Una nuova era sta per iniziare mentre la geopolitica e le risorse del satellite ridisegnano il futuro dello spazio
Sta per partire il countdown per Artemis II, la missione che segna il primo volo umano oltre l’orbita terrestre bassa dal dicembre 1972, quando gli ultimi uomini dell’Apollo 17 lasciarono la superficie lunare. Il decollo è fissato per le 18:24 di oggi in Florida, cioè le 00:24 del 2 aprile in Italia, quando quattro astronauti, il comandante Reid Wiseman, il pilota Victor Glover, gli specialisti Christina Koch e Jeremy Hansen, saliranno a bordo della capsula Orion. Consapevoli che la loro missione cambierà il futuro spaziale e gli equilibri geopolitici sulla Terra. Artemis II non prevede un allunaggio: il piano è un sorvolo della Luna e poi il rientro sulla Terra. Il grande passo — il primo allunaggio del nuovo millennio — è atteso con Artemis IV, non prima del 2028. Ma questa volta, come ha chiarito più volte la Nasa, non si tornerà per piantare una bandiera. Si tornerà per restare.
Chi guida la nuova NASA
Il cammino verso il lancio non è stato privo di ostacoli. Inizialmente previsto per febbraio, il decollo è stato posticipato più volte a causa di problemi tecnici ricorrenti, tra cui una perdita di elio rilevata allo stadio superiore del lanciatore SLS. Un gigante tecnologico che è anche un simbolo delle difficoltà di un’agenzia spaziale in profonda trasformazione. Solo il 20 marzo lo Space Launch System è tornato sulla piattaforma 39B, aprendo la strada al lancio. Artemis II porta con sé il peso di ritardi, tagli e rimandi. Alla guida della Nasa oggi non c’è un generale o un politico, ma Jared Isaacman, un miliardario e astronauta privato, confermato dal Senato a dicembre dopo una travagliata trattativa che ha visto intrecciarsi gli interessi di Donald Trump, Elon Musk e i grandi contractor dell’industria spaziale. La sua presenza riflette una svolta epocale: la frontiera lunare è sempre più un’opportunità commerciale, con aziende come SpaceX di Musk e Blue Origin che si contendono gli appalti per costruire i lander lunari.
Artemis II e la sfida con la Cina
Questa trasformazione arriva in un momento delicato per le finanze dell’agenzia. La proposta di budget per il 2026 prevede un taglio di circa il 25%, una manovra chirurgica che sacrifica pesantemente la ricerca scientifica (con un -47% al portafoglio scientifico e la chiusura di programmi storici come il Mars Sample Return) per preservare i programmi di esplorazione umana. Un azzardo calcolato, che punta tutto sull’idea che la Luna non sia solo un traguardo, ma un’opportunità economica. E mentre Washington riorganizza le proprie forze, dall’altra parte del mondo la Cina avanza con passo svelto. Pechino ha individuato una rosa di siti per il proprio allunaggio abitato e sta costruendo un blocco alternativo di alleanze spaziali, in risposta diretta agli Accordi Artemis promossi dagli Stati Uniti.
Caccia grossa alle risorse
Rispetto agli anni Sessanta, il contesto è radicalmente cambiato. Questa non è più una sfida solitaria tra superpotenze nel vuoto della Guerra Fredda: la gara è aperta, affollata e con poste in gioco che vanno ben oltre il prestigio nazionale. La Cina ha già individuato i siti per l’allunaggio dei propri astronauti e sta costruendo un blocco di alleanze alternative a quelle guidate da Washington. Al Polo Sud lunare, dove crateri perennemente in ombra custodiscono ghiaccio d’acqua e minerali preziosi, si gioca una partita di primissimo piano. Secondo i dati del Lunar Reconnaissance Orbiter, i poli lunari contengono oltre 600 miliardi di chilogrammi di ghiaccio: scisso per elettrolisi, produce ossigeno per respirare e idrogeno per il propellente. Una base in quel punto diventerebbe, nei fatti, la prima stazione di servizio dell’umanità nello spazio profondo e la testa di ponte verso Marte.
Chi comanda nello spazio?
A rendere il quadro ancora più intricato è la questione normativa. Il Trattato sullo Spazio Esterno del 1967 vieta rivendicazioni di sovranità sui corpi celesti, ma l’Accordo sulla Luna del 1979 — che avrebbe dichiarato il satellite “patrimonio comune dell’umanità” — non è mai stato ratificato né dagli Stati Uniti, né dalla Cina, né dalla Russia. In questo vuoto giuridico, Washington ha costruito la propria risposta: gli Accordi Artemis, firmati da oltre cinquanta Paesi, che aprono di fatto la strada allo sfruttamento privato delle risorse spaziali bypassando qualsiasi governance collettiva. Pechino, a sua volta, edifica il proprio sistema di alleanze parallele. La capsula Orion vola, dunque, in un cielo già molto affollato di interessi.
Il contributo dell’Italia
Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso e l’amministratore Nasa Jared Isaacman hanno formalizzato un’intesa che inserisce i moduli abitativi pressurizzati Mph — costruiti in Italia — nel programma Artemis come componente strutturale delle future basi sulla superficie lunare. Non una partecipazione simbolica: i moduli italiani sono tecnologia sviluppata nell’ambito dell’accordo bilaterale tra l’Agenzia Spaziale Italiana e la Nasa firmato quattro anni fa. L’arrivo dei primi moduli sulla Luna è previsto non prima del 2033. Non solo. Un astronauta italiano camminerà sul suolo lunare. I nomi, per ora, restano riservati — la rosa dovrebbe includere i membri italiani del corpo astronauti dell’Esa — ma la prospettiva è ufficiale. «Una lunga cooperazione spaziale, oggi ancor più profonda tra Nasa e Asi, porterà a realizzare un campo base sulla Luna e un astronauta italiano a camminare sulla superficie lunare», ha scritto il presidente dell’Asi Teodoro Valente, presente alla firma degli accordi a Washington.
Credit foto: Tada Images/Shutterstock.com
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