Il conflitto in Medio Oriente e i costi del carburante colpiscono le filiere lunghe, mentre i prodotti locali restano stabili
L’eco del conflitto in Medio Oriente inizia a farsi sentire anche tra i banchi dei mercati ortofrutticoli italiani. Il primo campanello d’allarme è suonato già nei mercati all’ingrosso, dove il comparto frutta e verdura sta registrando un rincaro prezzi che in alcuni casi sfiora il 32%. Chi si aspetterebbe un rincaro generalizzato deve però ricredersi. Il dato interessante è infatti la natura “a macchia di leopardo” di questi aumenti. Non si tratta di una manovra speculativa su larga scala, ma di una reazione a catena che colpisce soprattutto i prodotti costretti a percorrere lunghe tratte stradali o navali. Insomma, più la filiera è lunga, più il prezzo del prodotto sale.
Pomodori e melanzane, gli ortaggi più colpiti
A fotografare la situazione è la Borsa Merci Telematica Italiana (Bmti), che ha analizzato i listini rilevati sulla rete di Italmercati, il principale sistema nazionale di mercati all’ingrosso agroalimentari. I rincari più significativi si concentrano sugli ortaggi che dipendono maggiormente dalle produzioni meridionali o dalle importazioni a lungo raggio. I pomodori fanno registrare un aumento del 31,9%, mentre le melanzane segnano un +20,0%. Seguono le zucchine con un +12,7% e i peperoni con un +6,2%. In alcuni casi, però, il carburante non è l’unico colpevole. I finocchi, ad esempio, segnano un aumento dell’11,3% rispetto alla settimana precedente. In questo caso, il motivo principale è la ridotta disponibilità causata dal maltempo, che ha tagliato la produzione. Clima e geopolitica si intrecciano mettendo in difficoltà le centrali di acquisto.
L’effetto domino di Spagna e Nord Africa
Uno degli elementi strutturali di questa fase critica è la contrazione dell’offerta proveniente dalla penisola iberica e dall’area nordafricana. Questi flussi commerciali sono vitali per i mercati italiani, soprattutto in determinati periodi dell’anno in cui le produzioni nazionali sono meno abbondanti. Quando arrivano meno camion e navi, e quelle che arrivano pagano di più il carburante, l’effetto domino è inevitabile. L’incrocio tra costi di trasporto più elevati e minori volumi disponibili genera una pressione al rialzo che, in assenza di produzioni italiane capaci di sopperire immediatamente alla carenza, si traduce in un rincaro prezzi che, alla fine del percorso, finisce inevitabilmente sul carrello della spesa del consumatore finale.
Il salvagente dei prodotti locali
Mentre i costi di pomodori e melanzane volano, quelli di cicoria, lattuga, radicchio e catalogna si mantengono stabili. Il perché è nel km zero. Si tratta, infatti, di ortaggi a foglia coltivati capillarmente su tutto il territorio nazionale. Non dipendono da lunghe catene logistiche, non attraversano lo Stretto di Messina in camion e non vengono da paesi lontani. Questo dato conferma la tesi che il rincaro dei prezzi ortofrutticoli è strettamente correlato alla struttura della filiera. Più è lunga la distanza percorsa dal prodotto, maggiore è l’esposizione alle tensioni logistiche. Al contrario, la filiera corta – quella del km zero o della distribuzione locale – si sta rivelando, in questo momento di crisi, un formidabile stabilizzatore economico. Un insegnamento che potrebbe influenzare le strategie di approvvigionamento dei mercati nei prossimi mesi.
TUTTE LE ULTIME NOTIZIE SU SPAZIO50.ORG
© Riproduzione riservata
