Il 1° aprile 1976 tre uomini firmarono un contratto di poche pagine. Uno di loro sparì dopo dodici giorni. Gli altri due cambiarono la storia della tecnologia.
Un inizio da tre pagine e 1.300 dollari
C’era poco da celebrare, quella mattina del 1° aprile 1976, in un sobborgo della California. Niente champagne, niente telecamere. Solo tre uomini, un accordo scritto a macchina su tre fogli, e meno di millecinquecento dollari messi insieme vendendo un furgone Volkswagen usato e una calcolatrice scientifica Hewlett-Packard. Da lì sarebbe nata Apple. Da lì sarebbe partita una delle trasformazioni più radicali che la tecnologia moderna abbia mai conosciuto.
I tre firmatari erano Steve Jobs, 21 anni, Steve Wozniak, 26, e Ronald Wayne, il più anziano del gruppo con i suoi 41 anni, già collega dei due ai tempi di Atari. Fu Wayne a redigere il testo dell’accordo con la sua macchina da scrivere, a scrivere il primo manuale di istruzioni dell’Apple I e a disegnare il primo logo dell’azienda. Un logo che oggi pochissimi riconoscerebbero: non la celebre mela morsicata, ma un’immagine di Isaac Newton seduto sotto un albero, incorniciata da una citazione di Wordsworth sulla mente che esplora “strani mari del pensiero”. Sin dal principio, quella piccola impresa puntava in alto.
Il nome Apple, in realtà, aveva origini molto meno poetiche: a Jobs piacevano i meleti, e aveva trascorso del tempo in una piantagione dell’Oregon durante uno dei suoi viaggi. Una scelta quasi casuale, per un marchio destinato a diventare il più riconoscibile del pianeta.
Il fondatore che se ne andò dopo dodici giorni
La storia di Ronald Wayne è, a suo modo, la più straordinaria di tutta la vicenda Apple. Al momento della fondazione, i due Steve gli assegnarono il 10% delle quote, con il compito di fare da arbitro nelle inevitabili controversie tra due caratteri opposti: Jobs, ossessionato dalla visione commerciale e dal controllo, e Wozniak, genio tecnico poco incline alle dinamiche d’impresa.
Sembrava un accordo ragionevole. Ma Jobs, senza troppi scrupoli, aveva già caricato l’azienda con un ordine da 50 computer per il Byte Shop di Mountain View, puntando su un prestito in contanti e su componenti a credito, rivolgendosi per di più a un negozio dalla dubbia reputazione in fatto di pagamenti. Wayne, che cinque anni prima aveva attraversato un fallimento in un’azienda di slot machine a Las Vegas, era l’unico dei tre ad avere beni personali sui quali i creditori avrebbero potuto rivalersi. La paura lo paralizzò.
Dodici giorni dopo la firma dell’atto costitutivo, tornò all’ufficio del registro delle imprese e cedette la sua quota in cambio di 800 dollari. Un anno più tardi, quando Jobs e Wozniak presentarono la domanda di costituzione formale della società, Wayne firmò un’ulteriore rinuncia ad ogni pretesa sull’azienda e incassò un secondo assegno da 1.500 dollari. In totale: 2.300 dollari.
Wayne, oggi 91 anni, ha sempre dichiarato di non avere rimpianti. In un’intervista ha spiegato di aver preso la decisione che riteneva più giusta in quel momento, e che ripensarci non avrebbe cambiato nulla. Una risposta sobria, quasi filosofica, per quello che resta probabilmente il più clamoroso errore finanziario della storia moderna.
Dalla scheda madre senza case all’iPod
Il prodotto con cui Apple debuttò sul mercato era, a voler essere onesti, abbastanza rudimentale. L’Apple I era una scheda madre assemblata a mano, venduta senza monitor, senza tastiera, senza contenitore. Ne furono prodotti in tutto 200 esemplari. Eppure, in quella scheda c’era già qualcosa di diverso: l’idea che un computer potesse essere usato da chiunque, non solo da ingegneri e tecnici specializzati.
Il vero salto commerciale arrivò nel 1977 con l’Apple II: tastiera integrata, capacità grafiche avanzate per l’epoca, compatibilità con software educativo e professionale. Fu uno dei primi personal computer a sfondare davvero sul mercato di massa, aprendo la strada all’informatica domestica. Poi, nel 1984, il Macintosh: presentato con una pubblicità televisiva entrata nella storia, introdusse per la prima volta l’interfaccia grafica e il mouse, rendendo il computer accessibile anche a chi non aveva mai scritto una riga di codice.
Gli anni Novanta furono i più difficili. Apple perse quota di mercato, navigò tra crisi finanziarie e scelte strategiche discutibili, fino a rischiare concretamente la chiusura. La svolta arrivò nel 1997, con il ritorno di Jobs e con il lancio dell’iMac G3 nel 1998: design trasparente e colorato, prestazioni solide, un oggetto che sembrava provenire da un altro pianeta rispetto ai computer grigi e anonimi dell’epoca. Era il segnale che Apple era tornata.
Nel 2001 arrivò l’iPod, e con lui una rivoluzione profonda. Per la prima volta era possibile portare in tasca un’intera collezione musicale. Da quel momento, l’industria discografica non fu mai più la stessa.
L’iPhone e il momento in cui tutto cambiò
Il 9 gennaio 2007 Steve Jobs salì sul palco del Moscone Center di San Francisco e annunciò che Apple stava per introdurre “tre prodotti rivoluzionari”: un iPod con controlli touch, un telefono e un dispositivo per navigare su internet. Poi rivelò che si trattava di un unico oggetto. Era l’iPhone.
Pochi lanci di prodotto nella storia hanno avuto un impatto comparabile. Lo smartphone esisteva già, ma l’iPhone lo reinventò da capo: touchscreen capacitivo, sistema operativo progettato per il dito, e poi, nel 2008, l’App Store, che trasformò il telefono in una piattaforma aperta a sviluppatori di tutto il mondo. Dalla comunicazione alla fotografia, dai pagamenti digitali alla navigazione, l’iPhone ha ridefinito interi settori. È considerato, a ragione, uno dei prodotti tecnologici più influenti della storia recente.
Nel 2008 arrivò il MacBook Air, che anticipò di anni la tendenza dei portatili ultrasottili. Nel 2010 l’iPad inventò di fatto la categoria dei tablet moderni, aprendo uno spazio tra lo smartphone e il computer portatile che molti analisti ritenevano inesistente. L’Apple Watch, nel 2015, divenne rapidamente l’orologio più venduto al mondo, integrando funzioni sanitarie e sportive con un design curato nei minimi dettagli. Poi, nel 2016, le AirPods, gli auricolari senza fili, cambiarono le abitudini di ascolto di centinaia di milioni di persone.
I numeri di un impero
Oggi Apple vale circa 3.600 miliardi di dollari: una cifra che equivale a una volta e mezza l’intero prodotto interno lordo dell’Italia. È l’azienda più capitalizzata al mondo, con un ecosistema di prodotti e servizi che conta oltre un miliardo di utenti attivi solo per iPhone. Il tutto, partendo da 1.300 dollari e un contratto scritto a macchina.
Nell’anno del cinquantenario, l’amministratore delegato Tim Cook ha scritto che “il segreto del successo di Apple sta nella capacità di chi osa credere nell’impossibile”. Ronald Wayne, quello che firmò e poi se ne andò dopo dodici giorni, evidentemente non era tra questi.
Ma la sua storia, paradossalmente, racconta Apple meglio di qualsiasi bilancio: perché dietro ogni grande impresa c’è sempre qualcuno che non ci ha creduto abbastanza.
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