Dalla nascita della Repubblica islamica la condizione femminile iraniana è uno dei nodi più complessi e controversi del Paese
Con un decreto del 1936 noto come Kashf-e hijab (“svelamento”) lo shah Reza Pahalavi proibì il velo alle donne, ammesse anche alla neonata Università di Teheran. Una generazione femminile più istruita e più libera si formò così nelle città, nelle facoltà e negli uffici. Poi, con la presa del potere dell’ayatollah Khomeini nel febbraio del 1979, tutto cambiò. Il 7 marzo di quell’anno il nuovo leader annunciò che tutte dovevano coprirsi il capo uscendo di casa. Un gesto che non era più una scelta religiosa o personale, ma diventava un obbligo di Stato, con tanto di sorveglianza e sanzioni. Il giorno dopo, l’8 marzo — Giornata internazionale della donna — decine di migliaia di iraniane scesero in piazza a Teheran contro quella imposizione. Il primo atto di una resistenza che non si è mai fermata.
Il ritorno del patriarcato
La nuova legislazione islamica, basata fondamentalmente sulla Shari’a, smontò pezzo per pezzo le conquiste dei decenni precedenti. La Legge sulla protezione della famiglia, che aveva introdotto tutele significative per le mogli in caso di divorzio o ripudio arbitrario, venne abrogata e sostituita da norme di stampo patriarcale. L’età minima per il matrimonio scese fino a nove anni. Il divorzio divenne quasi un privilegio maschile, mentre le madri si trovavano in una posizione sempre più fragile per quanto riguarda la custodia dei figli. Le donne in Iran furono allontanate dalla magistratura, escluse da molte cariche pubbliche, marginalizzate nei ruoli di vertice. Eppure non scomparvero dalla scena. Continuarono a studiare, a lavorare, a far sentire la loro voce.
Il paradosso femminile: istruzione alta, diritti limitati
Uno delle incongruenze dell’Iran contemporaneo riguarda proprio la figura femminile. Nonostante le restrizioni giuridiche e le politiche di islamizzazione — segregazione di genere nelle università, nei trasporti, in molti luoghi pubblici — il livello di istruzione femminile è oggi tra i più alti del Medio Oriente. Le laureate sono numerose, le professioniste sono ovunque, il contributo femminile all’economia è tutt’altro che marginale. Questa contraddizione tra una legislazione che comprime i diritti e una società che avanza comunque ha creato una tensione permanente, una crepa nel sistema che periodicamente si allarga fino a diventare frattura aperta. Le donne in Iran non hanno mai smesso di essere protagoniste nei tribunali, nelle cliniche, nelle aule universitarie. Ma anche nelle strade, quando il momento lo richiedeva.
Dalle proteste del 2009 a Mahsa Amini
Negli anni Novanta e nei Duemila, le campagne per la riforma del Codice civile e contro la poligamia animarono un attivismo tenace. Poi arrivò il Movimento Verde del 2009, dove le donne occuparono uno spazio di primo piano nelle proteste contro i risultati elettorali contestati. Un capitolo a sé meritano le “Ragazze della Via Enghelab”: donne che, a partire dal 2017, cominciarono a togliersi il velo in luoghi pubblici, sfidando in modo pacifico una delle norme più simboliche del regime, e l’arresto. Il punto di rottura è stato il settembre 2022. Mahsa Amini, una giovane curda di 22 anni, morì dopo essere stata fermata dalla polizia morale per aver indossato il velo in modo “scorretto”. La sua morte scatenò una rivolta senza precedenti, raccolta nello slogan «Zan, Zendegi, Azadi» — Donna, Vita, Libertà. Le donne in Iran scesero in piazza tagliandosi i capelli, bruciando il velo e affrontando la polizia armata. Questa volta non protestavano solo per i diritti di genere, ma anche per le restrizioni e le violazioni dei diritti umani.
Il corpo come territorio politico
Ciò che rende unica la resistenza delle iraniane è l’uso del corpo come linguaggio politico. Il capo coperto non è mai stato solo una questione di abbigliamento: è diventato il terreno su cui il regime ha scelto di misurare il proprio controllo sulla società. E proprio su quel terreno le donne hanno scelto di resistere. Togliersi il velo in strada, rifiutare di indossarlo, mostrare i capelli al vento: sono atti che in Iran possono ancora costare l’arresto, il licenziamento, la prigione. Eppure loro non hanno mai smesso di manifestare. In occasione del secondo anniversario della morte di Mahsa Jina Amini, il 16 settembre 2024, il presidente Massoud Pezeshkian aveva promesso che la polizia morale non “avrebbe più disturbato” le donne che non indossano correttamente l’hijab, aggiungendo che avrebbe tentato di limitarne interventi e controlli aggressivi. Ma fu osteggiato dai media e dalla magistratura. La guerra ha ora aumentato la vigilanza del regime, ma allo stesso tempo ha reso più evidente la distanza tra le promesse moderate del presidente Pezeshkian e la realtà di milizie, polizia morale e corti rivoluzionarie che continuano a controllare e punire le donne.
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