha ancora oggi una forte valenza spirituale e culturale, in cui si intrecciano neuroscienze, storia medievale e antropologia, in un’esperienza totalizzante.
Le origini di un fenomeno millenario
La storia del Cammino di Santiago affonda le radici nel IX secolo, quando venne scoperta la tomba di San Giacomo a Santiago de Compostela. Da quel momento, le vie jacobee divennero le arterie dell’Europa medievale, percorse da pellegrini di ogni estrazione sociale. Quello che potrebbe sembrare un fenomeno relegato al passato è invece più vivo che mai: i dati del 2025 parlano di oltre 530.000 persone che hanno completato il percorso richiedendo la certificazione ufficiale, con una crescita costante anno dopo anno. Non si tratta più solo di un pellegrinaggio religioso. Molti affrontano il Cammino di Santiago in cerca di risposte personali, per elaborare un lutto, superare una crisi o semplicemente per staccare da una quotidianità che spesso risulta opprimente. E la scienza inizia a spiegare perché questo percorso ha effetti così profondi su chi lo affronta.
Il ruolo della biochimica
Camminare fianco a fianco per giorni crea quello che la neuroscienziata Kelly McGonigal chiama “entrainment cerebrale”. Muoversi allo stesso ritmo con altre persone sincronizza infatti le onde cerebrali dei camminatori, stimolando il rilascio di endorfine e ossitocina, gli ormoni del benessere e del legame sociale. Questo processo riduce la percezione dell’individualità isolata a favore di un’identità collettiva, ed ecco spiegato perché lungo il percorso cadono rapidamente le barriere sociali e nascono amicizie profonde in pochi giorni. Relazioni che in condizioni normali richiederebbero mesi. La formula è semplice: il passo condiviso genera fiducia, la fatica comune abbatte le difese, la semplicità della quotidianità riporta all’essenziale.
La conchiglia che proteggeva i pellegrini
La caratteristica conchiglia appesa agli zaini dei pellegrini è la Pecten maximus, chiamata in Galizia “Viera”. Lo storico Paolo Caucci von Saucken ha documentato come il guscio di questo mollusco nel Medioevo fungesse da vero e proprio strumento ‘multifunzione’: serviva come misura standard per bere gratuitamente alle fonti pubbliche e garantiva una protezione legale straordinaria. Il diritto medievale prevedeva infatti la scomunica immediata per chiunque molestasse un pellegrino che portasse il segno della Viera, che garantiva una sorta di immunità diplomatica accessibile a tutti, protezione eccezionale in un’epoca dove i viaggiatori erano spesso vittime di violenze.
Lo shock del ritorno
L’antropologo Victor Turner ha descritto l’esperienza del pellegrinaggio come uno stato di “liminalità” o “communitas”: una condizione sospesa tra la vita quotidiana e una dimensione altra, dove le gerarchie sociali si dissolvono. Il vero problema arriva al ritorno. Molti pellegrini, infatti, raccontano di provare disagio, quasi nausea, davanti alla sovrabbondanza dei supermercati o alla velocità frenetica della vita urbana. Il cervello, dopo settimane trascorse nell’essenziale, percepisce il bombardamento sensoriale della modernità come un’aggressione. Questa difficoltà di riadattamento non è paragonabile allo stress ‘post vacanziero’, ma è la testimonianza di una riorganizzazione cognitiva avvenuta lungo il percorso, una nuova scala di priorità che il cervello fatica a “disimparare” una volta tornati alla routine.
Creatività e antichi saluti
E poi c’è la questione della creatività. Ricercatori della Stanford University hanno dimostrato che camminare aumenta la produzione creativa del 60%. Il movimento a ritmo costante, quello tipico del cammino, disattiva l’attenzione focale e accende il Default Mode Network, l’area cerebrale del “sogno a occhi aperti”. Facilitando la risoluzione di conflitti interiori e stimolando il pensiero divergente. Il rituale del saluto “buen camino”, ripetuto migliaia di volte, non è folklore: secondo le teorie del sociologo Erving Goffman sull’interazione sociale, funge da potente lubrificante relazionale. Rompere sistematicamente la diffidenza verso l’estraneo abbassa i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, predisponendo il sistema nervoso alla fiducia. Si crea così una micro-società fondata sull’altruismo invece che sulla competizione urbana.
Quando il pellegrinaggio cancellava i reati
Forse l’aspetto più sorprendente riguarda la Compostela, il diploma che certifica il completamento del percorso. Documenti dell’Archivio della Cattedrale rivelano che nel XIV secolo questo certificato aveva valore legale, fungendo come una forma di riabilitazione sociale. I condannati per reati civili potevano ottenere la cancellazione della pena dimostrando di aver completato il pellegrinaggio. Una forma di giustizia riparativa riconosciuta dai tribunali di tutta Europa, secoli prima che nascesse il concetto moderno di reinserimento sociale.
TUTTE LE ULTIME NOTIZIE SU SPAZIO50.ORG
© Riproduzione riservata
