L’attore americano si è spento a 95 anni nel suo ranch in Virginia. Una carriera da protagonista assoluto con sette nomination agli Oscar e una statuetta conquistata nel 1983, passando da Il Padrino ad Apocalypse Now fino ai film dimenticati (che lui amava più di tutti gli altri).
L’addio ad un premio Oscar
L’attore americano, nato a San Diego il 5 gennaio 1931, è morto il 16 febbraio 2026 nel ranch di famiglia a The Plains, in Virginia, circondato dai suoi affetti. Ad annunciarlo è stata la moglie Luciana Pedraza Duvall, con un messaggio sui social in cui lo ricordava come marito, amico e uno dei più grandi attori della storia del cinema. Si è spento serenamente, ha scritto, lasciando dietro di sé qualcosa di duraturo e indimenticabile.
Subito sono arrivati i messaggi di dolore dal mondo del cinema. Francis Ford Coppola, che con Duvall aveva lavorato in tre capolavori, lo ha ricordato come un artista difficile da classificare, capace di muoversi tra ruoli da protagonista e parti da grande caratterista senza che si riuscisse mai a stabilire con certezza in quale delle due categorie collocarlo. Era proprio questa ambiguità, questa capacità di essere tutto senza sembrare niente, a rendere Duvall unico. Anche Al Pacino, con cui condivise il set de Il Padrino, ha voluto rendergli omaggio, sottolineando che mancherà come attore di straordinaria naturalezza.
Gli inizi: da San Diego a New York
Cresciuto in una famiglia di solide tradizioni, figlio di un ammiraglio della Marina e di un’attrice dilettante, il giovane Robert sembrava destinato a una carriera militare.
Servì durante la guerra di Corea, tra il 1953 e il 1954, ma appena tornato prese una decisione che avrebbe cambiato tutto: si trasferì a New York per studiare recitazione. Si iscrisse alla Neighborhood Playhouse School of Theatre, dove si insegnava il metodo Meisner, e lì fece amicizia con altri due ragazzi destinati a diventare giganti: Dustin Hoffman e Gene Hackman. Vivevano in appartamenti minuscoli, si dividevano i costi, facevano i lavori più disparati (commessi, postini, autisti) mentre accumulavano esperienza sui palcoscenici di Broadway e Off-Broadway.
Il debutto cinematografico arriva nel 1962, in un film che da solo varrebbe una carriera: Il buio oltre la siepe di Robert Mulligan, tratto dal celeberrimo romanzo di Harper Lee. Duvall interpreta Arthur Boo Radley, figura misteriosa e malaticcio, quella che salva i bambini protagonisti nella scena finale. È una piccola parte, ma è il tipo di piccola parte che non si dimentica. Lo volle lo sceneggiatore Horton Foote, nome che tornerà nella vita di Duvall in maniera decisiva anni dopo.
Il Padrino e Apocalypse Now. E Duvall diventa leggenda
Gli anni Settanta sono il decennio che lo consacra agli occhi del mondo intero. Nel 1970, Robert Altman lo sceglie per M.A.S.H., dove interpreta il maggiore Burns con ironia tagliente.
Ma è il 1972 l’anno che cambia tutto: Il Padrino di Francis Ford Coppola. Duvall è Tom Hagen, l’avvocato di fiducia della famiglia Corleone, una figura di lealtà assoluta che si muove nell’ombra con la stessa eleganza dei boss. Nonostante tra lui e Marlon Brando ci fossero appena sette anni di differenza, Duvall riesce a restituire una maturità e una profondità che sembrano stratificate nel tempo. La critica se ne accorge: arriva la prima nomination all’Oscar come miglior attore non protagonista.
Torna nel 1974 con Il Padrino — Parte II, poi nel 1979 è di nuovo con Coppola per quello che molti considerano il suo ruolo più iconico: il colonnello William Kilgore in Apocalypse Now. A torso nudo, spavaldo, con il suo elmetto da cowboy, Kilgore è una figura di follia lucida e ossessiva, militare capace di ordinare un bombardamento solo per poter fare surf sulle onde che si alzano col napalm. La battuta che gli viene attribuita (sull’odore del napalm al mattino) è diventata una delle più citate della storia del cinema. Per questa interpretazione arriva la seconda nomination all’Oscar. Di nomination, nella sua carriera, ne arriveranno in tutto sette, comprese quelle per Il grande Santini (1980), L’apostolo (1997), A Civil Action (1998) e The Judge (2014).
L’Oscar per Un tenero ringraziamento
Il 1983 è l’anno della statuetta. Duvall vince il premio come miglior attore protagonista per Tender Mercies — Un tenero ringraziamento, diretto da Bruce Beresford su sceneggiatura di Horton Foote, lo stesso drammaturgo che lo aveva lanciato ventun anni prima. Interpreta Mac Sledge, un cantante country segnato dall’alcol e dalla vita ai margini, che trova una possibilità di riscatto nell’amore e nella fede. È un film apparentemente minore, lontano dagli sfarzi di Hollywood, ma è proprio il tipo di film in cui Duvall riusciva a dare il meglio.
Quel riconoscimento sancisce qualcosa che la critica aveva già capito da tempo: Duvall era uno dei pochi attori capaci di incarnare davvero l’America profonda, quella rurale, silenziosa, spesso violenta e altrettanto spesso capace di una pietà inaspettata. I suoi personaggi, soldati, sceriffi, pastori, cantanti, parlavano di un Paese reale, non di quello patinato delle grandi produzioni.
Regista, sceneggiatore e uomo libero
Nel 1997, con L’apostolo, Duvall porta a compimento un progetto che covava da anni. Scrive la sceneggiatura, dirige e interpreta il protagonista: un pastore pentecostale del Texas che uccide l’amante della moglie e poi ricomincia da capo, fondando una nuova chiesa tra le paludi della Louisiana. È un film scomodo, difficile, fuori da qualsiasi schema, che lui stesso considerava il più bello tra quelli che aveva fatto. Non pochi lo conoscono, ancora oggi. Eppure contiene forse la sua interpretazione più complessa: un uomo eticamente irredimibile che continua a credere in qualcosa di più grande di sé. Due Independent Spirit Award, una nuova nomination all’Oscar.
Negli ultimi decenni di carriera ha continuato a lavorare senza sosta: da A Civil Action con John Travolta a The Road accanto a Viggo Mortensen, fino a The Judge (2014) con Robert Downey Jr., che gli vale l’ultima candidatura all’Oscar. In totale, nel corso di oltre cinquant’anni di lavoro, ha interpretato più di cinquanta film. Quattro Golden Globe, due Emmy, uno Screen Actors Guild Award e un Bafta, oltre all’Oscar, compongono un palmarès che racconta la parabola di un attore che non ha mai smesso di fare il suo mestiere nel modo più onesto possibile.
Quanto ai ruoli che rifiutò, una volta raccontò che gli avevano offerto la parte principale in Lo squalo. Avrebbe preferito interpretare il personaggio dell’attore britannico Robert Shaw, ma era troppo giovane. Parlò con Spielberg, ma non se ne fece nulla. Non se ne pentì mai, disse. Perché? Preferiva i ruoli da co-protagonista.
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