Il fenomeno riguarda prevalentemente donne che hanno lavorato nell’assistenza domiciliare. Molti esperti riuniti a Roma chiedono interventi su sanità e previdenza per evitare nuove disuguaglianze.
Una popolazione che invecchia nell’ombra
L’Italia ospita oltre cinque milioni di cittadini stranieri regolari, provenienti da quasi duecento nazioni diverse. Ma c’è un aspetto del fenomeno migratorio che raramente emerge nel dibattito pubblico: quello degli immigrati che invecchiano nel nostro Paese.
Secondo le stime presentate durante l’incontro “Migranti ed età grande: una minoranza di una minoranza”, promosso dall’Università Cattolica del Sacro Cuore, dalla Fondazione Età Grande e dal Gruppo Italiano Salute e Genere, tra i 300mila e i 500mila stranieri residenti in Italia hanno già superato la soglia dei 64 anni. Una cifra destinata a crescere rapidamente, visto che molti di coloro che arrivarono con i primi flussi migratori stanno entrando nella terza età.
Il convegno, ospitato nella Sala Pio XI di Palazzo San Calisto lo scorso 9 febbraio, ha acceso i riflettori su questo segmento di popolazione che vive una doppia condizione di vulnerabilità. Quella legata all’avanzare dell’età e quella derivante dalla condizione di straniero.
Walter Malorni, responsabile scientifico del Centro di ricerca in salute globale dell’ateneo romano, ha sottolineato come tra gli immigrati anziani le donne rappresentino circa il 65%, una sproporzione significativa che riflette la composizione dei settori lavorativi in cui sono state impiegate. La maggioranza di questi cittadini stranieri professa la fede cristiana, ma oltre un milione e mezzo sono musulmani, mentre consistenti minoranze appartengono alle comunità induista e buddista.
L’età media complessiva degli stranieri residenti si attesta sui 35 anni, ancora inferiore rispetto a quella della popolazione italiana, ma la componente anziana sta aumentando in modo costante.
Lavori usuranti e barriere nell’accesso alle cure
Chi sono questi anziani immigrati? In larga parte si tratta di persone che hanno svolto mansioni faticose e poco retribuite: l’assistenza agli anziani italiani nelle loro case, le pulizie domestiche, l’edilizia, l’agricoltura. Settori dove il contributo della manodopera straniera è diventato indispensabile per il funzionamento del sistema economico e sociale del Paese. Secondo i dati forniti, una lavoratrice domestica migrante su quattro ha già compiuto sessant’anni, e si calcola che due donne immigrate su tre nella fascia degli over 60 siano impiegate proprio nell’ambito domestico e dell’assistenza.
Questi percorsi lavorativi hanno lasciato tracce profonde sulla salute fisica e psicologica. All’incontro si è parlato di una “doppia vulnerabilità” che caratterizza questa popolazione. Da un lato le conseguenze di lavori usuranti protratti per decenni, dall’altro difficoltà oggettive nell’accesso tempestivo alle cure mediche. Nonostante il principio di universalità del Servizio sanitario nazionale italiano, persistono barriere linguistiche, culturali ed economiche che rendono più complicato per gli stranieri anziani usufruire pienamente dell’assistenza.
Le differenze culturali influenzano anche il modo in cui la malattia viene vissuta e affrontata. Alcune comunità etniche mostrano atteggiamenti peculiari verso la sofferenza fisica, mentre emergono differenze di genere nel rapporto con la cura, con uomini che talvolta percepiscono la malattia come una perdita di status sociale e tendono a ritardare i trattamenti.
Il nodo previdenziale e le carriere spezzate
La questione non è solo sanitaria, ma investe profondamente il sistema previdenziale. Molte delle lavoratrici straniere hanno avuto carriere discontinue, con periodi di lavoro irregolare o in nero, contributi versati in modo frammentario, cambi frequenti di datore di lavoro.
Questa discontinuità si traduce oggi in pensioni inadeguate o, nei casi peggiori, nell’assenza totale di copertura previdenziale. Monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Fondazione Età Grande, ha denunciato le condizioni umilianti in cui versano molti anziani stranieri. Ed ha parlato di situazioni di povertà assoluta per chi ha dedicato la propria vita a prendersi cura degli altri.
Il problema del cosiddetto “anziano non pensionabile” rischia di manifestarsi anche in Italia, con un effetto domino sull’intero sistema di welfare. Se chi ha garantito assistenza agli anziani italiani per decenni si ritrova senza tutele nella propria vecchiaia, si crea un cortocircuito etico e sociale difficile da giustificare.
Per questo gli esperti riuniti a Roma hanno insistito sulla necessità di politiche previdenziali che tengano conto delle specificità di queste carriere lavorative, favorendo anche percorsi di formazione continua e alfabetizzazione digitale che permettano agli anziani stranieri di mantenere un ruolo attivo nella società.
Verso un approccio integrato
L’iniziativa romana ha voluto rappresentare un primo passo verso la costruzione di un tavolo permanente multietnico e multireligioso, capace di mappare le criticità principali e suggerire ai decisori politici strategie concrete. L’invecchiamento della popolazione immigrata non è un’emergenza improvvisa, ma il risultato prevedibile di fenomeni demografici e sociali in atto da tempo. Affrontarlo richiede uno sguardo lungo, che sappia integrare gli aspetti sanitari, previdenziali e di integrazione sociale.
Il convegno ha messo in luce come l’attenzione verso questa fascia di popolazione rappresenti un banco di prova per la capacità del sistema italiano di garantire equità e sostenibilità. Gli anziani stranieri hanno contribuito in modo determinante al funzionamento di settori chiave dell’economia. Dall’industria all’agricoltura, fino al lavoro domestico e di cura, che ha permesso a milioni di famiglie italiane di gestire l’assistenza ai propri cari.
Garantire loro condizioni dignitose nella terza età non è solo una questione di giustizia, ma anche di lungimiranza.
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