L’Associazione Italiana di Psicogeriatria lancia un appello per una strategia nazionale contro l’isolamento degli over 65. I dati Eurostat non sono rassicuranti: molti i rischi per la salute e un sistema sanitario già sotto pressione.
L’Italia tra i Paesi più soli d’Europa
L’Italia è uno dei Paesi più vecchi del mondo, ma anche tra i più soli del continente. I dati Eurostat fotografano una realtà preoccupante: il 14% degli anziani italiani dichiara di non avere nessuno a cui chiedere aiuto, e il 12% non ha nessuno con cui confidarsi. Numeri che rappresentano quasi il doppio rispetto alla media europea, ferma al 6,1%. Non si tratta di un primato di cui andare fieri.
Eppure, a fronte di questi dati, l’Italia non dispone ancora di una strategia nazionale organica per contrastare la solitudine degli anziani. Regno Unito e Giappone hanno già istituito ministeri ad hoc; altri otto Paesi occidentali hanno attivato piani dedicati. Noi, come sottolineano gli specialisti, siamo ancora fermi all’attuazione concreta delle norme.
Il congresso di Padova
Il tema è stato al centro del 26° Congresso Nazionale dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria (AIP), in programma a Padova, con oltre 600 tra geriatri, psichiatri, neurologi e operatori sanitari. La scelta della città veneta non è stata casuale: Padova, come molti centri italiani, incarna le trasformazioni urbane in atto, con quartieri storici che si svuotano e servizi che migrano verso le periferie. Un laboratorio a cielo aperto delle contraddizioni di un Paese che invecchia senza aver ancora elaborato una risposta strutturata.
Solitudine, salute e costi nascosti
La solitudine non è soltanto una condizione esistenziale. È anche, e soprattutto, un problema clinico ed economico con ricadute misurabili. Gli specialisti AIP hanno ricordato che l’isolamento sociale aumenta del 50% il rischio di demenza e del 30% quello di mortalità precoce. Circa il 5% dei casi di demenza è direttamente attribuibile all’isolamento. Le persone sole, inoltre, ricorrono più spesso ai servizi sanitari, aggravando un sistema che già fatica a reggere. In Italia gli over 65 rappresentano circa il 24% della popolazione secondo i dati ISTAT, e sono tra i gruppi più esposti all’aumento del costo della vita, con pensioni che spesso non tengono il passo. La fragilità sociale e quella economica si sommano, si alimentano a vicenda, e producono un carico silenzioso che difficilmente finisce sui giornali.
Il presidente dell’AIP, Diego De Leo, è stato diretto sul punto. “Mantenere relazioni quotidiane con almeno cinque o sei persone diverse può contribuire in misura significativa alla prevenzione del deterioramento cognitivo e del disagio psicologico”. Non è una provocazione, ma una indicazione che emerge dalle linee guida internazionali. Eppure, costruire o preservare quella rete di relazioni, per molti anziani italiani, è diventato oggettivamente difficile.
Città che cambiano, anziani che restano
Il problema non nasce a tavolino. Nasce nei quartieri. Negozi di prossimità che chiudono, trasporti pubblici poco accessibili, spazi verdi insufficienti, servizi sempre più lontani dal centro abitato. In questo contesto, molti anziani si ritrovano a vivere in luoghi che non riconoscono più, disimpegnati dalla vita collettiva, quasi invisibili in città che si sono trasformate intorno a loro.
A questa solitudine urbana si aggiunge, secondo gli esperti dell’AIP, una dimensione psicologica legata al contesto internazionale: le tensioni globali e i conflitti in corso generano nei pazienti più anziani un senso di inquietudine che, per chi ha vissuto il dopoguerra, evoca atmosfere familiari e angoscianti. De Leo descrive “un clima psicologico che ricorda quello precedente alla Seconda Guerra Mondiale, con anziani che percepiscono una minaccia diffusa e concreta”. Ansia, depressione e declino cognitivo diventano così i compagni silenziosi di una generazione già fragile.
Cosa si discute e cosa manca ancora
Il congresso padovano ha affrontato anche le nuove terapie per Alzheimer e demenze, la depressione e i disturbi neuropsichiatrici, il ruolo dei determinanti sociali nella salute, l’impatto dell’intelligenza artificiale nella cura e le questioni etiche legate al caregiving.
Ciò che resta fuori dai convegni, però, è ancora la risposta politica. In un Paese in cui si stimano mediamente 73 anni di vita in buona salute, la vera questione non è soltanto la longevità, ma la sua qualità. Vivere a lungo, in solitudine e senza risorse, non è un traguardo. E senza un piano nazionale che coordini interventi sociali, sanitari e urbanistici, il rischio concreto è che una parte crescente della popolazione anziana continui a invecchiare nell’invisibilità, con costi umani ed economici che ricadranno sull’intero sistema.
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