Storia del primo cartoon realizzato con la tecnica della xerografia che salvò Disney dal fallimento ma si attirò le critiche dei puristi dell’alimentazione
La storia dei teneri cucciolotti dalmata e dei loro genitori, contornati da una schiera di umani entrati nell’immaginario collettivo, uscì nelle sale americane il 25 gennaio 1961 e rimase in programmazione per oltre mille giorni consecutivi. Un successo insperato, persino per i suoi produttori, che arrivò ad incassare la cifra straordinaria di 216 milioni di dollari. Fu la salvezza economica dello studio dopo le perdite causate da La bella addormentata nel bosco, troppo innovativo per piacere al grande pubblico. Ma fu anche motivo di stress per i proprietari di negozi di animali che non riuscirono ad esaurire la domanda di cani dalmata, peraltro a torto ritenuti i docili cani d’appartamento disegnati nel film.
Il flop della principessa Aurora
Per comprendere la portata rivoluzionaria de La carica dei 101 bisogna tornare indietro alla fine degli anni Cinquanta. Walt Disney si trovava in una situazione complessa: da un lato aveva consolidato la propria leadership nel campo dell’animazione, dall’altro doveva fare i conti con un mercato in evoluzione e costi di produzione sempre più elevati. La bella addormentata nel bosco, uscita nel 1959, si era rivelata un progetto ambizioso e costosissimo che però al botteghino aveva deluso le aspettative. Addirittura causando perdite tali da mettere in discussione il futuro stesso del reparto animazione dello studio.
Dal romanzo al grande schermo
In questo clima di incertezza nacque il progetto tratto dal romanzo di Dodie Smith del 1956. I diritti erano stati acquisiti nel 1957, ma il progetto rimase in sospeso proprio per le difficoltà economiche che stavano colpendo la casa di produzione. Quando finalmente si decise di procedere, Walt Disney scelse di non seguire personalmente ogni fase come aveva fatto in passato, affidandosi quasi completamente a Bill Peet per l’adattamento. Il budget fu ridotto drasticamente rispetto ai film precedenti e molti pensavano che questo avrebbe compromesso la qualità finale.
La rivoluzione tecnica della xerografia
Quello che però sembrava un limite si trasformò invece in un’opportunità. L’animatore Ub Iwerks aveva scoperto nel 1959 che la xerografia, una tecnologia nata per riprodurre documenti, poteva essere applicata anche all’animazione. Questa tecnica permetteva di trasferire i disegni degli animatori direttamente sulla celluloide, eliminando il costoso e lungo processo di inchiostrazione manuale. Il risparmio fu notevole, anche se comportò il licenziamento di circa trecento animatori specializzati in quna tecnica ormai obsoleta. Il risultato fu un’estetica moderna e realistica, lontana dalla freddezza classica dei film precedenti ma ancora legata all’atmosfera delle commedie romantiche hollywoodiane del dopoguerra. Le scelte cromatiche giocavano sulla contrapposizione tra colori caldi e freddi, tra luce e oscurità, creando un’atmosfera che distingueva la Carica dei 101 da tutto ciò che era venuto prima.
Una trama semplice con protagonisti innovativi
Nella vivace Londra degli anni Sessanta, il musicista Rudy condivide il suo piccolo appartamento con Pongo, un dalmata intelligente e sensibile. Stanco della vita da scapolo, Pongo orchestra un incontro tra il suo padrone e la bella Anita, che possiede a sua volta una dalmata di nome Peggy. Nasce un doppio amore, umano e canino, che porta a un doppio matrimonio. Quando Peggy partorisce quindici cuccioli, sembra che la felicità sia completa. Ma è proprio in quel momento che fa la sua apparizione Crudelia De Mon. Il mondo degli animali antropomorfi e quello degli esseri umani si fondono in modo diverso rispetto ai precedenti film Disney. Gli animali mantengono caratteristiche realistiche ma comunicano tra loro attraverso un’intricata rete di contatti che attraversa tutta Londra. Quando i cuccioli vengono rapiti dai goffi Gaspare e Orazio, Pongo e Peggy si trasformano in detective, sfruttando questo passaparola animale per rintracciare i loro piccoli.
Crudelia De Mon: l’incarnazione del male
Se questo 17° classico Disney è diventato leggendario, il merito va in gran parte all’antagonista, Crudelia De Mon, che rappresenta un’innovazione nel panorama delle cattive Disney. Non è una strega come Grimilde di Biancaneve o come Malefica de La bella addormentata. È una donna moderna, elegante e terrificante al tempo stesso. Il colore viola, associato alla follia, domina il suo abbigliamento e sarebbe poi diventato una costante cromatica per molte cattive successive, dalla Disney ai fumetti Marvel. Ciò che la rende inquietante è l’assenza di motivazioni comprensibili. Non cerca potere, vendetta o ricchezza fine a se stessa. La sua ossessione per le pellicce di dalmata è patologica e irrazionale. Le scene di fuga nella neve, con Crudelia De Mon che insegue i protagonisti alla guida della sua Panther De Ville, raggiungono livelli di tensione inediti per l’animazione Disney dell’epoca.
Lo scandalo del latte
La carica dei 101 si rivelò uno straordinario successo di pubblico e critica. Nessuno, nemmeno Walt Disney, avrebbe potuto immaginare un tale risultato. Il film salvò lo studio dal fallimento, divenendo un punto di riferimento artistico per tutta la produzione successiva, confermando il ruolo egemone della Disney nell’intrattenimento animato mondiale. Merita di essere ricordato un episodio che dimostra come certi estremismi alimentari non siano affatto un fenomeno recente. Ci fu, infatti, chi protestò per una scena in cui i cuccioli bevevano il latte delle mucche: sembrava inaccettabile a chi sosteneva che il lattosio potesse nuocere ai cagnolini. La cosa arrivò al punto che qualcuno chiese di vietare il cartone animato ai bambini. Viene da chiedersi cosa succederebbe oggi, nell’era dei social network.
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