Mentre l’Europa fatica a preservare il proprio patrimonio boschivo, Lisbona rilancia puntando su querce e lecci
Le foreste rappresentano uno degli elementi fondamentali del pianeta: assorbono circa un terzo delle emissioni di CO2 prodotte dall’uomo ogni anno, ospitano l’80% della biodiversità terrestre e regolano il ciclo dell’acqua su scala globale. Non solo: purificano l’aria, prevengono l’erosione del suolo e influenzano il clima molto al di là dei territori in cui affondano le proprie radici. Per dare un’idea, gli scienziati hanno calcolato che la foresta amazzonica produce veri e propri fiumi volanti di umidità che attraversano il continente, portando piogge a migliaia di chilometri di distanza. Al contrario di molti paesi che continuano a registrare perdite del patrimonio boschivo, recentemente il Portogallo ha puntato sul rimboschimento. Non senza però qualche errore iniziale.
Il paradosso degli eucalipti
Secondo Eurostat, nei dodici mesi del 2023 la superficie coperta da alberi nel paese lusitano è aumentata dell’11%, un dato senza raffronti nel continente europeo. Infatti, nello stesso periodo, la media dell’Unione si attesta su un modesto 0,1% annuo, mentre i paesi più virtuosi come l’Irlanda raggiungono l’1,2%. La svolta green portoghese mostra però un lato oscuro. Gran parte di questa crescita vertiginosa si deve agli eucalipti, alberi originari dell’Oceania che crescono a ritmi eccezionali. Queste piante hanno trasformato il Portogallo in uno dei principali produttori europei di carta e cellulosa, creando un’industria fiorente. Ma il prezzo ambientale si è rivelato alto: le foglie degli eucalipti contengono oli estremamente infiammabili che hanno moltiplicato il rischio di incendi, mentre le radici assorbono quantità d’acqua tali da impoverire i terreni circostanti.
Il progetto Floresta Comun: puntare sulle foreste autoctone
Per Copernicus, solo nell’ultimo anno il Portogallo ha perso 263mila ettari divorati dalle fiamme, la percentuale più alta dell’Unione rispetto alle dimensioni del territorio nazionale. Un paradosso, dunque: da un lato aumenta la superficie boschiva complessiva, dall’altro ettari interi spariscono tra le fiamme alimentate proprio dalle caratteristiche delle specie piantate. La svolta è arrivata con il progetto Floresta Comun, un’iniziativa che punta a riequilibrare la composizione delle foreste portoghesi. L’Istituto per la conservazione della natura Icnf ha distribuito lo scorso novembre oltre centomila tra alberi e arbusti autoctoni: lecci, querce da sughero, pini marittimi, frassini e rosmarino. Specie che appartengono al patrimonio genetico del territorio e che, pur crescendo più lentamente degli eucalipti, offrono vantaggi ambientali decisivi.
Perché le specie native fanno la differenza
Le foreste autoctone rappresentano infatti ecosistemi perfettamente integrati con il clima e il suolo locale. Resistono meglio ai parassiti e alle malattie, sopportano lunghi periodi di siccità e sono meno vulnerabili agli incendi quando raggiungono una struttura matura e complessa. Questi boschi forniscono rifugio e nutrimento a specie animali che con gli eucalipti non potrebbero sopravvivere, contribuendo alla biodiversità e all’equilibrio biologico del paesaggio. Ma i benefici vanno oltre ilterritorio locale. Le foreste autoctone svolgono un ruolo cruciale nella regolazione del clima, assorbendo anidride carbonica dall’atmosfera in modo più duraturo rispetto alle piantagioni di crescita rapida. Gli alberi nativi, avendo cicli di vita più lunghi, trattengono il carbonio per decenni, risultando alleati preziosi nella lotta all’effetto serra. Regolano inoltre il ciclo dell’acqua, migliorandone la qualità e prevenendo l’erosione del suolo, elementi fondamentali per la salute dei territori e delle comunità che li abitano.
Investimenti europei e partecipazione dal basso
Il progetto Floresta Comun non si rivolge soltanto alle istituzioni. Anche i parchi urbani e regionali possono aderire all’iniziativa, presentando candidature per ricevere piantine e supporto tecnico. L’Unione europea ha stanziato ingenti risorse per programmi dedicati alla protezione e rigenerazione delle querce, mentre fondazioni portoghesi come quella per la Scienza e la Tecnologia hanno investito centinaia di migliaia di euro in ricerche e interventi sul campo. Quello portoghese non è un caso isolato nel panorama europeo, ma rappresenta un modello di transizione che altri paesi potrebbero studiare. Paesi come l’Estonia, la Bulgaria e la Francia registrano crescite modeste ma costanti della superficie forestale, spesso grazie al rimboschimento di terreni agricoli abbandonati o all’espansione naturale dei boschi. Solo alcune nazioni, tra cui Danimarca, Paesi Bassi e Svezia, hanno visto lievi contrazioni, generalmente legate alla conversione dei terreni per infrastrutture o cambiamenti nella classificazione catastale.
Una sfida per il futuro dell’Europa
La sfida per il Portogallo consiste ora nel consolidare questa inversione di tendenza, sostituendo gradualmente le monocolture di eucalipto con foreste miste di specie native. Un processo complesso che richiede tempo e investimenti, ma che promette di restituire al paesaggio lusitano quella resilienza naturale perduta nei decenni di espansione industriale. Il progetto Floresta Comun ambisce a costruire un’eredità condivisa, riconoscendo che i servizi offerti dalle foreste trascendono i confini geografici. Alberi piantati in Portogallo contribuiscono alla stabilità climatica dell’intero continente, così come foreste ben gestite in altre regioni europee favoriscono equilibri che beneficiano tutti. La rinascita green portoghese, orientata verso foreste autoctone diversificate, potrebbe di fatto diventare un esempio per altre nazioni alle prese con la gestione sostenibile del territorio.
(foto: vista aerea di una vasta foresta di querce da sughero nell’Alentejo, Portogallo)
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