La crisi con l’Iran riaccende il dibattito sulla presenza militare americana nel nostro Paese. Dagli accordi del dopoguerra alla catena di comando: tutto quello che c’è da sapere.
Basi americane in Italia: un patrimonio storico di accordi
Quando la crisi internazionale si fa sentire, il dibattito interno tende sempre a tornare sullo stesso punto: cosa succede alle basi militari statunitensi presenti in Italia? Quante sono, chi le comanda e, soprattutto, chi decide come vengono usate? L’attacco condotto da Stati Uniti e Israele contro l’Iran il 28 febbraio 2026 ha riportato in prima pagina un tema che periodicamente affiora nel dibattito politico italiano, ma che raramente viene affrontato con la chiarezza che merita.
La risposta breve è che la presenza militare americana in Italia affonda le radici nel dopoguerra e si regge su una rete di accordi bilaterali firmati a partire dagli anni Cinquanta, nell’ambito della cooperazione con la NATO. La risposta lunga è un po’ più articolata.
Quante basi ci sono e dove si trovano
Il numero esatto delle basi americane dislocate sul territorio italiano non è certo, e in parte non può esserlo: alcune installazioni sono classificate. Le stime parlano di circa 120 strutture tra basi NATO e basi a gestione prevalentemente statunitense, distribuite lungo tutta la penisola.
Tra quelle strettamente riconducibili all’Alleanza Atlantica, le installazioni principali sono quattro: il Centro ricerche NATO di La Spezia, il Defence College di Roma, il Comando NATO di Napoli e la base navale NATO di Taranto. Non tutte hanno funzione operativa in senso stretto: alcune svolgono compiti di formazione, ricerca e coordinamento.
Ben più capillare è la presenza militare americana diretta. Procedendo geograficamente: Aviano, in Friuli-Venezia Giulia, è la base aerea più nota, anche perché ospita armamenti nucleari tattici assegnati alla NATO. A Ghedi, in Lombardia, la situazione è analoga: formalmente italiana, ma con una significativa componente americana legata proprio alla custodia di testate atomiche. Camp Ederle, a Vicenza, è una delle basi dell’esercito USA, insieme a Caserma Del Din e alle strutture di Motta di Livenza nel Trevigiano. Camp Darby, in Toscana tra Pisa e Livorno, è tecnicamente italiana ma ospita uno dei più grandi depositi di materiale bellico americano fuori dai confini statunitensi.
A Gaeta, nel Lazio, ha sede un comando della marina USA. A Napoli convivono strutture dell’esercito americano e il comando NATO per il Sud Europa. E poi c’è Sigonella, in Sicilia, forse la più strategica in assoluto per posizione geografica: base aeronavale nel cuore del Mediterraneo, utilizzata tanto per missioni di sorveglianza quanto per operazioni di proiezione verso il Medio Oriente e l’Africa.
A tutto questo si aggiungono oltre 12.000 soldati americani presenti stabilmente in Italia, senza contare la Sesta Flotta USA che opera nel Mediterraneo.
Gli accordi che regolano tutto
La cornice giuridica che disciplina questa presenza è costruita su più strati, accumulatisi nel corso dei decenni. Il primo mattone è l’accordo bilaterale Italia-USA del gennaio 1950, relativo all’assistenza difensiva reciproca, seguito due anni dopo dall’Accordo sulla sicurezza reciproca firmato a Roma nel 1952. Il salto di qualità arriva però nel 1954, con due documenti fondamentali che ancora oggi costituiscono l’ossatura della cooperazione militare tra i due Paesi.
Il primo è l’Air Technical Agreement, che definisce i limiti delle attività operative e addestrative dei velivoli statunitensi in territorio italiano. Il secondo è il Bilateral Infrastructure Agreement (BIA) del 20 ottobre 1954, noto come “accordo ombrello”: regolamenta l’uso delle infrastrutture militari concesse agli americani e stabilisce le modalità di gestione delle installazioni. Entrambi i documenti sono coperti da un alto livello di classificazione e non possono essere resi pubblici unilateralmente.
Nel 1995 è poi entrato in vigore il memorandum of understanding tra il ministero della Difesa italiano e il Dipartimento alla Difesa degli Stati Uniti, conosciuto come “Shell Agreement”. Il memorandum ha introdotto la possibilità di negoziare un accordo tecnico specifico per ciascuna base, definendo procedure operative, logistica e modalità di gestione.
Ha anche istituito una commissione militare congiunta per risolvere eventuali controversie interpretative. Il documento rimane in vigore fino a eventuale revoca, con preavviso di un anno da parte di uno dei due Paesi. Non risultano accordi successivi che abbiano modificato in modo sostanziale l’impianto complessivo.
Chi comanda davvero
Il modello di gestione è condiviso, ma con distinzioni precise. I comandanti delle basi sono ufficiali italiani. Il controllo delle attività operative, del personale e degli equipaggiamenti americani resta però prevalentemente in mano al comando statunitense. In sostanza: la sovranità formale è italiana, la gestione operativa è americana.
Nelle aree militari vigono le leggi italiane, anche se con deroghe possibili in presenza di esigenze legate alla sicurezza nazionale. La questione si complica ulteriormente quando entrano in gioco le armi nucleari.
Le testate presenti ad Aviano e Ghedi rientrano nel cosiddetto “nuclear sharing” della NATO: possono essere utilizzate solo in caso di attacco a un Paese membro dell’Alleanza, non necessariamente l’Italia. La decisione spetterebbe al Consiglio dell’Alleanza Atlantica, non al governo di Roma.
Il dibattito politico dopo la crisi iraniana
Di fronte alle domande sollevate dagli eventi di fine febbraio 2026, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha chiarito che gli accordi vigenti consentono attività logistiche ma non operazioni legate a bombardamenti o combattimento diretto. Tra l’altro, al momento, non risultano richieste formali da parte americana per un utilizzo diverso delle basi. Qualora arrivassero, la decisione spetterebbe al governo, ma richiederebbe anche il coinvolgimento del Parlamento.
Le basi, in fondo, non sono solo una questione militare. Partecipare alla NATO consente all’Italia di mantenere una spesa per la difesa inferiore a quella che sarebbe necessaria in assenza di una copertura collettiva.
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