Un rapporto europeo fotografa la condizione dei milioni di familiari che assistono anziani non autosufficienti. Indennità, congedi e tutele previdenziali: cosa funziona e cosa no in Finlandia, Germania, Lituania e Paesi Bassi.
L’assistenza informale regge l’Europa
Otto persone su dieci che ricevono assistenza a lungo termine in Europa vengono accudite non da professionisti, ma da familiari, amici, coniugi. Un dato che colpisce e che l’European Centre for Social Welfare Policy and Research ha messo nero su bianco nel suo recente rapporto intitolato Good Practices and Remaining Challenges in Supporting Informal Carers. Lessons from Well-Developed Formal Long-Term Care Systems. Commissionato dal Ministero svedese della Salute e degli Affari Sociali, lo studio analizza le politiche di supporto ai caregiver informali in quattro Paesi con sistemi di assistenza a lungo termine (Long-Term Care, LTC) tra i più sviluppati del continente: Finlandia, Germania, Lituania e Paesi Bassi. L’obiettivo è duplice: capire cosa già funziona e individuare le lacune da colmare.
Il quadro che emerge è quello di un sistema che regge soprattutto grazie a chi non viene pagato, non viene riconosciuto formalmente e spesso non riceve nessun tipo di sostegno. Eppure senza questi milioni di persone, prevalentemente donne, spesso anziane esse stesse, i sistemi sanitari europei collasserebbero.
Caregiver anziani che curano anziani
I caregiver informali non formano un gruppo omogeneo. Ci sono giovani, adulti in piena attività lavorativa, pensionati. Ma il rapporto mette in evidenza due categorie che destano particolare preoccupazione.
La prima è quella dei cosiddetti carers coniugali: anziani che assistono il proprio partner altrettanto anziano. In Finlandia, tra i circa 51.000 caregiver riconosciuti formalmente, il 60% ha più di 65 anni. Spesso queste persone hanno già problemi di salute propri. Il rischio è che il peso dell’assistenza le logori al punto da trasformarle, nel giro di qualche anno, in pazienti esse stesse. E intanto vivono nell’isolamento, convinte di essere le sole responsabili del benessere del coniuge.
La seconda categoria è quella dei caregiver in età lavorativa, costretti ogni giorno a barcamenarsi tra turni, scadenze e l’assistenza a un familiare. Quando l’intensità delle cure aumenta, molti abbandonano il mercato del lavoro. Le conseguenze si trascinano nel tempo: meno contributi versati, pensioni più basse, maggiore vulnerabilità economica. Il rapporto segnala anche l’aumento dei giovani caregiver, bambini e adolescenti con responsabilità assistenziali, e dei caregiver migranti, che faticano ad accedere ai servizi a causa di barriere linguistiche e culturali.
Quattro paesi, quattro approcci diversi
Il confronto tra i modelli nazionali analizzati dal rapporto rivela differenze significative. Sul fronte del sostegno economico, la Finlandia è l’unico paese tra i quattro a prevedere un’indennità nazionale per i caregiver, calibrata sull’intensità dell’assistenza e non sul reddito del carer.
La Germania non prevede un’indennità diretta, ma offre prestiti senza interessi durante i periodi di congedo. La Lituania, invece, consente ai caregiver di accedere a un’indennità di malattia quando l’impegno assistenziale impedisce loro di lavorare, a patto di avere una copertura assicurativa sanitaria adeguata.
Sul fronte della protezione sociale, la Germania offre il pacchetto più articolato: paga i contributi pensionistici per i caregiver che assistono anziani per almeno dieci ore settimanali, garantisce una copertura assicurativa contro gli infortuni e contro la disoccupazione. Una rete che protegge anche dopo la fine del periodo di cura. I Paesi Bassi, al contrario, non prevedono benefici previdenziali diretti, ma puntano sulla flessibilità lavorativa: orari ridotti, congedi brevi, soluzioni per rendere compatibili lavoro e assistenza.
Quanto ai congedi, la Germania consente riduzioni dell’orario lavorativo fino a 24 mesi tramite la Family caregiver leave, anche se non retribuita. E sul fronte del sollievo (la cosiddetta respite care, fondamentale per evitare il burnout) la Finlandia garantisce ai carer riconosciuti dai due ai tre giorni di pausa mensile, mentre la Germania copre fino a oltre 3.500 euro all’anno per la sostituzione del caregiver in caso di malattia o vacanza.
Il paradosso dei benefici che nessuno usa
Forse il dato più sorprendente dell’intero rapporto riguarda non ciò che i paesi offrono, ma ciò che i caregiver non riescono ad usare. In Germania, un’indagine ha rilevato che il 96% degli aventi diritto non aveva mai utilizzato i supporti disponibili.
Le ragioni sono diverse. Molti caregiver semplicemente non si riconoscono come tali: si considerano figli, coniugi, nipoti che fanno il proprio dovere. Non cercano aiuto perché non pensano di averne diritto. Altri non ricevono informazioni nei momenti cruciali e a quel punto il sistema non li raggiunge. Altri ancora si scoraggiano di fronte a procedure burocratiche complesse. In Germania, ad esempio, per ottenere un rimborso per un sostituto occasionale, anche solo un vicino, è richiesto un certificato penale, un requisito che gli stessi esperti giudicano sproporzionato.
Il problema, dunque, non è solo la quantità di risorse stanziate. È la capacità del sistema di raggiungere le persone prima che sia troppo tardi.
Le priorità indicate dal rapporto
Lo studio individua alcune direttrici su cui i paesi devono lavorare con urgenza. La prima è armonizzare i servizi a livello nazionale: oggi in molti casi i supporti dipendono dal comune o dalla contea di residenza, con disparità enormi tra zone diverse dello stesso paese. La seconda è garantire ai caregiver un diritto soggettivo all’assistenza, slegato dai budget locali e dalla discrezionalità amministrativa. La terza è costruire un sistema di outreach proattivo (anticipare le necessità, n.d.r.), capace di intercettare chi ha bisogno nei momenti critici, non di aspettare che sia lui a bussare alla porta giusta.
Il rapporto insiste anche sull’importanza di includere i caregiver nella definizione delle politiche. In questo senso, l’esempio più avanzato viene dai Paesi Bassi, dove la Mantelzorgagenda riunisce ministeri, comuni e associazioni per coordinare le misure di cura.
In Germania il Consiglio Consultivo Indipendente elabora raccomandazioni periodiche sulla conciliazione tra lavoro e assistenza. Il punto di partenza, però, resta comune a tutti: smettere di vedere il caregiver come un’appendice del paziente e riconoscerlo come un attore autonomo, con bisogni propri, che merita tutele specifiche.
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