Un’iniziativa nata durante la pandemia oggi raggiunge 30mila anziani in 300 strutture tra Italia, Spagna, Francia, Portogallo, Australia e Svizzera. Dalle videoconnessioni ai giardini ripensati per gli anziani: così gli spazi assistenziali diventano luoghi di relazione e benessere.
Una rete nata dall’emergenza
Quando il 29 gennaio 2020 prendeva forma una fondazione d’impresa pensata per restituire qualcosa alla collettività, nessuno immaginava che di lì a settimane il mondo si sarebbe fermato. Ancor meno che proprio gli anziani, chiusi nelle residenze sanitarie per proteggerli dal virus, sarebbero diventati il simbolo più evidente della solitudine imposta dalla pandemia.
Da quella contingenza è nato “Ciao!”, un progetto della Fondazione Amplifon che ha trasformato l’isolamento forzato in un’opportunità per ripensare il modo in cui le persone fragili vivono all’interno delle strutture assistenziali.
L’idea iniziale era semplice quanto necessaria: dotare le RSA di sistemi di videoconnessione di alta qualità per permettere agli ospiti di rivedere i familiari quando le visite erano sospese. Maxischermi installati nelle sale comuni, tecnologia sviluppata con partner come Cisco e Durante Spa, qualità audio e video capace di restituire almeno parte del calore di un abbraccio negato. Ma quello che doveva essere un rimedio temporaneo si è trasformato rapidamente in qualcosa di più strutturato e ambizioso.
Dalla videochiamata al palinsesto
Gli schermi rimasti accesi oltre l’emergenza hanno iniziato a trasmettere contenuti pensati appositamente per chi vive in queste strutture. Concerti della Filarmonica di Milano, lezioni di yoga progettate da MondoYoga, spettacoli teatrali della Compagnia Gino Franzi, viaggi virtuali in tempo reale organizzati da Miravilius.
Un vero palinsesto settimanale che scandisce le giornate, offre stimoli culturali, mantiene vive competenze cognitive. Attività che vanno ben oltre l’intrattenimento passivo: i collegamenti permettono anche di partecipare a gruppi di preghiera, leggere insieme i giornali, incontrare volontari e scolaresche, accedere a consulti medici o gestire pratiche amministrative senza muoversi dalla residenza.
I numeri raccontano una crescita costante. Partito come test pilota a Milano a fine 2020 e lanciato ufficialmente nel luglio 2021, oggi la rete si estende a circa 300 strutture e tocca 30mila persone anziane distribuite in sei Paesi. Dall’Italia, dove sono attive residenze in 14 regioni, l’iniziativa si è allargata al Portogallo nel 2023 con otto strutture nell’area di Lisbona, poi a cinque RSA in Francia, ad alcune in Svizzera, fino allo sbarco in Spagna nell’ottobre 2025, dove sono coinvolte oltre 200 persone in due residenze di Barcellona gestite dalla Fundació Pere Mata. In Australia è stata avviata una collaborazione con la Monash University nella zona di Melbourne.
Oltre lo schermo: ripensare gli spazi verdi
Ma la riflessione non si è fermata al digitale. Chi lavora nelle RSA sa bene che molte di queste strutture, pur funzionali, hanno spazi esterni poco accoglienti, cortili dimenticati, giardini che nessuno frequenta. Eppure stare all’aperto, sentire l’aria, osservare il cielo e la vegetazione, sedersi in compagnia sono gesti che nella terza età diventano ancora più preziosi. Da questa consapevolezza è nato un secondo filone del progetto: intervenire sugli spazi verdi per trasformarli in luoghi dove tornare a ritrovarsi.
Per dare forma concreta a questa visione è stata coinvolta Benedetta Tagliabue, architetta di fama internazionale a capo dello studio EMBT. Il suo compito non era creare un oggetto di arredo fine a sé stesso, ma pensare elementi capaci di generare relazioni. Il risultato è un sistema modulare, facile da installare, che può adattarsi a contesti diversi e che soprattutto invita a uscire, a sostare, a parlare.
L’arredo è progettato per essere montato anche dai volontari, che così diventano parte attiva della trasformazione degli spazi. Non è un dettaglio marginale: nel 2025 il 40% dei dipendenti italiani del gruppo ha partecipato ad attività di volontariato, con oltre 2.300 ore dedicate, 50 eventi organizzati e 900 partecipazioni registrate.
L’approccio è restituire dignità agli spazi esterni, renderli belli e desiderabili, fare in modo che gli anziani vogliano uscire non per obbligo ma per piacere. Tagliabue ha spiegato che il suo lavoro mira a far ritrovare il contatto con il sole, la luce, il passare delle stagioni. Elementi che sembrano banali ma che per chi vive in una struttura assistenziale possono fare la differenza tra sentirsi parte del mondo o isolati da esso.
Una questione di relazioni, non solo di servizi
Il filo conduttore di tutto il progetto è la relazione. Maria Cristina Ferradini, consigliera delegata della fondazione, ha sottolineato più volte come l’obiettivo non sia fornire prestazioni aggiuntive ma investire sulla capacità delle persone anziane di restare connesse: con le generazioni più giovani, con la natura, con il proprio corpo, con le emozioni. Sentirsi abbracciati, non perdere il contatto con la bellezza, continuare a scoprire piccole novità nell’ambiente circostante. Sono questi gli elementi che danno senso alle giornate, anche quando la fragilità aumenta.
Franco Bassi, presidente nazionale di Uneba, l’Unione delle istituzioni e iniziative di assistenza sociale, ha evidenziato come la tecnologia impiegata consenta non solo una vicinanza di qualità tra anziani e famiglie, ma anche l’apertura delle strutture al territorio. I collegamenti con scuole, manifestazioni culturali, celebrazioni religiose, eventi fieristici trasformano le RSA da luoghi chiusi in nodi di una rete comunitaria più ampia.
Susan Carol Holland, presidente della fondazione, ha riassunto così la filosofia di fondo: costruire comunità inclusive capaci di dare dignità agli anziani più fragili, continuare a guardare avanti con la convinzione che la vecchiaia non sia una condizione da nascondere ma una stagione della vita da valorizzare.
Il progetto dimostra che è possibile agire concretamente sulla qualità della vita nelle residenze assistenziali senza stravolgimenti impossibili, ma attraverso interventi mirati che mettono al centro le persone. La tecnologia fornisce gli strumenti, il design ripensa gli ambienti, il volontariato costruisce ponti. L’elemento che tiene insieme tutto è la consapevolezza che anche nella fragilità si può continuare a scoprire, imparare, emozionarsi. E che questo non è un lusso, ma un diritto.
© Riproduzione riservata
