Con lo spettacolo “Aliena” la compagnia che ha cambiato il modo di fare danza in Italia porta in scena la propria storia. La nostra intervista alla fondatrice e direttrice artistica Giulia Staccioli.
Giulia quando era bambina sognava di fare la danzatrice con il tutù oppure qualcos’altro?
«Il mio primo desiderio da piccolissima, sui tre, quattro anni era proprio quello di diventare una ballerina classica. Ho cominciato a fare danza a quell’età, ma poi le vicissitudini della vita non mi hanno permesso di continuare e ho iniziato con la ginnastica ritmica a 12 anni. Da lì a ritornare alla danza la strada è stata lunga, ma comunque molto interessante, perché la mia disciplina sportiva ha delle caratteristiche che si avvicinano alla danza. Ho fatto il giro lungo ma alla fine ci sono arrivata alla danza».
Qual è stata la scintilla, l’idea che le ha fatto immaginare di fondere atletismo puro e danza?
«Tutto, molti anni fa, è nato dalla mia esperienza personale. Sono stata una ginnasta ritmica di livello internazionale, europei, mondiali, Olimpiadi; quindi, quando ho terminato la mia attività agonistica e il desiderio di lavorare con il corpo era molto forte, ho iniziato a studiare danza negli Stati Uniti. Da lì, poiché ero già vicina a quella modalità di movimento, sono arrivata a essere una degli artisti di Momix , con i quali ho lavorato per vari anni. Avendo visto su di me come la mia formazione da ginnasta fosse un’ottima base per essere poi una danzatrice un po’ ‘diversa’ e comunque interessante, ho deciso di fondare una mia compagnia che avesse proprio come caratteristica il gesto atletico mixato insieme con la parte di danza e la parte teatrale. Da lì ho iniziato tutta la ricerca che ha portato al concetto Kataklò».
Era esattamente trent’anni fa e Giulia Staccioli ha iniziato un’avventura l’ha portata a trasformare la danza, fondendola con la disciplina atletica e con il teatro per disegnare una grammatica poetica, dove ogni gesto diventa racconto e ogni equilibrio si fa metafora. I danzatori-atleti dei suoi spettacoli uniscono forza, acrobazia, teatro fisico, sorprendente abilità nel reinventare lo spazio scenico, precisione millimetrica, con la capacità di stupire senza mai cadere nell’effetto gratuito.
In questa stagione teatrale, che si concluderà ai primi di maggio (gli ultimi show dei Kataklò sono previsti a Milano, Bollate, Vezzano, Genova, Como, Vigevano e Venaria Reale), lo spettacolo Aliena, accolto da grandi consensi di pubblico e critica, offre un percorso sul passaggio dalla tecnica basata sulla forza dei performer – i primi componenti della compagnia erano tutti ginnasti di grande spessore – alla naturalezza e alla totale libertà creativa di oggi.
Ci parli di Aliena, l’ultimo spettacolo che avete realizzato e che offre una sintesi dei vostri trent’anni di attività
«Più che una sintesi, direi che è una sorta di racconto di questi trent’anni per come io li ho vissuti. Ci sono delle tappe salienti e importanti che sono accadute, viste per come sono state vissute da me. Ho avuto tantissimi danzatori che si sono susseguiti in questo lungo lasso di tempo e ogni momento è legato a vicissitudini mie personali e a quello che in quel momento il cast che era con me mi ha potuto dare e ricevere. Lo spettacolo è costituito da quadri, che sono tappe che io ho fissato nella mia memoria e sulle quali ho voluto lavorare con i miei danzatori di oggi».
Aliena è anche un invito a celebrare la diversità in tutte le sue forme. È un concetto molto difficile da esprimere nell’ambito della danza: come ci siete riusciti?
«Ho voluto rappresentare il mio essere sempre un po’ fuori contesto. Questo spettacolo sta avendo molto successo proprio perché viene considerato sorprendente e ipnotico. Nel senso che il lavoro è andato in direzione di una ricerca che non era scontata, portando a dei movimenti che sono inaspettati e sorprendenti. Ogni situazione ha una caratteristica particolare, che posso raccontare perché ho dei danzatori che sono molto versatili.
La diversità è questa, perché quando cerchi in ambiti diversi trovi cose diverse. Io non ho mai avuto paura di osare, tanto che c’è una coreografia dove i danzatori continuano a cadere e rialzarsi, che rappresenta il racconto di un momento in cui per Kataklò non andava più bene niente e c’è stata la crisi. Portare anche il gesto all’esasperazione, alla ripetitività e poi ritrovarlo armonizzato con gli altri significa mettere in scena ogni volta cose differenti. I danzatori si prestano molto a seguirmi in queste follie, nello stesso tempo però anche sono molto bravi a sostenere una fatica che è poliedrica, una volta è di vigore fisico, una volta è più mentale, un’altra è più di intensità emotiva».
A proposito di “follia”, il suo primo spettacolo nel 1996 si intitolava Indiscipline. Lei si sente ancora “indisciplinata” come allora oppure l’avanzare dell’età le ha portato più saggezza?
«Credo di essere arrivata alla consapevolezza di essere molto indisciplinata, pur venendo da uno sport dove la disciplina è ferrea. Essere fuori dalle righe per me è uno status, eppure anch’io chiedo grande disciplina ai miei danzatori, perché bisogna essere disciplinati per poi decidere di non esserlo. O decidere di esserlo solo per alcuni aspetti».
Foto in apertura: credit Lorenzo Gorini





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