Un cult degli anni Novanta che, rivisitato oggi, solleva più di qualche interrogativo sul suo messaggio romantico
Per San Valentino Pretty Woman, l’iconico film con Julia Roberts e Richard Gere tornerà nelle sale italiane il 9, 10, 11 e 14 febbraio grazie a Nexo Studios. Sono passati trentasei anni dall’uscita di questa pellicola che ha fatto sognare intere generazioni, eppure la sua capacità di conquistare il pubblico sembra rimasta intatta. Ma a riguardarla oggi, alla luce dei recenti eventi di cronaca, viene naturale chiedersi quanto ancora possa considerarsi una commedia romantica col lieto fine. O non, piuttosto, una celebrazione del potere maschile e dello squilibrio nel rapporto uomo-donna.
La trama
La vicenda racconta l’incontro tra Vivian Ward, interpretata da Julia Roberts, e Edward Lewis, cinico uomo d’affari col volto di Richard Gere. Lei lavora come prostituta sulla Hollywood Boulevard di Los Angeles, lui è un ricco divorziato che cannibalizza aziende per professione. L’incontro avviene quasi per caso: Edward, perso nella città californiana, chiede indicazioni proprio a Vivian, che lo accompagna al suo hotel in cambio di qualche dollaro. Da questa transazione commerciale nasce un accordo: tremila dollari per una settimana insieme, durante la quale lei dovrà accompagnarlo a cene e ricevimenti di lavoro fingendosi la sua compagna.
Il successo che ha lanciato la Roberts
Il film diretto da Garry Marshall rappresentò per Julia Roberts il trampolino verso la fama. Reduce da una candidatura agli Oscar per “Fiori d’acciaio” nel 1989, l’attrice trovò in Pretty Woman il ruolo che l’avrebbe consacrata definitivamente. Il successo fu travolgente: 460 milioni di dollari incassati in tutto il mondo, scene entrate nell’immaginario collettivo come quella della vasca da bagno o l’episodio del negozio su Rodeo Drive, battute diventate leggendarie. Un trionfo assoluto che trasformò questa produzione in un fenomeno culturale capace di resistere per oltre tre decenni.
Gli anni Ottanta e l’oggettificazione del corpo femminile
Eppure, sotto la superficie patinata di Pretty Woman, emergono elementi che meritano una riflessione. Il film si presenta come una rivisitazione moderna di Cenerentola e del mito di Pigmalione, ma è un eco profonda degli edonisti anni Ottanta. Un’epoca segnata dal reganismo, dal culto del successo individuale, dalla fiducia incondizionata nel mercato e nel potere del denaro. Anni in cui il corpo femminile veniva oggettificato, osservato esclusivamente attraverso lo sguardo maschile dominante, ammissibile solo se rispondente a determinati canoni estetici e comportamentali.
La trasformazione ‘guidata’ di Vivian
Il cambiamento radicale di Vivian è il cuore della pellicola. La vediamo passare da un abbigliamento provocante a completi eleganti, da capelli vistosi a un’acconciatura raffinata, da un linguaggio diretto a modi più consoni all’alta società. La metamorfosi viene celebrata come liberatoria, ma forse andrebbe analizzata più attentamente: ogni cambiamento passa attraverso il portafoglio e l’approvazione di Edward. È lui a decidere dove portarla, cosa farle indossare, come presentarla al suo mondo. Gli abiti firmati, l’accesso agli spazi del lusso, le buone maniere diventano condizioni necessarie perché Vivian possa stare accanto all’uomo d’affari, essere accettata socialmente, meritare quel posto al suo fianco.
Edward, il privilegio immutato
Edward, dal canto suo, rimane sostanzialmente immutato. Certo, Vivian riesce a intaccare il suo cinismo, a farlo sorridere, a fargli riscoprire qualche emozione. Ma la sua essenza non cambia: continua a essere l’uomo che smembra aziende per profitto, che esercita controllo attraverso il denaro, che detiene tutti i privilegi. È Vivian a umanizzarlo quel tanto che basta per rendere il suo potere più accettabile agli occhi dello spettatore. La simmetria è evidente: lei deve trasformarsi completamente per meritare lui, mentre a lui basta ammorbidirsi leggermente per diventare l’eroe romantico della storia.
Cenerentola in versione capitalismo
L’operazione dichiarata del film è aggiornare la fiaba di Cenerentola ai tempi moderni, ma la struttura resta invariata. Edward rappresenta la versione contemporanea del principe azzurro, solo che invece della nobiltà di sangue brandisce il privilegio del capitalismo finanziario. La scarpa di cristallo è sostituita da una collana di diamanti, il castello da una suite d’albergo di lusso, ma il messaggio di fondo non cambia: la donna può aspirare a una vita migliore solo attraverso la scelta di un uomo potente.
Le disuguaglianze mascherate
Quello che Pretty Woman tende a occultare è proprio l’enorme disuguaglianza economica tra i protagonisti, trattandola come se fosse un dettaglio irrilevante davanti alla forza dell’amore. Ma i sentimenti non esistono nel vuoto, sono sempre attraversati e condizionati dal contesto in cui si sviluppano. Immaginare che un legame affettivo possa colmare la distanza abissale tra un miliardario e una donna indigente significa rifugiarsi deliberatamente nel regno delle favole, ignorando le dinamiche di potere che, inevitabilmente, attraversano una relazione così sbilanciata.
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