Fare inclusione attraverso il lavoro, il cibo e la convivialità. È l’idea del Consorzio Sale della terra, una rete nazionale di economia civile nata nel 2016 da quattro cooperative (Il Melograno, Delfini di Terra, Lentamente e la Solidarietà), che porta avanti progetti di welfare fra i quali Alimenta, mettendo insieme buona cucina, inclusione e socialità.
Il primo bistrot Alimenta nasce a Benevento
“Qui a Benevento è nato il primo bistrot come un luogo conviviale in cui fare integrazione per ragazzi originari di paesi extra europei, oppure che hanno fatto un percorso giudiziario e hanno avuto l’assegnazione di un lavoro socialmente utile da parte di un magistrato – spiega Alessandro Cuciniello, responsabile di Alimenta Bistrot Benevento – a Lecce invece abbiamo il bar sociale che porta avanti un percorso di formazione per ragazzi con disabilità. Nel nostro locale lo scambio culturale avviene anche con il cibo, e si spazia dalla cucina napoletana a quella asiatica, africana, sudamericana. Insomma da noi si può trovare il mondo intero. E le persone rispondono con entusiasmo.”
I ragazzi che arrivano al Bistrot Alimenta hanno storie complesse alle spalle, e qui trovano ascolto e condivisione della propria memoria mentre imparano un lavoro.
Alimenta: inclusione e sviluppo
“Abbiamo con noi due ragazzi che a 15 anni sono partiti dal Gambia, hanno viaggiato fino alla Libia dove sono stati sequestrati e ridotti in schiavitù, e oggi, dopo 6 anni a Benevento si sono costruiti una vita, fatta di integrazione e di autonomia raggiunta con il lavoro, con un salario dignitoso e senza sfruttamento – continua Cuciniello – attraverso il cibo raccontiamo anche le loro storie, tradizioni, ricordi, e scopriamo quanto abbiamo in comune. Poi ogni spazio Alimenta ha le sue peculiarità, e oltre a quello di Benevento ne abbiamo uno a Lecce e un altro, il più recente, ad Anacapri. Qui abbiamo anche un caffè nell’orto, dove si può entrate senza obbligo di consumazione o con tempi forzatamente ristretti, e una pasticceria storica che stava chiudendo per mancanza di eredi che volessero portarla avanti, e che abbiamo rilevato. Ultimamente, con altri ragazzi che vengono da percorsi psichiatrici, abbiamo anche ottenuto la gestione della mensa dell’Università del Sannio, che è stata una delle prime ad essere affidata a una società del terzo settore.”
«Il welfare si deve fare nei luoghi di vita reale»
“Con il Consorzio Sale della Terra ci occupiamo da sempre di inclusione sociale e coesione sui territori, in particolare quelli più a rischio di spopolamento – racconta Federica Lupo, responsabile del nodo Salento del Consorzio – L’idea di base è che il welfare si debba fare nei luoghi di vita reale, piuttosto che creare strutture isolate dal contesto. In Alimenta abbiamo messo insieme professionisti del settore e giovani che arrivano da progetti di accoglienza, persone con disturbi psichiatrici, in un luogo reale e che si integra con la città. E questo contribuisce ad abbattere stereotipi, pregiudizi, e pone le basi per una società realmente inclusiva, perché un conto è parlare ad esempio di disabilità, un altro è entrare in un bar dove le persone, anche con disabilità, sono parte della società e non vengono marginalizzate. Alimenta di Lecce non è un bistrot ma un bar sociale, dove 12 persone con disabilità hanno creduto a questa scommessa e oggi lavorano affiancati da educatori, pedagogisti, psicologi.
Non avendo beneficiato di nessun fondo pubblico, abbiamo chiesto alle famiglie di sostenere una retta per il compenso dei tutor e per garantire il funzionamento del servizio, poi gli incassi generati dal bar vengono redistribuiti fra i baristi che hanno un contratto di prestazione socioriabilitativa, con una formula ad affiancamento che li guida verso l’autonomia di competenze.
Attualmente stiamo cercando di coinvolgere anche le aziende del territorio e abbiamo ottenuto un finanziamento del garante regionale per le persone con disabilità, e con questi fondi abbiamo avviato anche la tavola calda nel febbraio scorso e poi dato vita ai catering etici.
Non è un percorso facile perché dobbiamo unire la finalità sociale alla sostenibilità economica, ma quello che ci guida è vedere la trasformazione nelle persone con cui lavoriamo: prima, una volta finita la scuola, non avevano alternative ai centri diurni, mentre qui possono fare un percorso per inseguire i propri sogni, hanno consolidato amicizie, e hanno acquisito sicurezza.”
“Ho conosciuto questa realtà attraverso i social, e siccome mia figlia stava terminando il percorso scolastico ho deciso di approfondire – ricorda Daniela, mamma di Alessia, che oggi lavora al Bar Alimenta di Lecce – lei si è subito appassionata, ed è stata accolta come in una seconda casa. Alessia è iperattiva e ipoacusica, ha qualche difficoltà nell’organizzazione a livello spazio-tempo, però è abbastanza autonoma e grazie a questo percorso ha imparato a cucinare e a stare in sala a contatto col pubblico. Lei poi ama scrivere e ogni giorno mette su carta le sue emozioni e le situazioni vissute. Ha stretto amicizie importanti, e anche se lei vorrebbe riprendere a studiare Scienze dell’Educazione, questa esperienza è fondamentale.”
«Loro per me sono una seconda famiglia»
“Io mi occupo della cucina e della sala, mi piace servire ai tavoli, vedere se le persone sono soddisfatte, ma anche impastare – dice Alessia – lavoro tre volte a settimana, e in più ci sono i catering. Con i colleghi mi trovo molto bene, sono come una seconda famiglia per me. In futuro vorrei lavorare con i bambini, perché mi danno la calma, sono come una medicina per me, e siccome sono agitata come loro, li posso capire.”
“Come genitori ci siamo costituiti in un comitato e cerchiamo di interfacciarci con i tutor e gli organizzatori periodicamente – aggiunge Daniela – ora ci stiamo attivando per organizzare dei corsi di Caffè Art, affinché i ragazzi acquisiscano nuove competenze da spendere nel mondo del lavoro.”
“Quando sono arrivata al Bar Alimenta, per me era tutto nuovo e avevo tanta paura di non essere all’altezza – legge Alessia dalle pagine del suo diario – Mi mettevo dietro al bancone e avevo una forte sensazione di insicurezza. Le mani mi tremavano e temevo che la gente mi giudicasse, che non fossi capace di fare delle cose come gli altri. Con il passare del tempo ho capito che la paura era solo un ostacolo da superare. Lavorare qui a poco a poco mi ha insegnato a credere in me stessa e ad instaurare un bel rapporto con il prossimo. In quel momento di paura ho compreso una cosa bellissima, che non ero sola. I miei colleghi e i tutor mi hanno guidata passo dopo passo e mi hanno fatta sentire accolta. Questo mi ha insegnato quanto sia fondamentale il supporto degli altri e quanto sia bello non lasciare mai nessuno indietro.”