Trump ha allentato i toni sul conflitto con l’Iran dopo il crollo delle Borse e il petrolio a 120 dollari. Torna il meccanismo del “Taco Trade”: minacce, crollo dei mercati, retromarcia presidenziale.
Taco Trade: cosa succede quando Wall Street incontra una guerra
C’è un meccanismo che nei mesi scorsi ha scandito il rapporto tra Donald Trump e i mercati finanziari. Si chiama “Taco Trade” (acronimo di “Trump Always Chickens Out”, Trump fa sempre retromarcia) e descrive una dinamica che si è già vista con i dazi, con la Groenlandia, con le minacce commerciali all’Europa. Il presidente alza i toni, i mercati crollano, e Trump ammorbidisce la posizione. La domanda che oggi si pone Wall Street, e non solo, è se questo schema possa funzionare anche con una guerra in corso.
Il termine è stato coniato da un analista del Financial Times e si è diffuso rapidamente negli ambienti finanziari. Funziona così: quando le dichiarazioni aggressive di Trump fanno scendere i mercati, conviene comprare. Quando il presidente fa marcia indietro e i prezzi risalgono, conviene vendere.
Una strategia speculativa basata non sull’analisi economica classica, ma sulla prevedibilità del comportamento presidenziale.
Il petrolio a 120 dollari e la svolta di Trump sul conflitto
Dopo una settimana di bombardamenti congiunti tra Stati Uniti e Israele su obiettivi iraniani, i mercati finanziari hanno mostrato segnali di cedimento netti. Wall Street aveva chiuso la settimana in rosso. Il petrolio aveva toccato quota 120 dollari al barile. La benzina negli Stati Uniti era salita di quasi il 20% nel giro di sette giorni, portandosi oltre i 3,50 dollari al gallone, ben lontano dai 2 dollari promessi da Trump in campagna elettorale nel 2024.
In questo contesto, domenica pomeriggio, alle 15.30 ora americana, Trump ha rilasciato un’intervista alla giornalista di Cbs Weijia Jiang. Le sue parole sono state precise: la guerra potrebbe finire “molto, molto presto” e le operazioni militari sono “quasi concluse”. Si è trattato, ha detto, solo di “una piccola escursione”. In pochi minuti il prezzo del greggio ha iniziato a scendere e le azioni hanno recuperato terreno nell’ultima parte della seduta.
La sera, dalla Florida, Trump ha ribadito il concetto in conferenza stampa.
I segnali di disaccordo interno
La retromarcia di Trump si scontra però con quanto la stessa amministrazione aveva comunicato pochi giorni prima. Il lunedì precedente, a poche ore dalle dichiarazioni presidenziali, il segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva detto pubblicamente che la guerra “è appena iniziata”. Più fonti vicine alla Casa Bianca avevano inoltre alimentato nei giorni precedenti l’ipotesi di un possibile invio di truppe in Iran per abbattere il regime.
Il contrasto è evidente. E non è solo di facciata: diversi consiglieri di Trump, secondo quanto riportato, starebbero facendo pressione sul presidente per trovare una via d’uscita rapida dal conflitto. I motivi sono molteplici e convergenti. Le elezioni di Midterm incombono. La base elettorale Maga, nazionalista, isolazionista, storicamente ostile alle avventure militari all’estero, non sostiene l’intervento.
L’operazione contraddice del resto lo stesso principio dell'”America First” che Trump ha costruito negli anni come alternativa alle guerre di Bush in Iraq e di Obama in Afghanistan.
Le possibili vie di uscita
Oltre alla retorica, la Casa Bianca starebbe valutando alcune mosse concrete.
La prima è economica: Trump avrebbe preso in considerazione la possibilità di eliminare le sanzioni alla Russia sul petrolio, per calmierare i prezzi del greggio e tamponare l’impatto sull’inflazione americana. Una mossa che segnerebbe un ulteriore cambio di rotta rispetto alla politica nei confronti di Mosca dall’inizio del conflitto in Ucraina.
La seconda è politica. In conferenza stampa Trump ha lasciato intendere che una soluzione simile a quella adottata con il Venezuela (pressioni, negoziato, accordo) potrebbe rappresentare un’alternativa al cambio di regime.
Un’uscita che eviterebbe l’escalation, ma che difficilmente potrebbe essere venduta come vittoria all’interno. Un cambio di regime ottenuto solo con i bombardamenti, del resto, resta uno scenario considerato poco praticabile anche dagli analisti militari: richiederebbe tempi e risorse che Trump non sembra disposto a impegnare.
Stavolta il Taco Trade potrebbe non bastare
Il precedente più citato è quello dell’aprile 2025. Una settimana dopo aver annunciato dazi che in alcuni casi superavano il 100% nei confronti di quasi tutti i Paesi del mondo, Trump aveva assistito al crollo di Wall Street e a aste dei Treasury andate male.
Sotto la pressione del segretario al Tesoro Scott Bessent, aveva sospeso i dazi e riaperto i negoziati. Il mercato aveva risposto positivamente e il “Taco Trade” era diventato una strategia consolidata.
Con una guerra, però, le variabili sono diverse e meno controllabili. Israele per ora non mostra intenzione di fermarsi, anzi sta allargando le operazioni in Libano. L’Iran, dal canto suo, non sembra intenzionato a cedere: al contrario, secondo più fonti, starebbe cercando di estendere il conflitto su scala regionale. In questo quadro, la capacità di Trump di chiudere il rubinetto, come aveva fatto con i dazi, appare molto più limitata. I mercati lo sanno.
E i segnali di domenica pomeriggio, per quanto abbiano funzionato nell’immediato, non hanno convinto del tutto gli operatori che la guerra sia davvero prossima alla fine.
Quello che è certo è che il “Taco Trade” ha ormai un peso reale nella lettura dei mercati finanziari internazionali. JP Morgan, in una nota di analisi di marzo 2026, ha riconosciuto che il comportamento presidenziale è diventato una variabile strutturale nella valutazione del rischio geopolitico. Non è un dettaglio di costume. È il segnale che la finanza globale ha incorporato nei suoi modelli un fattore un tempo imponderabile: la prevedibile imprevedibilità di un presidente.
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