Uno studio dell’Università Cattolica di Milano dimostra che una pillola inerte può potenziare le funzioni cognitive e fisiche negli over 65, anche quando chi la assume sa perfettamente di non stare prendendo nulla di attivo.
Tre settimane, una pillola finta, risultati reali
Una pillola senza principi attivi, assunta per sole tre settimane, è in grado di migliorare la memoria, le prestazioni fisiche e ridurre lo stress negli anziani. Non è fantascienza ma quanto emerge da una ricerca pubblicata sull’International Journal of Clinical and Health Psychology, condotta da un gruppo di psicologi dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, campus di Milano. A firmare lo studio sono la dottoressa Diletta Barbiani e i professori Alessandro Antonietti e Francesco Pagnini, ordinario di Psicologia Clinica, nell’ambito del progetto PNRR Age-IT, dedicato all’invecchiamento attivo.
La ricerca colma un vuoto nella letteratura scientifica: nessuno aveva ancora indagato in modo sistematico se un placebo tradizionale potesse incidere concretamente su quelle funzioni che tendono a indebolirsi con l’avanzare degli anni.
Lo studio: tre gruppi, novanta over 65
I ricercatori hanno coinvolto 90 anziani sani, tutti autonomi e residenti in comunità, assegnati in modo casuale a tre condizioni sperimentali distinte. Il primo gruppo, quello di controllo, non ha ricevuto alcun trattamento. Il secondo ha assunto pillole placebo convinto che contenessero principi attivi utili a migliorare le funzioni e il benessere: è il cosiddetto placebo ingannevole. Il terzo gruppo, invece, ha preso le stesse pillole inerti sapendo perfettamente di cosa si trattava, ma informato del fatto che anche un placebo assunto consapevolmente può attivare risposte benefiche a livello mente-corpo. Questo è il placebo in aperto, la vera novità metodologica dello studio.
Prima e dopo le tre settimane di intervento, tutti i partecipanti hanno completato una batteria di strumenti valutativi: questionari su stress percepito, benessere psicologico, sonnolenza, affaticamento, ottimismo e autoefficacia, accompagnati da test oggettivi su memoria a breve termine, attenzione selettiva e performance fisica. Un disegno sperimentale rigoroso, che ha permesso di isolare con precisione gli effetti dei due tipi di placebo rispetto al gruppo che non aveva ricevuto nulla.
I numeri che sorprendono
Le prestazioni fisiche sono cresciute del 7% nel gruppo che assumeva il placebo con inganno, e del 9,2% in quello che ne era pienamente consapevole. Sul fronte cognitivo, i miglioramenti sono ancora più marcati: la memoria e l’attenzione sono aumentate tra il 12,6% e il 14,6% nel gruppo ingannevole, e tra il 6,9% e il 21,5% in quello informato, con variazioni legate al tipo di test utilizzato. In entrambi i casi placebo, si è ridotta la sonnolenza diurna; nel gruppo consapevole, anche i livelli di stress percepito sono scesi in modo significativo rispetto agli altri due gruppi.
Francesco Pagnini ha sottolineato che si tratta di effetti tutt’altro che trascurabili, paragonabili per entità a quelli documentati in studi sperimentali sull’attività fisica e sul training cognitivo, soprattutto per quanto riguarda la memoria. Non è un risultato marginale: significa che una semplice pillola senza alcuna sostanza chimica attiva può produrre miglioramenti funzionali dello stesso ordine di grandezza di un programma strutturato di esercizio fisico o allenamento mentale.
Il meccanismo: aspettativa, cervello, biologia
Dietro questi risultati c’è una spiegazione neuroscientifica che la ricerca sul placebo ha consolidato negli ultimi decenni. Quando una persona si aspetta un beneficio, anche se razionalmente sa che la pillola è inerte, il cervello attiva circuiti specifici, liberando dopamina e oppioidi endogeni. Questi neurotrasmettitori modulano la percezione, l’umore, la coordinazione motoria. Nello studio milanese, i dati dimostrano che questi meccanismi rimangono attivi e funzionali anche nelle fasi avanzate della vita. La mente, in sostanza, continua a influenzare il corpo in modo misurabile, e non solo sul piano emotivo.
Secondo gli autori, il placebo “in aperto” (quello assunto in modo trasparente e consapevole) costituisce un approccio eticamente praticabile per sostenere l’invecchiamento sano, proprio perché non richiede inganno né manipolazione. E funziona ugualmente, o meglio.
Pagnini ha inquadrato questa ricerca all’interno di un filone di studi che il suo gruppo porta avanti da anni all’Università Cattolica: analizzare il ruolo che pensieri, emozioni e percezione di sé hanno sui processi di invecchiamento, non solo sul benessere psicologico ma anche sulla capacità funzionale, fisica e cognitiva. Questo studio è, secondo gli autori, un ulteriore tassello in quella direzione.
Una pillola di carta
Attenzione però: uno studio su 90 partecipanti, per quanto metodologicamente solido, non è ancora sufficiente per tradurre questi risultati in protocolli clinici diffusi. Servono ulteriori ricerche, campioni più ampi, follow-up più lunghi. Ma l’evidenza raccolta a Milano è già abbastanza robusta da ridisegnare il modo in cui si pensa al rapporto tra aspettativa, mente e invecchiamento.
Che una pillola senza nulla dentro possa fare qualcosa di reale è, almeno, un fatto che merita attenzione.
TUTTE LE ULTIME NOTIZIE SU SPAZIO50.ORG
© Riproduzione riservata
