La svolta promette di rilanciare l’accettazione dei ticket nei pubblici esercizi con benefici per milioni di lavoratori italiani
Il primo settembre entra in vigore la nuova normativa che fissa al 5% il limite massimo delle commissioni sui buoni pasto, una misura che promette di cambiare radicalmente l’equilibrio economico per bar, ristoranti e pubblici esercizi in tutto il Paese. La novità rappresenta il punto di arrivo di una battaglia lunga tre anni, iniziata quando le imprese della distribuzione commerciale e della ristorazione minacciarono di smettere completamente di accettare i ticket. Una protesta che avrebbe colpito duramente circa tre milioni di lavoratori pubblici e privati che utilizzano quotidianamente questo strumento per garantirsi il pasto durante la giornata lavorativa.
I numeri che spiegano l’importanza della riforma
Per comprendere l’impatto della misura basta analizzare alcuni dati significativi. Prima della riforma, per ogni buono da 8 euro, bar, negozi alimentari e supermercati incassavano solamente 6,18 euro. Una volta sottratti anche gli oneri finanziari, si registrava un deprezzamento del 30%: ogni 10mila euro di buoni pasto incassati, gli esercizi convenzionati pagavano circa 3mila euro in commissioni varie. Secondo le stime, grazie alla nuova regolamentazione sui buoni pasto, gli imprenditori del settore potranno risparmiare complessivamente fino a 400 milioni di euro all’anno. Una cifra considerevole che dovrebbe tradursi in benefici tangibili per l’intera categoria.
Vantaggi per i consumatori: più accettazione, più concorrenza
La riduzione delle commissioni sui buoni pasto non porterà vantaggi solamente agli esercenti. Il mercato dei ticket restaurant ha mostrato negli anni una crescita costante: nel 2019 aveva raggiunto la cifra di 500 milioni di buoni pasto distribuiti, per un valore complessivo di circa 3,2 miliardi di euro, beneficiando circa 2,8 milioni di lavoratori, di cui un milione dipendenti pubblici. La misura infatti incentiverà una più ampia accettazione dei ticket da parte degli esercizi commerciali, creando un circolo virtuoso in tutta la filiera. Per le categorie di esercenti meno costi per le imprese significa più disponibilità ad accettare i ticket, più concorrenza e più benefici per i clienti.
Il precedente del fallimento Qui!Group
Le preoccupazioni del settore non sono infondate, considerando quanto accaduto nel 2018 con il clamoroso fallimento di Qui!Group. Come riporta Rai News, la società aveva accumulato 325 milioni di euro di debiti, di cui circa 200 milioni nei confronti degli esercizi convenzionati che accettavano i suoi buoni pasto. Quel crack aveva dimostrato tutte le criticità di un sistema squilibrato, dove i rischi ricadevano principalmente sui piccoli e medi imprenditori della ristorazione e del commercio alimentare. L’episodio aveva accelerato la richiesta di una riforma complessiva del settore, che ora trova finalmente una prima risposta concreta.
Una riforma che chiude una lunga querelle
L’entrata in vigore del tetto del 5% per le commissioni sui buoni pasto rappresenta la conclusione di una vertenza che andava avanti da tre anni. Una battaglia che aveva visto protagoniste le principali associazioni dei settori interessati, tra cui Fipe Confcommercio, che avevano unito le forze per deninciare una situazione diventata insostenibile per molti operatori del settore. La riforma dimostra come la pressione delle categorie produttive possa portare a risultati concreti quando le richieste sono supportate da dati oggettivi. Il passo successivo è che questa sia solo la prima tappa di un percorso di riqualificazione complessiva del sistema dei buoni pasto, per rendere questo strumento sempre più efficace, come sostegno ai lavoratori e come volano per l’economia del settore ristorativo e della distribuzione alimentare.
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