Debito pubblico alle stelle e inflazione in agguato. L’allarme del FMI: “Così il riarmo globale cambia l’economia mondiale”
Negli ultimi anni il mondo è cambiato rapidamente e con esso le priorità dei governi. Se per decenni, dopo la caduta del Muro di Berlino, si era assistito a una riduzione generalizzata dei bilanci militari, oggi il vento soffia da un’altra parte. Le tensioni geopolitiche tornate a infiammarsi a partire da metà 2010 hanno risvegliato la corsa alla spesa per la difesa. Un fenomeno che non riguarda più solo le grandi potenze, con conseguenze non solo sugli equilibri di sicurezza, ma anche sui conti pubblici e sulla vita quotidiana dei cittadini. Secondo gli ultimi dati diffusi dal Fondo Monetario Internazionale, siamo di fronte a un cambio di passo strutturale. Basti pensare che nel 2018 solo il 27% dei paesi del mondo superava la soglia del 2% del Pil destinato alle spese militari. Oggi, questa quota è schizzata quasi al 40%, il che dimostra la priorità assegnata alla sicurezza nazionale.
Luci e ombre della corsa agli armamenti
L’FMI, nell’ultimo capitolo del World Economic Outlook, ha analizzato non solo i numeri ma anche le ricadute macroeconomiche del fenomeno. Da un lato, un incremento della spesa per la difesa può dare una sferzata alla domanda interna, alimentando consumi e investimenti, soprattutto nei settori industriali legati alla produzione bellica. I cosiddetti “boom” della spesa militare, che durano in media circa due anni e mezzo, portano con sé un aumento medio del Pil di breve periodo. In parole semplici, ogni euro speso in armi o in equipaggiamenti genera un effetto economico immediato quasi equivalente. Ma attenzione: nella maggior parte dei casi, i governi finanziano circa due terzi di questi aumenti attraverso maggior deficit, cioè soldi presi in prestito. Il risultato è un peggioramento sensibile dei conti pubblici. In media, entro tre anni dall’inizio di un potenziamento militare, il debito pubblico schizza in alto di circa 7 punti percentuali di Pil, mentre i deficit fiscali aumentano di oltre 2 punti e mezzo. Un’eredità pesante, che graverà sulle generazioni future.
Inflazione e costo sociale: il prezzo del riarmo
E non finisce qui. La spesa per la difesa è spesso intensiva in termini di manodopera qualificata e di materie prime, settori già provati da tensioni nelle catene di approvvigionamento globali. Se si inietta nuova domanda in un sistema già surriscaldato, il rischio è quello di alimentare una spirale dei prezzi difficile da controllare. Un problema serio, soprattutto in un momento in cui le banche centrali di mezzo mondo stanno ancora faticando a riportare l’inflazione verso gli obiettivi. Un caso particolare, e particolarmente oneroso, è quello dei boom in tempo di guerra. Qui i numeri diventano da capogiro: il debito pubblico può impennarsi fino a 14 punti percentuali di Pil, mentre la spesa sociale, quella destinata a sanità, istruzione e welfare, subisce una contrazione in termini reali. Tradotto: per pagare le armi, si taglia su ospedali e scuole. Una scelta dolorosa, che molti paesi si trovano già a dover affrontare.
Verso il futuro: l’obiettivo NATO al 5% del Pil
Nei prossimi anni tutto lascia credere che questa tendenza sia destinata a rafforzarsi. L’impegno preso dai membri della Nato lo scorso giugno è solo l’ultimo, clamoroso esempio. Entro il 2035, l’alleanza atlantica ha promesso di portare la propria spesa per la difesa e per la sicurezza al 5% del Pil, più del doppio rispetto alla vecchia soglia del 2%. Un obiettivo ambizioso che, se raggiunto, moltiplicherà gli effetti economici descritti dal Fmi, in un contesto globale già appesantito da debiti record e da pressioni sociali crescenti. Il Fondo Monetario Internazionale suggerisce che la qualità della spesa conta almeno quanto la quantità. Un aumento dei budget militari finanziato in deficit e destinato principalmente a consumi immediati rischia di surriscaldare l’economia nel breve periodo, chiedendo poi un intervento energico delle politiche monetarie per raffreddarla. Al contrario, un incremento che privilegi l’investimento pubblico, ad esempio in infrastrutture o in ricerca, e che favorisca una produzione integrata a livello continentale delle attrezzature, potrebbe persino sostenere la crescita della produttività nel lungo termine.
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