Con 168 gol in Serie A e un trasferimento epocale da Bologna a Napoli nel 1975, l’attaccante bergamasco ha lasciato un segno indelebile nel calcio italiano degli anni Settanta.
Beppe Savoldi e un calcio che non c’è più
È morto Beppe Savoldi. A darne notizia, mercoledì 26 marzo, è stato il figlio Gianluca attraverso un post su Facebook: “Se ne è andato in altra dimensione il nostro grande Beppe. I suoi luoghi, la sua casa e i suoi affetti lo hanno accompagnato fino all’ultimo momento.”
Savoldi si è spento nella sua casa ai piedi della Maresana, nella bergamasca, dopo una lunga malattia, a 79 anni. Con lui se ne va uno degli ultimi testimoni di un calcio che non esiste più; quello degli stadi fumosi, dei centravanti forgiati nelle oratorio e dei trasferimenti che finivano in parlamento.
Nato a Gorlago il 21 gennaio 1947, Giuseppe Savoldi è stato per due decenni uno degli attaccanti più prolifici e riconoscibili del campionato italiano. Fisico possente, stacco di testa prodigioso, sinistro preciso e un istinto sotto porta che pochi hanno saputo eguagliare. In Serie A ha collezionato 405 presenze e 168 reti (è 17° nella classifica dei marcatori di tutti i tempi) con una continuità di rendimento che ancora oggi stupisce.
Dal 1970 al 1978 andò in doppia cifra per otto campionati consecutivi, in una Serie A a 16 squadre con appena 30 partite a disposizione. Non 38 come oggi.
Dalla pallacanestro al gol: il bomber di Gorlago
Prima del calcio, Savoldi aveva imparato a volare. Da ragazzo, nell’oratorio di Santa Maria delle Grazie a Bergamo, giocava a pallacanestro e a quattordici anni era campione provinciale di salto in alto. Quella elevazione, quella capacità di staccarsi da terra in modo innaturale, l’avrebbe portato a diventare uno specialista del colpo di testa difficile da dimenticare per chi lo ha visto giocare. Era fatto di quella pasta antica; la tenacia dei bergamaschi delle valli, il lavoro silenzioso, lo sguardo dritto.
Esordì in Serie A con l’Atalanta nel 1965, ma il suo nome cominciò davvero a brillare con il Bologna, dove arrivò nel 1968. Sette anni rossoblù, 85 reti in campionato, due Coppe Italia, nel 1970 e nel 1974, e il titolo di capocannoniere della Serie A nella stagione 1972-73, con 17 gol, a pari merito con Paolo Pulici e Gianni Rivera. Erano gli anni in cui “Beppe-Gol” diventò un’espressione, non solo un soprannome.
Il trasferimento che fece epoca: “Mister due miliardi”
Il 1975 è l’anno che ha consegnato Savoldi alla storia non solo del calcio ma della cronaca italiana.
Corrado Ferlaino, presidente del Napoli, decise di acquistarlo dal Bologna per una cifra che non aveva precedenti: un miliardo e 400 milioni di lire in contanti, più il cartellino di Rampanti valutato 600 milioni. Due miliardi in totale, ai tempi del caro-vita, dell’austerity e della recessione. Il prodotto interno lordo era crollato al 3%, i sindacati scendevano in piazza, e il Paese guardava con occhi increduli a quello scambio. Ferdinando Musto, ispettore dei netturbini di Napoli, disse che con quei soldi si sarebbe potuta ripulire l’intera città. I tifosi del Bologna insorsero, il presidente Conti ricevette minacce. Savoldi si nascose per qualche giorno a casa di un amico (si scopri poi essere Gianni Morandi) nei castagneti dell’Appennino bolognese.
Nacque così il soprannome che lo avrebbe accompagnato per sempre: “Mister due miliardi”.
Fu il primo grande trasferimento milionario del calcio italiano, il segnale che qualcosa stava cambiando nel mondo del pallone — e non solo nel pallone. Quell’estate a Napoli si staccarono 75.000 abbonamenti al San Paolo: un record assoluto.
Savoldi incise anche un 45 giri, “Tira…Goal”, che vendette 70.000 copie. Lo speaker del San Paolo lo trasmetteva prima del fischio d’inizio.
Quattro anni al San Paolo, poi il ritorno
A Napoli, Savoldi giocò quattro stagioni, dal 1975 al 1979, segnando 55 gol in campionato e contribuendo alla conquista della Coppa Italia nel 1976.
L’allenatore Luis Vinicio aveva promesso lo scudetto. Non arrivò e il Napoli chiuse quinto, ma arrivò qualcos’altro: l’amore di una città intera. Savoldi era arrivato prima di Maradona, quando Napoli cercava ancora un eroe. E lui ci provò, con quella serietà bergamasca che non si perdeva mai, nemmeno sotto il sole del Sud.
Poi il ritorno a Bologna per un’altra stagione, ancora 11 gol, prima che il calcioscommesse, il cosiddetto “Totonero”, si abbattesse anche su di lui. Fu squalificato per due anni nel 1980, e si dichiarò sempre innocente. Tornò in campo nel 1982 con l’Atalanta, chiudendo la carriera lì dove era cominciata. Tre Coppe Italia in totale, due con il Bologna e una con il Napoli. Tre volte capocannoniere della Coppa Italia. Dodici presenze nella top ten stagionale dei cannonieri: un record che appartiene solo a lui.
Il ricordo dei compagni e l’omaggio del calcio italiano
Chi ha condiviso lo spogliatoio con lui parla di una persona prima ancora che di un campione. Giuseppe Bruscolotti, suo compagno al Napoli, lo ha ricordato come “una bravissima persona e un caro amico”, sottolineando la sua capacità di cambiare la direzione del rigore all’ultimo istante, mandando sempre il portiere dalla parte sbagliata. Beppe Dossena, che lo conobbe a Bologna, ha descritto un uomo “di un’umiltà incredibile, un bergamasco vero, taciturno, di poche parole e di sagge parole”. In campo però era un’altra cosa: partecipava, coinvolgeva, trascinava “sempre con modi garbati”, ha aggiunto Dossena.
La Lega di Serie A ha espresso le condoglianze alla famiglia, ricordandone i numeri e il ruolo nella storia del campionato. Il Napoli e il Bologna lo hanno omaggiato con comunicati affettuosi. La Nazionale italiana, impegnata quella sera a Bergamo in una semifinale playoff contro l’Irlanda del Nord, ha reso omaggio alla sua memoria prima del fischio d’inizio. In quella stessa città dove era cresciuto, dove aveva imparato a saltare più in alto degli altri, e dove alla fine era tornato.
Con la maglia azzurra aveva giocato appena quattro volte, con un solo gol, contro la Grecia. Poche presenze per uno di quel livello, ma erano gli anni dei “Gemelli del Gol” Pulici e Graziani, di Bettega, di Pruzzo, di un giovane Paolo Rossi. La concorrenza era feroce, e lui ne faceva parte senza recriminare.
Il figlio Gianluca, anch’egli ex calciatore e oggi allenatore, ha scritto che i suoi affetti lo hanno accompagnato “fino all’ultimo momento, lasciandoci custodi dei valori e dell’amore che hanno sempre costituito la cifra del suo percorso terreno”. Una frase che dice tutto di Beppe Savoldi: un uomo che il calcio lo ha amato davvero, senza svenderselo mai del tutto.
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